Se i pesci si estinguono

Giugno 15, 2008

Dal 1950 al 2003 abbiamo perso il 60% delle specie di pesce pescate dai nostri mari, e continuando cosi’, tempo 40 anni il pesce sparirà definitivamente dalle nostre tavole, semplicemente perché negli ecosistemi ce ne saranno talmente pochi che sarà impossibile pescarli.

Questo almeno è quanto ci dice la rivista americana Science, che ha pubblicato una sintesi del rapporto finale di una indagine durata quattrro anni e condotta da un gruppo di oltre mille scienziati dei cinque continenti.

Addio a vongole e branzini, naselli e pesce spada.
Colpa degli scarichi inquinanti e della pesca selvaggia, e dell’indifferenza della politica degli Stati.

fonte: Sostenibile


Tonno rosso, pesca illegale con aerei tra Malta e Lampedusa

Giugno 14, 2008

WWF e Greenpeace denunciano un nuovo caso di pesca illegale del tonno rosso nel Mediterraneo, che non fa che aumentare l’urgenza della richiesta di chiusura immediata della pesca al tonno. Le due organizzazioni ambientaliste hanno documentato l’utilizzo di due aerei usati dalla flotta di pescherecci per individuare il tonno nelle acque del Mediterraneo tra le isole di Malta, Pantelleria e Lampedusa – un’ area dove secondo le fonti di Greenpeace e WWF, sarebbero attivi almeno 28 grandi pescherecci italiani impegnati nella pesca al tonno.
L’utilizzo di aerei per l’individuazione dei tonni da parte delle flotte di pescherecci è severamente vietato nel Mediterraneo dal Diritto Internazionale, in quanto aumenterebbe ulteriormente le già enormi capacità di pesca dei pescherecci, che già oggi – secondo la comunità scientifica internazionale – minacciano seriamente la sopravvivenza dello stock e della pesca al tonno. “Di quali altre prove più evidenti di queste abbiamo bisogno per denunciare le continue violazioni dei regolamenti di pesca….?”, si chiede Sergio Tudela, Responsabile della Campagna Pesca del WWF Mediterraneo. “Questi aerei vengono usati da questi pescherecci pirata per inseguire i banchi di tonno rosso. Pratica questa, che alla lunga, metterà seriamente in pericolo la sopravvivenza di questo tipo di pesca millenaria. Gli aerei individuati, chiamati I-GEMK e I-FINA, erano già stati documentati da Greenpeace durante la stagione di pesca nel 2007, sempre nella stessa area a sud del Mediterraneo. In quel caso, Greenpeace, aveva documentato come l’aereo I-GEMK volava alla ricerca del tonno rosso, supportando l’attività di pesca illegale della Ligny Primo, Luca Maria e Maria Antonietta, tutte appartenenti alla flotta dell’Associazione Produttori Tonnieri del Tirreno di Salerno.
Questa nuova scoperta è solo l’ultima di una lunga serie di trasgressioni dei regolamenti internazionali di pesca al Tonno Rosso nel Mediterraneo da parte dei pescherecci. A fine aprile, WWF e Greenpeace, avevano denunciato l’utilizzo di false bandiere della Libia e della Bolivia, da parte di alcuni pescherecci pirata coinvolti nella pesca al tonno nel Mediterraneo. “Questo nuovo caso di pesca illegale al tonno nel Mediterraneo conferma che questo tipo di pesca è completamente fuori controllo e dovrebbe essere fermata”, dichiara Alessandro Giannì, Responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia. “Se vogliamo continuare a pescare, bisogna ridurre la capacità di pesca, e si devono creare riserve marine protette per garantire la riproduzione del tonno rosso nel Mediterraneo”. Greenpeace e WWF chiedono all’Unione Europea e agli altri Stati membri dell’ International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas (ICCAT, l’organismo internazionale che garantisce la sostenibilità della pesca al tonno rosso nel Mediterraneo) l’urgente chiusura della pesca al tonno, per evitare ulteriori danni allo stock che, secondo la comunità scientifica internazionale, è prossima al collasso.
 
Fonte: LaStampa


Aumentano i delfini nell’Oceano Pacifico

Giugno 13, 2008

Buone notizie per la conservazione dei delfini, almeno per quanto riguarda quelli che vivono nell’Oceano Pacifico nord-orientale: secondo quanto reso noto dal Fisheries Service del NOAA, infatti, le popolazioni di quella zona stanno aumentando, dopo anni di diminuzione determinata dalle morti accidentali legate alla pesca dei tonni.

“Queste stime sono incoraggianti, poiché sono segnali di un recupero delle popolazioni, ora che la mortalità di questi cetacei è stata fortemente ridotta”, ha spiegato Lisa Ballance, direttore del Southwest Fisheries Science del NOAA degli Stati Uniti. “Tuttavia, è presto per trarre delle comclusioni. Occorre infatti risolvere le incertezze che affliggono queste stime, prima di poter dire definitivamente che queste popolazioni hanno ristabilito il loro numero originario”.

Tra il 1960 e il 1990, infatti, le popolazioni di alcune specie di delfini della zone – come Stenella longirostris e Stenella frontalis – hanno subito una diminuzione del 20 e del 30 per cento, rispettivamente, rispetto ai livelli che si registravano nel periodo precedente alla pesca, prima che una parte di essi, cioè, venisse catturata accidentalmente nelle reti destinate ai tonni. Fin dai primi anni novanta, tuttavia, il numero di delfini morti è stato molto basso, in seguito alle severe restrizioni imposte alle attività di pesca.

“Ci aspettavamo di vedere queste popolazioni cominciare a recuperare alcuni anni fa, tenuto conto dei successi ottenuti dai pescatori nel ridurre le morti dei delfini”, ha spiegato Tim Gerrodette del Fisheries Service del NOAA. “I nuovi dati sono i primi a indicare l’inizio del recupero, ma nulla ci assicura che le popolaizoni continueranno ad aumentare.” (fc)

Fonte: LeScienze


Alghe tossiche, l´Apat al lavoro e i risultati saranno on line

Giugno 13, 2008

FIRENZE. La stagione calda e balneare si avvicina e si torna a parlare di alghe, in particolare di quelle tossiche per l’uomo come l’Ostreopsis ovata (Nella foto). L’Apat insieme al sistema delle Agenzie ambientali regionali, ha promosso un incontro per fare il punto sulla microalga che negli ultimi anni ha destato allarme nei bagnanti e nell’indotto turistico di molte coste italiane. La microalga diventa pericolosa in fase di fioritura, quando rilascia tossine nocive per l’uomo. E’ sempre nella memoria di tutti l’episodio verificatosi in Liguria nel 2006, quando circa 200 persone manifestarono problemi respiratori, congiuntiviti e dermatiti a causa della fioritura di Ostreopsis ovata. «Le agenzie regionali stanno lavorando molto sul problema delle alghe tossiche in Italia – ha affermato Giancarlo Viglione, presidente dell’Apat – Un lavoro in grande sinergia fra Ministero dell’ambiente e della salute, Apat, Arpa regionali, Icram e altri Enti. La collaborazione è già concreta e reale, al servizio dell’ambiente e della salute dei cittadini».

La sinergia tra enti ha permesso di mettere a punto protocolli operativi per il monitoraggio continuo dell’alga tossica, l’eventuale intervento presso le aree a rischio di fioritura e la gestione dell’emergenza. Le analisi sulle acque effettuate dalle Agenzie regionali per l’ambiente rilevano la presenza dell’Ostreopsis su gran parte delle coste italiane, ma le cause che favoriscono l’insediarsi ancora non sono state ben chiarite. L’alga si concentra quasi sempre in prossimità di zone rocciose, dentro baie chiuse o semichiuse e fiorisce con il raggiungimento di alte temperature dell’acqua. Le regioni più colpite dal fenomeno risultano essere Liguria, Lazio, Sicilia, Toscana e Puglia, ma tutte quelle affacciate sul mare hanno fissato punti di campionamento nei quali, da giugno a settembre, saranno effettuati controlli. Apat informa che sarà probabilmente creato un sito web intergrato dove raccogliere i bollettini inviati dalle agenzie regionali per rendere più immediata l’informazione.

Fonte: Greenreport


GRANDI SQUALI MEDITERRANEO STANNO SCOMPARENDO

Giugno 13, 2008

ROMA – I grandi predatori del mare stanno scomparendo dal Mediterraneo: la riduzione degli squali nel Mare Nostrum in due secoli, in alcuni casi anche nel giro di soli 50 anni, ha raggiunto la cifra record di oltre il 97% e vicina al 99% rispetto ai livelli storici, praticamente a “livelli funzionalmente estinti” con gravi conseguenze sul tutto il bacino che perdendo i predatori al top della catena alimentare entra in corto circuito.

Per la prima volta uno studio, di cui l’autore principale è un italiano, Francesco Ferretti, classe ‘77, di Macerata, ha ‘contatò le popolazioni di squali avvalendosi di tecniche statistiche basate su ricerche condotte su registri di pesca, registri di club nautici, tonnare, mercati di pesce nel Mediterraneo. Lo studio, presentato oggi a Roma alla presenza dell’autore, “Il declino degli squali in Mediterraneo: il sunto di una nuova analisi scientifica”, pubblicato dalla rivista scientifica Conservation Biology e finanziato in parte dal Lenfest Ocean Program, ha analizzato i dati di cinque specie di grandi squali per le quali è stato possibile avere una serie storica di dati: la verdesca, una specie di squalo volpe, il mako, lo smeriglio e una specie di squalo martello. In Mediterraneo sono presenti 47 specie di squali, di cui 20 sono grandi predatori all’apice della piramide alimentare. Catture accidentali nella pesca d’altura, pesca diretta agli squali e pressione dell’uomo sulle aree costiere le cause principali del declino. Sei le regioni del Mediterraneo analizzate: Adriatico, Ionio, Mar Ligure, acque spagnole, Canale di Sicilia e Mar Tirreno.

“L’entità del declino degli squali in Mediterraneo – ha detto Ferretti, ricercatore all’ Università Dalhousie di Halifax, in Canada – è tale da suscitare forte preoccupazione per gli effetti che potrà provocare”. Gli squali sono organismi molto vulnerabili in quanto crescono molto lentamente, fanno pochi figli, raggiungono la maturità sessuale molto tardi quindi non riescono a tenere il ritmo dell’estrazione che la pesca sta effettuando nei loro confronti”, ha spiegato Ferretti. “Lo studio – ha proseguito – è iniziato da circa quattro anni. Abbiamo utilizzato nove differenti fonti di dati per calcolare i trend temporali di biomassa, una stima del peso delle catture in chilogrammi, e di abbondanza. Nel Mediterraneo é il primo studio che riesce a dare dei numeri così netti dello stato critico del livello di popolazione di questi animali”. E come si compensa la paura atavica con questo declino inesorabile, non potrebbe far piacere a molti bagnanti? “Non dobbiamo avere paura degli squali. Io penso – ha detto Ferretti – che sia molto più probabile vincere due volte al superenalotto piuttosto che essere mangiato da uno squalo”.

Al posto della paura dovrebbe invece subentrare la grande preoccupazione per lo sconvolgimento dell’ecosistema: “Le diminuzioni registrate in questo studio – ha detto Ferretti – potrebbero avere conseguenze drammatiche sulla struttura e il funzionamento del Mediterraneo”, ha sottolineato l’autore che ha svolto lo studio tra gli altri con Ransom Myers, venuto a mancare nel marzo del 2007, e che era stato indicato da Fortune come la terza persona più promettente del mondo, sotto solo a Obama. Per esempio la scomparsa dei grandi squali in una zona del nord Atlantico ha provocato il collasso della popolazione di capesante alla base di una pesca che durava 100 anni perché senza squali hanno preso il sopravvento le razze ghiotte di capesante. “Lo stesso potrebbe accadere nel Mediterraneo con esplosione di alcune specie e scomparsa di altre”, ha riferito ancora Ferretti. In particolare sulle 5 specie studiate nel Mediterraneo, lo squalo martello ha registrato un record del 99,99% di riduzione; la verdesca del 96,53% in abbondanza in 56 anni e del 99,83% in biomassa in 49 anni; del 99,99% del mako/smeriglio in 100 anni; del 99,99% negli ultimi 100 anni di una specie di squalo volpe.

di Elisabetta Guidobaldi

Fonte: Ansa


POSITANO, UN FILMATO POTREBBE SCOPRIRE GLI ASSASSINI DI DELFINI

Giugno 13, 2008

Positano. I rangers d´Italia  sono riusciti a filmare un peschereccio che operava in zona vietata: potrebbe essere responsabile della vera e propria mattanza di mammiferi verificatasi nelle ultime due settimane, a causa delle reti illegali. Il filmato sarà visionato da carabinieri e capitaneria di porto, che hanno avviato le indagini sul caso. In sole due settimane, infatti, erano stati tre i delfini morti nel mare di Positano nella Costiera Amalfitana, paese che si trova nel Parco Marino di Punta Campanella e nel Parco dei Monti Lattari.

Il primo era stato ritrovato il 25 maggio scorso sulla spiaggia di Arienzo, il secondo domenica scorsa, addirittura decapitato, di fronte alla spiaggia Grande, il terzo macabro avvistamento lunedì mattina, ancora di fronte alla spiaggia di Arienzo e di quella che era la Villa di Zeffirelli. Tre delfini trovati morti in due settimane a Positano, ma non se ne sa la ragione.

“Non sappiamo ancora quale siano le cause dei decessi dei delfini – spiegano alla delegazione di Positano della Capitaneria di Porto – al momento non abbiamo ancora i risultati degli accertamenti”. Diverse le ipotesi, fra le quali prevale la possibilità che i delfini si siano impigliati in reti da pesca abusive e siano rimasti soffocati, o siano stati colpiti da qualche motoscafo.

Sgomento e rabbia si legge negli occhi di coloro che hanno avvistato per primi i delfini, e nello specifico la guardia ambientale E. Fucito (Rangers d’Italia) e il giovane F. Marino cha con la sua arte marinaresca ha contribuito successivamente al recupero del mammifero, in collaborazione con la motovedetta Guardia Costiera di Salerno coordinata dal capitano Attivissimo e dal nostromo Raffaele D´Urso, che nonostante i molteplici impegni legati alla Regata storica svoltasi ad Amalfi, sono arrivati sul posto tempestivamente.

Nei prossimi giorni l´Asl di Salerno effettuerà gli accertamenti del caso per risalire alla causa del delcesso.
Il caso, come detto, non è isolato, poichè alcuni giorni fa, sempre a Positano, venne recuperato unaltro delfino morto impigliato nelle reti.

Fonte: PositanoNews


Calabria, capodoglio intrappolato. Da due giorni preso in una spadara

Giugno 13, 2008

COSENZA – La pesca illegale torna a fare vittime. Questa volta a pagare le conseguenze delle “reti fuorilegge” è un capodoglio di dodici metri, intrappolato da due giorni in una spadara al largo di Cetraro, nell’alto Tirreno cosentino davanti alle coste della Calabria. A denunciarlo è l’organizzazione ambientalista Wwf, che sottolinea come la spadara sia “uno strumento di pesca fuorilegge da anni, ma ancora largamente usato nei nostri mari”. “Le cause – scrive il Wwf in una nota – sono l’incoerenza della politica e la mancanza di assidui controlli”.

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Sono due giorni che il cetaceo lotta tra la vita e la morte, letteralmente “incaprettato”, con testa e coda imprigionate. Da ieri si agita furiosamente, ma è impigliato nell’enorme rete, che avvolge quasi tutto il corpo e la mandibola. Le motovedette della Guardia di finanza, delle Capitanerie di porto e degli esperti del Wwf lo stanno monitorando, ma il mare forza cinque ieri non ha permesso di intervenire e, anche oggi, il maltempo ha reso impossibile salvare il capodoglio.

“La pesca illegale – sostiene l’organizzazione ambientalista – non rispetta le regole e nemmeno i pescatori, che delle risorse del mare vivono”. Pesanti le conseguenze di questa pratica: “Questa piaga ha ridotto al minimo gli stock ittici e ora a peggiorare la situazione per i pescatori ‘legali’ si aggiunge il caro gasolio”. E le vittime non sono solo i grandi cetacei: “Si stima che in Italia più di 8.000 tartarughe vengano catturate con le reti a strascico e, tra le 3.000 e le 6.000 o più, con il palangrese derivante, cioè lunghe lenze con migliaia di ami ed esche”.

Il Wwf ha lanciato anche una petizione per chiedere al ministero delle Politiche agricole e forestali un regolamento per garantire che i prodotti di pesca importati dall’Ue – freschi, congelati o trasportati – provengano da attività lecite e sostenibili.

Fonte: Repubblica


Cornovaglia, muoiono 21 delfini spiaggiati

Giugno 13, 2008

LONDRA (Gran Bretagna) - Almeno 21 delfini si sono spiaggiati lunedì, trovando la morte, sulle coste della Cornovaglia, in Inghilterra, entrando nel fiume Percuill e finendo sulle spiagge della località di Porth Creek.

IL SALVATAGGIO – I soccorritori accorsi sulla scena per aiutare i mammiferi a ritrovare le acque profonde sono riusciti a liberare sette delfini. Ma per la maggior parte del banco non c’è stato nulla da fare. «Una carneficina», ha detto Dave Nicoll, uno dei volontari presenti, alla Bbc. «Non abbiamo visto uno spiaggiamento di questa scala dal 1981», ha detto un portavoce della British Divers Marine Life Rescue (Bdmlr).

SPIRITO DI GRUPPO – La ricostruzione che della vicenda è stata fatta confermerebbe la proverbiale intelligenza e propensione ad aiutare gli altri di questi mammiferi marini. Si pensa infatti che qualche esemplare di delfino sia stato risucchiato dalla corrente del fiume e che le sue disperate grida di aiuto abbiano attirato il resto del banco in quella che si è rivelata una trappola senza via d’uscita.

MARINA SOTTO ACCUSA – Secondo la Bdmlr, tuttavia, il disorientamento degli animali potrebbe anche essere stato dettato dalle onde radio emesse dai sonar di alcune navi militari in transito nella zona.. Ma la Royal Navy ha affermato di non aver alcuna nave in attività in quell’area da giovedì scorso. David Jarvis, della British Divers Marine Life Rescue, ha detto alla Bbc che la causa potrebbe essere anche qualcosa che ha spaventato gli animali, come una balena-killer.

L’AUTOPSIA - Dall’autopsia non risulta che i mammiferi fossero stati avvelenati. Anzi godevano di ottima salute prima di andarsi a incastrare nelle insenature dei fiumi vicino a St Mawes. Alcune femmine erano gravide. Intanto continuano le ricerche qualora ci fossero altri delfini in difficoltà. Quando i delfini si sono spiaggiati, nella zona si trovavano in tutto 76 esemplari. La buona notizia è che almeno 40 di loro, che si erano infilati nel fiume pur senza rimanere incagliati, sono stati aiutati a riguadagnare il mare aperto e la salvezza. Questo episodio è stato descritto come il peggiore caso si delfini spiaggiati mai visto in Gran Bretagna.

Fonte: Corriere.it


Motore ad alghe? È possibile

Giugno 13, 2008

SAN DIEGO (CALIFORNIA) – Le alghe sono da tempo protagoniste del dibattito sulle energie pulite alternative. Con queste piante marine si possono fare molte cose, e una start up di San Diego ha provato addirittura a utilizzarle per produrre combustibile. L’azienda si chiama Sapphire Energy e converte le alghe in green crude, vale a dire in greggio verde. Gli ingredienti della ricetta sono luce solare, acqua non potabile, alghe e anidride carbonica, e il processo di raffinazione può avvenire negli stabilimenti in cui viene separato il petrolio greggio.

LE ALGHE – Secondo il Ceo dell’azienda americana, Jason Pyle, la scoperta inaugurerà un paradigma di cambiamento. Ma la notizia non è così nuova e c’è già stato chi in passato ha provato a utilizzare le alghe come benzina. Shell per esempio aveva annunciato la costruzione di un laboratorio alle Hawaii proprio per studiare il modo di ricavare carburante da queste formazioni. Nulla si è più saputo di tale iniziativa, presto accusata di greenwashing (operazione di ricostituzione dell’immagine attraverso iniziative ecologiche), ma che le alghe abbiano molto a che fare con il petrolio è risaputo. La formazione del cosiddetto oro nero è dovuta infatti alla decomposizione di sostanze organiche provenienti da organismi acquatici del regno animale e vegetale.

SCENARI FUTURI – La Sapphire Energy non ha rilasciato alcuna informazione circa i dettagli del processo di conversione, né ha rivelato informazioni sul progetto pilota esistente. Quel che è certo, secondo l’azienda di San Diego, è che entro tre anni il nuovo combustibile verde sarà utilizzato per alimentare i veicoli eco-sostenibili ed entro cinque anni entrerà a pieno regime in commercio.

Emanuela Di Pasqua

Fonte: Corriere.it


Fiocco rosa all’acquario di Vancouver

Giugno 12, 2008

Mediterraneo riparte con la notizia di un lieto evento…Dopo quasi 3 ore di travaglio, Qila, ha dato alla luce la sua piccola beluga, che pesa ben 50kg ed è lunga 1,50 mt.
Non potevamo ricominciare in modo migliore !
Se volete, potete guardare la galleria fotografica su Repubblica