“I marinai delle vele, dei remi e delle stelle”

gennaio 31, 2008

“Ho avuto una fortuna – conclude Maiorca – quella di aver potuto frequentare i marinai alla fine degli anni ’50, che rappresentavano la vera cultura del mare. Dicevano: “Quando il mare fa la faccia feroce, devo fare la faccia più feroce del mare. “
Una volta un vecchio marinaio di Lampedusa, pescatore ante litteram, andava a pescare spugne a 50/60 metri di profondità. A chi gli chiedeva il perché si ostinava a pescare a simili profondità, quando avrebbe potuto tranquillamente trovare le spugne ben più facilmente, il pescatore rispose:
“L’anima dell’uomo è ben più profonda e sconosciuta del mare”.

E.Maiorca


Il vecchio che guarda il mare

gennaio 31, 2008

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Modellato dalla forza erosiva del mare e del vento l’Old Man, un pilastro di roccia alto 137 metri, svetta lungo la costa di Hoy, una delle cento isole che formano l’arcipelago delle Orcadi a nord della Scozia.
Il pinnacolo che nel punto di massima larghezza misura 27 metri è composto da molti strati di arenaria rossa, formazione rocciosa che risale al Devoniano, periodo geologico che va da 395 a 345 milioni di anni fa. Durante questo lasso di tempo le terre emerse furono definitivamente conquistate dalle piante. Comparvero i primi artropodi (insetti, ragni) e gli oceani si arricchirono di una gran quantità di specie di pesci.

Fonte: Focus


Lo squisito abalone e il rischio del divieto assoluto di pesca

gennaio 31, 2008

foto_11766.jpgLIVORNO. Dal primo febbraio in Sudafrica scatterà il divieto di pesca degli abaloni, quelle che noi chiamiamo orecchie di mare, considerati una squisitezza ed un potente afrodisiaco nel sud-est asiatico, dove vengono importati in gran quantità, e per questo ormai ridotti alla prossima estinzione. Il divieto di raccolta e pesca degli abaloni era stato annunciato nel novembre 2008 dal ministro dell’ambiente e del turismo sudafricano Martinis van Chalky, che nello spiegare la misura assolutamente necessaria disse: «Sfortunatamente, siamo al punto che la pesca dell’abalone selvatico non si può più giustificare, dato che la sua esistenza si è ridotta ad un livello che la risorsa è minacciata di estinzione».

Negli anni ’60 del secolo scorso in Sudafrica si pescavano 2.800 tonnellate all’anno di abaloni, nel 1970 vennero introdotte le quote fino ad un massimo di 700 tonnellate all’anno, che vennero ulteriormente ridotte nel 1995, fino ad arrivare nel 2006 e nel 2007 a 125 tonnellate. Ma questo non ha impedito la raccolta illegale di queste grandi orecchie di mare che sul mercato cinese, durante le festività del nuovo anno, raggiungono i mille dollari al chilogrammo.

Per questo nel 2007 il governo di Tshwane (come si chiama oggi Pretoria) ha chiesto al Cites di introdurre questi molluschi nell’Appendice III delle specie commerciali minacciate, richiedendo l’embargo di vendita internazionale per gli abaloni sudafricani pescati illegalmente e non certificati. Il Sudafrica ha anche iniziato un pattugliamento delle coste per impedire la raccolta di frodo dei molluschi, un’attività che impegna 170 uomini ed una ventina di imbarcazioni, elicotteri ed aerei da ricognizione, con un costo per le casse pubbliche di 3,2 milioni di dollari all’anno.

Ma neanche questo è riuscito a fermare i bracconieri e lo stock di abaloni del Sudafrica è calato drasticamente. Sfogliando i registri di confisca Cites si scopre che gli abaloni pescati illegalmente sono moltiplicati in maniera esponenziale tra il 1996 e il 2006. Nel 2007, è stato confiscato almeno un milione di orecchie di mare sudafricane, per un valore di circa 20 milioni di dollari, probabilmente solo una piccola parte del traffico abusivo.

Ma le perplessità sul divieto assoluto di pesca non convince tutti, nemmeno esperti ed ambientalisti. Secondo quanto ha detto al The Cape Times una ricercatrice dell’unità di valutazione ambientale dell’università di Città del Capo, María Hauck, la sospensione della pesca degli abaloni potrebbe provocare addirittura un aumento della loro raccolta illegale.

«Il governo – spiega la Hauck – ha alienato i diritti legali dei possessori di licenze, mentre avrebbe dovuto allearsi con loro per gestire le risorse».Il problema è infatti cosa faranno (e come reagiranno) le 800 persone che lavorano legalmente nel settore e che fanno un fatturato annuo di 21 milioni di dollari. Con la ricercatrice concorda addirittura Markus Bürgener, di Traffic, un network mondiale sul controllo del commercio di risorse naturali al quale aderiscono anche Cites e Wwf. «Se non si danno a questi pescatori altre opzioni percorribili per potersi sostenere – spiega Bürgener – il pericolo è che qualcuno tra loro ricorra alla raccolta illegale. Questo è il lavoro che conoscono meglio».

Il governo sudafricano pensa di inserire i pescatori di abaloni nell’industria turistica, in particolare nelle attività di whale-watching, ma anche di realizzare, con un investimento di 15 milioni di dollari, 6 impianti di acquacoltura per allevare abaloni. Ma l’allevamento in mare degli abaloni richiede 5 o 6 anni per raggiungere la taglia commerciale (7 o 800 grammi) e anche se impianti del genere esistono già in Sudafrica ed esportano oltre 180 tonnellate di prodotto all’anno, questa pratica presenta molti rischi, ha alti costi di partenza, richiede personale specializzato. Inoltre, è energivora ed ha bisogno di essere supportata da generatori autonomi, perché in caso di interruzione di corrente le orecchie di mare iniziano a morire già dopo la prima mezz’ora. Ma l’acquacoltura pare l’unica soluzione reale per allentare la pressione sugli abaloni selvatici e salvarli dall’estinzione, impiegando le abilità dei pescatori per distoglierli dalla cattura illegale di questi molluschi.

Fonte: Greenreport


Antartide, un censimento a caccia di alieni

gennaio 31, 2008

Un team di scienziati, tra i quali ricercatori italiani, ha iniziato un viaggio di due mesi nelle acque ghiacciate dell’Antartide per quello che sarà il primo censimento della flora e fauna marina dell’Antartide. Lo ha annunciato oggi la premier neozelandese Helen Clark. Sono 23 i paesi che partecipano al progetto. “Le informazioni che verranno raccolte dagli scienziati serviranno a prendere decisioni per ciò che riguarda i cambiamenti climatici e i loro effetti sull’ecosistema di questi mari”. Il progetto, che fa parte del International Polar Year e del Caml (census for Antartic marine life), è frutto della collaborazione di università degli Stati Uniti, Nuova Zelanda e Italia. Sarà il primo censimento sistematico del nord Antartico. Gli scienziati raccoglieranno e analizzeranno campioni delle microscopiche creature che abitano gli abissi ghiacciati, scendendo per la prima volta fino a quasi 4mila metri di profondità. Una particolare attrezzatura fotografica permetterà di registrare le immagini del fondo marino, mai esplorato prima d’ora. Il ministro degli Esteri della Nuova Zelanda, Winston Peters, ha detto che l’impresa “fornirà preziose informazioni sull’ecosistema del Mar di Ross, nel nord Antartico, che serviranno a proteggerne l’ecosistema”. Il Mar di Ross è uno dei tratti di mare più remoti e sconosciuti al mondo.

Fonte: LaStampa


Troppo azoto negli oceani

gennaio 31, 2008

13225691.jpgUn gruppo di ricerca statunitense e canadese ha rivelato un inaspettato ruolo dei gli allevamenti di pesce nel declino della qualità delle acque lungo le coste. In un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Nature Geoscience”, Roxane Maranger e Nina Caraco dell’Università di Montreal spiegano che l’elemento chiave di tale correlazione è nel ciclo dell’azoto che entra ed esce dal sistema delle acque costiere.Lo studio, che per la prima volta esamina 58 regioni costiere del mondo, mostra come la mancanza di una gestione sostenibile e gli ecosistemi possa avere conseguenze ad ampio raggio.
“Il pesce accumula azoto come biomassa, e quando gli esseri umani lo pescano per consumarlo, riportano parte di questo azoto terrestre alla terraferma”, hanno spiegato i ricercatori. “Sebbene l’azoto sia essenziale per animali e piante che vivono negli oceani, il trasferimento di azoto operato dall’uomo dalla terraferma verso gli oceani ha determinato un innalzamento brusco dei livelli di questo elemento nelle acque costiere nell’ultimo decennio. I fertilizzanti ricchi di azoto finiscono poi nei mari, attraverso i fiumi. I resti di fertilizzanti rappresentano una significativa fonte di inquinamento da azoto per molte regioni costiere in tutto il mondo”.
Quarant’anni fa, gli allevamenti di pesce rimuovevano circa il 60 per cento dell’azoto presente negli oceani costieri che proveniva da fertilizzanti. Oggi questa percentuale è scesa al 20 per cento.
“Dal punto di vista storico non è una buona notizia”, ha concluso la Maranger. “L’aumento dei livelli di azoto negli ecosistemi costieri in tutto il mondo ha come effetto l’eccessiva crescita vegetale la mancanza di ossigeno, nonché la drastica riduzione della qualità dell’acqua e delle popolazioni di pesci e di altri animali.”
Al fine di gestire gli ecosistemi marini di modo sostenibile, con particolare riguardo alle impatto delle attività umane nel ciclo dell’azoto, gli scienziati raccomandano di riesaminare attentamente il ruolo degli allevamenti di pesci. (fc)

Fonte: LeScienze


BALENE: ANCHE LA SEA SHEPHERD LASCIA L’ANTARTICO

gennaio 30, 2008

SYDNEY – Gli attivisti anti caccia alle balene della Sea Shepherd rinunciano a tallonare le baleniere giapponesi e seguono Greenpeace in porto. Entrambi devono tornare a terra perché a corto di carburante. Allontanati gli ambientalisti, la nuova offensiva arriva questa volta dal Giappone, che attraverso un video su YouTube attacca l’Australia e il suo “falso moralismo”, nel difendere le balene pur “uccidendo senza problemi i canguri”.
Il video diffuso su YouTube, in inglese e sottotitolato in giapponese, oltre a ricordare che ogni cultura ritiene sacri diversi animali (per esempio la mucca per gli indù), accusa apertamente l’Australia di razzismo, per “aver sottratto 100mila bambini aborigeni alle loro famiglie perché appartenevano a una cultura barbarica”.
“L’Australia, in prima fila contro l’uccisione delle balene, non ha problemi a uccidere migliaia di canguri ogni anno”, dice il video, lungo quasi sette minuti. Va anche ricordato che dal dicembre scorso la guardia costiera giapponese accompagna le baleniere in funzione anti-ecologisti. La guerra per le balene tuttavia non accenna a spegnersi. Oggi il battagliero capitano della Sea Shepherd, Paul Watson, ha annunciato: “Il prossimo anno torneremo con due navi. Quando la prima finirà il carburante invieremo la seconda. Se talloniamo i giapponesi fino alla fine della stagione della pesca non potranno uccidere nemmeno una balena”.
Nei mari ghiacciati dell’Antartide è rimasta la flotta delle baleniere (la Nisshin Maru, che lavora e congela la carne pescata, tre baleniere e due navi vedetta), e la Ocean Viking, la nave inviata dal governo australiano per raccogliere prove della pesca illecita dei giapponesi. Non si sa se i giapponesi abbiano ripreso la mattanza, che quest’anno aveva per obiettivo la cattura di 935 balene.

Fonte: Ansa


Sanremo: pescato raro esemplare di pesce angelo

gennaio 30, 2008

pesceangelo.jpgLunedì scorso nelle acque antistanti la città di Sanremo dal peschereccio Giovanni Padre, di stanza al Porto Vecchio della città dei fiori. “Dopo avere svuotato a bordo il sacco della cala che avevamo appena finito proprio davanti a Sanremo, su un fondale tra 80 e 100 metri – dice Pino Rametta, proprietario del peschereccio – ho subito notato questo strano pesce, che in tanti anni di esperienza in mare non avevo mai visto”.
E non solo lui, ma molti altri sulla banchina di Porto Vecchio sono rimasti sbigottiti alla vista del pesce; solo i pescatori più anziani ricordavano di averne visto qualcuno. L’esemplare è stato consegnato al biologo Fulvio Garibaldi, dell’Università di Genova, che ha provveduto all’identificazione della specie. “Si tratta di uno ‘squadro’ o pesce angelo (nome scientifico Squatina squatina), di oltre 1 metro di lunghezza e del peso di 10 kg. È un pesce cartilagineo, stretto parente di squali e razze. Una volta era abbondante anche nelle nostre acque, tanto che il nome di Baia degli Angeli con cui è conosciuta la baia di Nizza deriva proprio dalla grande abbondanza di questi animali. Poi la pesca e soprattutto l’inquinamento hanno portato alla rarefazione della sua presenza, tanto che negli ultimi 30 anni sono state rarissime le catture. Ora viene segnalato ancora sporadicamente in Sicilia, mentre è più abbondante nel Mediterraneo Orientale”.
E’ una specie di fondali non troppo profondi, che vive nascosta nella sabbia e può cibarsi anche di grosse prede; può arrivare fino a 80 kg di peso. Il ritrovamento di questo esemplare in Mar Ligure dopo tanti anni fa sperare che non si tratti solo di un esemplare isolato ma che poco a poco la specie possa tornare a popolare le acque della riviera di ponente. 
 
A. Gu.

Fonte: SanremoNews
 


I cristalli fotonici dei pesci

gennaio 30, 2008

2062-984.jpgQuando, durante una celebrazione, si leva in alto il proprio calice di cristallo per fare un brindisi, non si può fare a meno di notarne la brillantezza, a meno che la vista non si sia offuscata a causa dei brindisi precedenti.
La struttura cristallina dei solidi colpisce per il senso di ordine e di perfezione che infonde, tanto che Platone considerò queste forme regolari come gli elementi che costituiscono l’universo.
Un particolare tipo di struttura cristallina è quella dei cosiddetti cristalli fotonici. Essi sono strutture periodiche dell’ordine di grandezza di un milionesimo di millimetro in grado di riflettere perfettamente radiazioni elettromagnetiche di una certa frequenza e di assorbirne altre. Un minerale che presenta questo tipo di struttura è l’opale.
Le applicazioni dei cristalli fotonici sono innumerevoli, dai dispositivi ottici ai cavi di trasmissione dati, ma la loro costruzione presenta grandi difficoltà a causa delle ridottissime dimensioni di tali strutture.
In natura, esistono degli abilissimi costruttori di cristalli fotonici: i pesci.
È questo il risultato della ricerca condotta da un gruppo di biologi e ingegneri dei materiali israeliani in attesa di pubblicazione sulla rivista Crystal Growth & Design.
I ricercatori, spinti dal proposito di spiegare i tipici riflessi metallici presenti nelle squame dei pesci, hanno analizzato le scaglie di una carpa comune attraverso la tecnica di diffrazione dei raggi X.
L’analisi ha mostrato che la livrea del pesce è formata da diversi strati sovrapposti di citoplasma e cristalli di guanina.
Ciò che ha sorpreso gli studiosi è il fatto che questi cristalli hanno una struttura diversa da quella che è normalmente possibile costruire in laboratorio.
In qualche modo, l’organismo dei pesci stimola la formazione di particolari strutture cristalline della guanina in grado di massimizzare la riflessione della luce visibile.
Questo causa la brillantezza “metallica” nella livrea dei pesci, i quali sfruttano tali riflessi per nascondersi ai predatori, specialmente quando si trovano a nuotare vicino alla superficie dell’acqua.

Antonio Vassallo

Fonte: TifeoWeb


GEOLOGIA/ NEL MARE ADRIATICO POTREBBERO FORMARSI NUOVE ISOLE

gennaio 30, 2008
Roma, 28 gen. (Apcom) – Nel Mare Adriatico potrebbero nascere nuove isole, mentre l’Italia e la Croazia sono in rotta di collisione. Lo dicono, sulla rivista Geology, Richard Bennet e colleghi, geologi dell’ Università dell’ Arizona a Tucson, US sulla rivista Geology e se la notizia, riportata oggi su New Scientiste, venisse confermata presto alle 1185 Isole Dalmate già esistenti davanti alle coste della Croazia se ne protebbe aggiungere qualcun’altra.
Bennet , che insieme ad un gruppo di geologi croati ha installato una rete di GPS nel Mar Adriatico per capire meglio i movimenti della placca tettonica di questa regione, poco conosciuta a causa della sua instabilità che ha reso ogni recognizione difficile, avrebbe scoperto che l’Italia si sta spostando verso la Croazia ad un tasso di quattro millimetri l’anno.
Una quantità “geologicamente” poco rilevante se si pensa che la faglia di San Andreas in California si muove ad una velocità dieci volte maggiore di quella indicata per la nostra penisola , ma è abbastanza dicono i geologi per causare uno spostamento che potrebbe portare l’Italia a collidere con la Croatia e far sparire il Mare Adriatico.
Il Mare Adriatico, spiegano i geologi, giace su una “microplacca”, una stretta estensione della zolla tettonica africana, circondata su tre lati dalla placca eurasiatica. E, secondo quanto hanno scoperto Bennet e colleghi la placca eurasiatica si sta spostando sopra la microplacca adriatica chiudendola. In questo processo le Isole Dalmate e il sistema montagnoso delle Dinaridi verrebbe spinto verso l’alto.
I ricercatori hanno calcolato che se il movimento continuerà alla velocità attuale, le coste italiane e croate si uniranno fra 50 – 70 milioni di anni e a quel tempo le Isole Dalmate non saranno più isole perché il Mar Adriatico non esisterà più. C’è però chi non è d’accordo con questa tesi come Roger Musson del British Geologic Survey che contesta i risultati che se fossero veri dovrebbero essere comprovati da forti terremoti. Bennet da parte sua dice di voler continuare la ricerca e ha intenzione di installare un maggior numero di GPS per verificare questi primi risultati e per vedere se la faglia si muove liberamente o perché sta accumulando energia e, quindi, potrebbe produrre un terremoto molto forte in futuro.

Fonte: VirgilioNotizie 


I leoni marini muoiono all’alba

gennaio 30, 2008

Di FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK -Il suo patrimonio di piante e animali è passato alla storia per aver ispirato la teoria della selezione naturale del naturalista Charles Darwin. Ma da oggi le Galapagos rischiano di essere ricordate per la strage dei leoni marini, cinquantatre esemplari delle riserve massacrati e uccisi con una serie di colpi alla testa.
La scoperta ha sconvolto la piccola comunità locale, circa 15 mila abitanti in tutto l’arcipelago situato a un migliaio di chilometri ad ovest delle coste dell’Ecuador, nell’Oceano Pacifico. Tra gli esemplari protetti c’erano 9 maschi e 6 femmine adulti, 25 giovani e 13 cuccioli: il macabro rito ripetuto come una litania dell’orrore, ha provocato la spaccatura del cranio e l’atroce morte degli animali .
«L’unica cosa evidente era questo enorme buco, una frattura sulla loro testa», dice Victor Carrion, funzionario del Parco nazionale delle Galapagos. L’episodio è avvolto nel mistero, nessuno tra i responsabili delle riserve e la popolazione locale riesce a capire il motivo di tanta ferocia.
Le autorità dell’Ecuador, da cui dipendono le Galapagos, hanno aperto un’inchiesta ma sembrano escludere l’azione di spregiudicati bracconieri, come accadde nel 2001, quando 35 leoni marini maschi furono uccisi e dai corpi furono estratti denti e organi genitali, ingredienti di ricette afrodisiache cinesi. Ma non è questo il caso secondo Carrion, perché nessun animale è stato mutilato, evirato o privato della pelle.
I corpi sono stati trovati nell’isola di Pinta – una delle 19 che fanno parte dell’arcipelago – in evidente stato di decomposizione. L’allarme è scattato dopo i primi rilevamenti: i leoni marini delle Galapagos non hanno infatti predatori naturali e di solito non attaccano né sono attaccati dall’uomo. «Nessun altro animale è stato trovato morto o ferito sull’isola – prosegue Carrion – e questo getta ulteriori ombre sull’accaduto, dal momento che dobbiamo escludere aggressioni tra specie diverse».
I leoni marini sono tra gli animali più importanti delle isole, fondamentali per la catena alimentare che governa gli equilibri dell’ecosistema locale. In caso di scomparsa le ricadute sarebbero gravissime sulla flora e sulla fauna, considerate uniche al mondo. Le tante e diverse specie di uccelli esotici, di iguana marini e di tartarughe giganti fanno dell’arcipelago un paradiso naturale come pochi al mondo, il primo del Pianeta ad essere ufficialmente dichiarato patrimonio naturale protetto. Tuttavia lo scorso anno l’Unesco – l’agenzia Onu che si occupa della tutela dei beni culturali, scientifici e ambientali – ha lanciato un allarme dichiarandone «stato di pericolo» a causa dell’invasione di nuove specie, ma soprattutto per la crescente immigrazione e il turismo di massa.

Fonte: LaStampa.it


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