Proverbi
Settembre 30, 2007“Arcobaleno di sera, marinaro tranquillo. Arcobaleno di mattina marinaro all’erta”
“In acqua senza pesci non gettar rete”
“Se a calma notte il mare brontola a riva a largo o marinar la barca va giuliva”
Tempi medi di degradazione dei rifiuti in mare
Settembre 30, 2007
Premesso che è assolutamente incivile gettare qualsiasi oggetto in mare è bene avere presente questi dati sui tempi medi di degrado, nelle acque marine, di alcuni dei materiali di cui si fa normalmente uso:
Bottiglie di vetro:indeterminato; Bottiglie di plastica:1000 anni; Carte telefoniche:1000 anni; Polistirolo:da 100 a 1000 anni; Accendino di plastica:da 100 a 1.000 anni;Lattine di alluminio:500 anni;Tessuto sintetico:500 anni; Assorbenti e pannolini:200 anni; Prodotti di nylon:da 30 a 40 anni; Cotton-fioc:da 20 a 30 anni; Buste di plastica:da 10 a 20 anni; Mozzicone di sigaretta:da 1 a 5 anni; Gomma da masticare:5 anni; Buccia di banana:2 anni; Stoffa e lana:da 8 a 10 mesi; Rivista di carta patinata:da 8 a 10 mesi;Fiammifero: 6 mesi; Torsolo di mela:da 3 mesi a 6 mesi; Fazzolettino di carta:3 mesi; Sigaretta senza filtro:3 mesi;Quotidiano: 6 settimane; Buccia di frutta:1 mese.
A cura di Claudio Gallucci
Fonte: MareinItaly
Gli effetti dei cambiamenti climatici arrivano anche sul fondo degli oceani
Settembre 30, 2007
Secondo uno studio inglese condotto da Jon Copley dell’Università di Southampton, le remote forme di vita che popolano i fondali marini non sarebbero, seppur completamente isolate, immuni ai cambiamenti climatici che si manifestano in superficie.
Fino ad oggi, si legge sull’Independent, gli scienziati hanno creduto che tali organismi fossero indipendenti dall’alternarsi delle stagioni che si susseguono sulla superficie terrestre, anche grazie alle loro caratteristiche chimiche e fisiologiche.
Si tratta prevalentemente di specie che vivono nelle più estreme delle condizioni, a profondità elevatissime, dove la luce del sole non arriva, dove la temperatura delle acque è molto bassa e dove la composizione chimica dell’acqua stessa è assolutamente particolare.
Eppure, l’ecosistema marino caratteristico di questi angoli remoti della terra, è vulnerabile e corruttibile, a dimostrazione del fatto che non esiste rifugio tanto nascosto che possa mettere a riparo gli esseri viventi dai mutamenti ambientali.
Un esempio chiarificatore, riportato dal Dottor Copley, è quello che riguarda una specie di gamberetti piccolissimi, che vivono in prossimità di sorgenti di aria calda e ricca di minerali e che presentano un ciclo biologico stagionale;
le larve di questi crostacei infatti escono dalle uova proprio quando, in prossimità delle acque superficiali, fioriscono alcune piante acquatiche. I frammenti vegetali finiscono così sui fondali, costituendo la fonte nutritiva delle larve.
Ecco comprovato che si tratta di zone comunque fortemente legate ai ritmi superficiali e che qualsiasi alterazione atmosferico-climatica registrata in superficie, viene inesorabilmente trasmessa anche agli abissi, solo apparentemente intoccabli.
Fonte: modusvivendi
Canzoni d’amore
Settembre 28, 2007
I maschi delle balene cantano e riescono ad intonare vere e proprie canzoni per conquistare una femmina. I bellissimi esemplari maschi che arrivano anche a pesare 80 tonn. hanno incredibili capacità vocali ed emissioni sonore intense, dotate di una ritmica e così articolate da produrre vere e proprie canzoni d’”amore” che usano durante il corteggiamento. Si può parlare cioè di una specie di festival musicale sottomarino dove il cantante più bravo troverà moglie.
A cura di Claudio Gallucci
fonte: MareinItaly
Mediterraneo al tramonto
Settembre 28, 2007Il palombrico
Settembre 28, 2007Vermus bombolato
Viene usato come esca dai pescatori ma
a differenza del lombrico comune
non muore annegato
Vignetta di Alex Pedarra
Un mare da saper «coltivare» per costruire sviluppo
Settembre 28, 2007
«Bisogna imparare a coltivare il mare, invece di predarlo – sottolinea Gregorio De Metrio docente del dipartimento di Sanità e benessere animale della facoltà di Veterinaria di Bari (al centro nella foto con due suoi stretti collaboratori) -. Le risorse a disposizione non sono infinite e i mutamenti climatici stanno facendo il resto. L’attività di pesca si basa sulla possibilità di trovare il pesce, ma se si consuma senza pensare al dopo si rischia di portare in breve tempo all’estinzione di intere specie». Il professor De Metrio coordina un progetto di ricerca strategico per organizzare un sistema di allevamento del tonno rosso nel Golfo di Taranto. «Al mondo solo in Australia si sta portando avanti un progetto simile, ma noi abbiamo un vantaggio: monitorando il ciclo di vita e di riproduzione di questa particolare specie di tonni si è visto che preferiscono il Mediterraneo per deporre le loro uova».
Il Mare nostrum come nursery quindi, per un pesce particolarmente prelibato e la cui caccia intensiva rischia di creare problemi alla conservazione della specie stessa. «In particolare è il mercato asiatico e statunitense a far impennare la richiesta – spiega De Metrio – avviare un allevamento di tonno rosso nel Golfo di Taranto significherebbe vincere una sfida economicamente molto redditizia. Il problema attualmente è convincere i tonni a riprodursi in cattività all’interno di gabbie galleggianti, per questo stiamo sperimentando una stimolazione di tipo ormonale, per facilitare l’ovulazione».
Al momento non esistono nel mondo veri allevamenti di tonno rosso. «Le pratiche oggi si limitano a catturare i pesci e metterli all’ingrasso per poi rivenderli, il nostro progetto invece prevede di seguire tutto il ciclo di vita del tonno, come si fa con le spigole o le orate. Al momento, però il problema più grosso che abbiamo è di tipo burocratico: non riusciamo ad ottenere una concessione di un’area marina dove avviare a più largo raggio la sperimentazione prevista dal progetto».
Gregorio De Metrio con tutto il suo staff è super impegnato, la ricerca finanziata è solo uno dei tanti progetti seguiti e con risultati che tendono ad incastrarsi tra loro: molta dell’esperienza già raccolta proviene da un progetto di studio dei tonni portato avanti in Spagna a Gibilterra, mentre contemporaneamente una collaborazione con la Gran Bretagna li sta portando a monitorare come i cambiamenti climatici stanno influenzando la fauna marina nel Mediterraneo e nel Mare del Nord.
«Il tonno rosso, come tutte le specie animali, hanno bisogno di un ambiente ottimale per riprodursi e crescere. Il Mediterraneo invece sta aumentando la sua temperatura e si stanno registrando sempre nuovi abitanti, si tratta di cambiamenti che devono essere costantemente monitorati, tanto più se si avvia un centro di allevamento per i tonni».
Rita Schena
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
Serre di alghe contro l’effetto serra?
Settembre 28, 2007
LIVORNO. Ne avevamo già parlato su greenereport qualche tempo fa, ma forse ora l’uso di alghe per catturare CO2 potrebbe davvero cambiare la percezione di questi organismi, finora visti come un effetto dell’inquinamento agricolo e causa di maree rosse, irritazioni cutanee, diminuzione di ossigeno nel mare e morte la fauna acquatica. Invece il potenziale delle alghe di assorbire gas serra e mitigare il riscaldamento globale potrebbe risultare utilissimo per evitare catastrofi ambientali. Come le piante, le alghe consumano anidride carbonica e i ricercatori dell’università Jacobs di Brema, in Germania, hanno scoperto che prendendo le alghe dal mare, mettendole in una serra ben esposta alla luce e alimentandole con la CO2 emessa da generatori elettrici convenzionali, le alghe trasformano l’anidride carbonica in biomassa che può essere utilizzata come biodisel che non emette gas serra.
Si tratta del Greenhouse gas mitigation project (Ggmp, nella foto), coordinato dal biogeologo Laurenz Thomsenpor Thomsen, con la cooperazione di: università superiore politecnica di Brema, Istituto Alfred Wegener per la ricerca marina e varie aziende, come E.ON sales & trading GmbH, la più grande compagnia di energia a capitale privato in Europa. Thomsen ha battezzato “Algenreactor” la piccola serra sperimentalein funzione all’università Jacobs, che sta già producendo ogni ora mezzo litro di biodisel.
«Il diesel che raffiniamo qui è assolutamente organico – spiega il biogeologo – Soddisfa le norme europee. Confido che potremo passare ad una fase industriale nei prossimi mesi». Per far questo bisognerà costruire una serra certamente molto più grande di quello di 100 metri quadri di quello oggi in funzione a Brema: secondo Thomsen, la superficie capace di assorbire la CO2 prodotta da un generatore di 350 megawatt e di trasformarla in biodisel, dovrebbe essere di circa 25 chilometri quadrati, con un costo di 480 milioni di dollari.
Un’area ed un costo non piccoli per il “reattore a base di alghe”, ma che secondo i ricercatori tedeschi è piccola se rapportata alle aree usate per ottenere biodisel e ridurre i gas serra con le coltivazioni tradizionali che hanno dimensioni simili, mentre una piantagione di colza delle stesse dimensioni può costare 25 volte di più. Ma il progetto non convince tutti, ad iniziare da Karl-Herrmann Steinberg, direttore dell’azienda di produzione di alghe di Kloetze, la più importante dell’Europa centrale, che in una intervista rilasciata a Julio Godoy dell’Ips-Ifej dice che «Questi calcoli sono molto ingenui. I costi della coltivazione delle alghe, l’eliminazione dell’acqua e la distillazione dell’olio combustibile sono molto elevati perché l’idea sia applicabile a scala industriale».
Anche Thomsen ammette che le serre vanno costruite altrove che nella poca solatia Germania, l’ubicazione per un funzionamento ottimale sarebbe nel sud e nel sud-est dell’Europa, dove le ore di sole disponibili sono molte di più. Intanto però la Germania ha contattato India e Brasile ed India che già hanno grandi coltivazioni di alghe per altri usi.
Negli Usa, già all’epoca della prima crisi petrolifera degli anni ’70, si pensò alle alghe per fabbricare biocarburanti, ma il progetto fu abbandonato nel 1996, quando cessarono i finanziamenti alla ricerca di biocombustibili perché il prezzo del petrolio era in forte calo. Oggi, con il prezzo degli idrocarburi alle stelle, la GreenFuel sta progettando in Massachusetts una serra di circa un chilometro quadrato da realizzare entro il 2009. «Per catturare la CO2 emessa da una centrale di mille gigawatt – spiegano alla GreenFuel – abbiamo bisogno di una serra di alghe tra gli 8 ed i 16 chilometri quadrati, che produrrebbe più di 150 milioni di litri di biodisel e 190 milioni di litri di etanolo».
fonte: greenreport

Pubblicato da mediterraneodiving
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