Occhi inquisitori

gennaio 20, 2008

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I paguri sono crostacei particolari, che hanno perso la dura protezione dell’addome, e devono cercarsi una conchiglia per proteggerlo. Sono diffusi in tutti i mari del mondo, con centinaia di specie di tutte le dimensioni. Si nutrono di tutto quello che trovano nelle loro peregrinazioni, da resti animali a vegetali a prede vive, che afferrano con le robuste chele. Nella caccia sono aiutati dagli occhi, posti su lunghi peduncoli.

Fonte: Focus.it
Foto di Egidio Trainito, tratte dal volume “Il cacciatore di esche”


90 minuti in apnea. Parola di foca!

gennaio 20, 2008

147841.jpgNeppure il più allenato campione può sopravvivere così a lungo sott’acqua come i mammiferi marini. Il nostro cervello ha bisogno di un rifornimento costante di ossigeno, specialmente durante l’esercizio fisico, in netto contrasto con ciò che accade, per esempio, ad alcune foche che, per cercare cibo, riescono a rimanere in immersione, sotto il ghiaccio antartico, fino a 90 minuti, restando attive e mentalmente perfette per tutto il tempo. Qual è il loro segreto? Secondo uno studio condotto all’Università di California, Santa Cruz, alcuni animali, compresi delfini, balene e lontre marine, sembrano possedere nel loro cervello, elevati livelli di proteine complesse. E sono proprio queste neuroglobine e citoglobine che proteggerebbero le strutture cerebrali dagli stati di ipossia (carenza di ossigeno). Le citoglobine sarebbero infatti in grado di trasportare efficientemente l’ossigeno all’interno del cervello anche quando i livelli di ossigeno in circolo sono estremamente bassi, mentre le neuroglobine sembrano poter bloccare la formazione di radicali liberi distruttivi. Non è ancora chiaro se gli elevati livelli di queste proteine rinvenuti in alcune specie siano già presenti alla nascita o la loro produzione sia stimolata da comportamento e ambiente. In ogni caso, le quantità di proteine trasportatrici dell’ossigeno sembrano essere comunque inducibili. Meccanismo, questo, che potrebbe essere sfruttato anche nell’uomo per minimizzare i danni cerebrali dovuti a patologie che riducono l’afflusso di sangue al cervello.

Fonte: Focus.it


In Australia si studia la lingua dei delfini

gennaio 5, 2008

Curiosi, intelligenti, socievoli e… chiacchieroni! I delfini non perdono occasione per “parlare” fra loro. Ma che cosa avranno da dirsi? La ricercatrice australiana Liz Hawkins ha origliato per tre anni le loro conversazioni, cercando di interpretarle. Dopo aver individuato un gruppo di tursiopi (tursiops truncatus: detto “delfino dal naso a bottiglia”, è il delfino più noto), ha registrato i battibecchi di una cinquantina di coppie e isolato 1.647 suoni, che ha poi raggruppato in 186 categorie a seconda della frequenza e durata. Il risultato? Un elenco di 200 suoni diversi, di cui 20 molto comuni. Soprattutto, la ricercatrice ha scoperto che i classici fischi sono collegati ad alcuni comportamenti. Per esempio, quando cavalcano le onde i delfini emettono un verso riconducibile a un’espressione di euforia, mentre nelle nuotate in coppia emettono suoni regolari e simmetrici. Questi mammiferi acquatici cominciano a sviluppare un proprio personale fischio durante l’infanzia, e lo conservano per tutta la vita, tanto da riconoscersi l’un l’altro (funziona soprattutto fra membri della stessa famiglia). «La loro comunicazione», afferma la Hawkins, «è complessa e contestuale, e si può definire “lingua”.»

Fonte: Focus


Meraviglie negli abissi

dicembre 29, 2007

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Nuovi studi scientifici sugli squali-balena sono stati realizzati grazie alle informazioni inviate dagli eco-turisti. Viaggiatori che permettono di scoprire un mondo

Copyright Brad Norman. Foto dal sito http://www.whaleshark.org

Fonte: RepubblicaImmagini


Gli squali-balena, i “mostri marini” studiati grazie agli eco-turisti

dicembre 29, 2007

este_27165103_06490.jpgSCEGLIERE una zona turistica in base alla sua compatibilità ambientale può essere ancora più importante del previsto. Uno studio condotto in una riserva naturale australiana ha dimostrato infatti che i turisti ogni tanto possono anche essere una risorsa scientifica. Il biologo marino Brad Norman, dell’istituto Ecocean della Murdoch University, nell’Australia occidentale, studiava gli squali balena da anni. Si tratta di animali enormi, di 20 tonnellate di peso, una specie della quale si sa pochissimo e che, vista la sua abitudine a muoversi su spazi molto ampi, è difficile da rintracciare e seguire nei suoi spostamenti. Norman ha però utilizzato le risorse base del momento, i computer e internet, e fatto appello ai turisti che si recano nelle riserve marine per nuotare con gli squali balena, animali particolarmente mansueti, per raccogliere un numero di dati mai ottenuti in precedenza.

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Giganti buoni. Non mordono, non attaccano, hanno circa 3000 denti in ogni mascella, ma li usano per filtrare l’acqua e si nutrono di piccoli pesci e gamberetti. Il nome balena gli viene dal fatto che sono grandi quanto una megattera, ma non sono mammiferi, respirano con le branchie e, da squali, non hanno uno scheletro osseo, ma cartilagineo. Gli squali balena sono i parenti docili dei grandi predatori del mare e sono sulla via dell’estinzione. Secondo la lista dell’IUCN, la World Conservation Union, sono una specie a grave rischio di estinzione perché viene cacciata dall’uomo per la carne e le pinne e perché il loro ambiente è sempre più minacciato. Sono stati segnalati nelle acque calde e tropicali di oltre 100 Paesi al mondo, ma solo in Australia, Honduras, India, Maldive, Messico, Filippine, Sudafrica, Tailandia e Stati Uniti sono considerati una specie protetta. Ciò non significa tuttavia che tutti questi paesi abbiano creato delle riserve in cui questi squali possano sentirsi più sicuri.
L’esperienza di Ningaloo. Lo ha fatto l’Australia, che con il Ningaloo Marine Park, ha capito la potenzialità degli squali balena per il turismo. Sono animali talmente mansueti che si può nuotare vicino a loro: l’unico pericolo viene dal trovarsi troppo vicino alla loro coda ed essere colpiti in un’improvvisa virata. A Ningaloo, da aprile a giugno, il “whale-shark watching” è un’attività redditizia, che consente di attirare visitatori nella zona e, dal ’95 a oggi, aiutare la ricerca. Da quella data infatti il biologo Brad Norman ha chiesto ai turisti che visitano il parco di mettere a disposizione del suo istituto, l’Ecocean, le immagini scattate nelle loro nuotate con gli squali balena. Attraverso un semplice programma attivo sul sito dell’istituto (www.ecocean.org), le immagini sono poi messe a confronto tra di loro e grazie al fatto che ogni squalo è identificabile per le macchie e le strisce sulla pelle, uniche per ciascun esemplare, i diversi frequentatori del Ningaloo Park sono identificati e catalogati anno dopo anno.
Le buone notizie. La collaborazione degli ecoturisti è stata eccezionale e le loro segnalazioni, insieme a quelle dei ricercatori di altri istituti marini come quelli del Maryland e dell’Oregon hanno consentito di raccogliere un numero di dati mai avuti in precedenza. Sì, perché un ecoturista che ama gli animali in genere visita più paesi per vedere il suo preferito. Così i turisti non hanno mandato solo le foto da Ningaloo, ma hanno continuato a collaborare con la ricerca del professor Norman da ogni parte del mondo, hanno sparso la voce tra amici, ne hanno parlato sui blog. Insomma, l’effetto web ha ancora una volta amplificato un fenomeno e sono arrivati al sito di ricerca oltre 5mila immagini, un totale di dati dieci volte superiore a qualunque studio precedente su questi animali.
I risultati. I ricercatori hanno potuto infine affermare con certezza che molti squali balena tornano anno dopo anno nella riserva di Ningaloo, un fenomeno che è da attribuire anche al modo in cui viene gestita l’area, e che la popolazione australiana è in buona salute rispetto a quella mondiale. “Applicare il sistema di Ningaloo ad altre riserve sulle rotte migratorie degli squali balena – dice Norman – potrebbe servire a creare una buona alternativa alla caccia. Ningaloo dimostra che guardare gli squali e aiutare i turisti a farlo è più redditizio che cacciarli”. Dal punto di vista dell’osservazione della specie, i dati raccolti hanno permesso di accertare che gli squali balena che frequentano la riserva australiana si dividono in esemplari che tornano anno dopo anno e frequentatori occasionali, il che, confrontato con dati da altri paesi, potrebbe dare in seguito indicazioni sul modo in cui questi animali si spostano da una località all’altra: nulla si sa ancora con certezza, infatti, sul posto dove si riproducono.

Di Cristina Nadotti

Fonte: Repubblica


Pelagie: si studiano tartarughe e delfini

dicembre 27, 2007

lampedusa.jpgLAMPEDUSA – L’arcipelago delle Pelagie posto al centro del Mar Mediterraneo rappresenta un sito ideale per l’osservazione di molte specie marine. L’isolamento geografico, le diverse caratteristiche oceanografiche e batimetriche tra il versante nord e sud dell’Arcipelago lo rendono ideale luogo di studio per moltissime specie anche se caratterizzate da abitudini molto differenti. La NECTON Marine Research Society da diversi anni si occupa di studi sulla presenza e la distribuzione dei cetacei e delle tartarughe marine nelle acque di Lampedusa.
Oltre alla popolazione stanziale di Tursiope, Tursiops truncatus e al passaggio stagionale della balenottera comune Balaenoptera physalus, particolare attenzione è rivolta all’incremento di avvistamenti di delfino comune Delphinus delphis e alla ormai dimostrata presenza di tartaruga marina Caretta caretta anche nei periodi invernali.
Sono nati così due progetti con lo scopo di approfondire le conoscenze biologiche ed etologiche delle specie che frequentano queste acque: 3rd Lampedusa Marine Mammals Workshop e Mediterranean Sea Turtle Project.
All’interno della raccolta dati la NECTON organizza due corsi di formazione aperti a tutti coloro che per passione o studio vogliono approfondire le loro conoscenze su tartarughe marine o cetacei, avendo la possibilità di partecipare direttamente e attivamente ai progetti.
I corsi di durata settimanale daranno ai partecipanti, attraverso lezioni teoriche e uscite in mare, la possibilità di prendere parte ad ogni singola fase della ricerca diventando così protagonisti del progetto. Nel corso delle uscite in mare avranno inoltre la possibilità di utilizzare tutta la strumentazione necessaria per la raccolta dati: plotter, gps, ecoscandagli,
Idrofoni, macchine fotografiche e binocoli.
I progetti si svolgeranno dal 7 marzo al14 aprile. I corsi, riconosciuti da Università ed enti, daranno la possibilità di ricevere crediti formativi. Per ulteriori informazioni e per il programma dettagliato delle attività vi invitiamo a visitare il sito www.necton.it o scrivere a info.necton@email.it

Fonte: Aqva


Perchè le zampe dei pinguini non congelano

dicembre 21, 2007

2003730134111_8.jpgIl sistema che permette ai pinguini di non avere le zampe congelate, nonostante poggino sul ghiaccio per molte ore, non è molto diverso, anche se è più raffinato e complesso, da quello che assicura all’uomo di avere mani calde anche in pieno inverno. Il processo metabolico, vale a dire la reazione chimica che genera energia e calore, ha bisogno di ossigeno. Il sistema circolatorio dei pinguini (e di molti altri animali) porta l’ossigeno dai polmoni al cuore e da qui a tutto il corpo, tramite il sangue che circola nel sistema delle arterie. Insieme all’ossigeno viene trasportato anche il calore, che viene in gran parte disperso attraverso la pelle.
Indietro tutta. Questo nei pinguini non accade per la presenza di un sistema detto di “scambio controcorrente”. Si tratta di un apparato che fa in modo che il calore che viene disperso dalla parte arteriosa dei capillari venga recuperato quasi totalmente dai capillari venosi, prima tappa del circuito di vene che riportano il sangue verso il cuore. In questo modo, anche nelle zone più periferiche dell’organismo le cellule vengono rifornite dell’ossigeno necessario per vivere, ma il calore non viene disperso attraverso la pelle. Il risultato è che i piedi dei pinguini non congelano nonostante siano esposti a temperature molto basse.

Fonte: Focus
 


Campioni di apnea

dicembre 19, 2007

1295.jpgIl cervello umano ha bisogno di un costante rifornimento di ossigeno, per questo non può sopravvivere che pochi minuti sott’acqua. Al contrario alcuni mammiferi marini, come le foche dell’Antartico, possono trattenere il respiro anche per 90 minuti. Secondo uno studio condotto dall’Università della California e pubblicato su Proceedings of The Royal Society, questa e altre specie come delfini, balene e lontre di mare, sembrano essere protette dalla mancanza prolungata di ossigeno (ipossia) grazie a elevati livelli di speciali proteine. Il gruppo di ricerca, guidato da Terrie Williams, ha focalizzato l’attenzione su due globine, la  neuroglobina e la citoglobina, proteine che risiedono nel tessuto cerebrale (a differenza della più nota emoglobina, che trasporta l’ossigeno attraverso la circolazione sanguigna). Le citoglobine sembrano svolgere un ruolo chiave nel trasportare ossigeno dal sangue al cervello, persino quando i livelli del gas vitale sono estremamente bassi. Le neuroglobine invece sono particolarmente efficaci nell’attirare l’ossigeno e nel prevenire la formazione di radicali liberi. Insieme dunque queste due proteine potrebbero mantenere intatte le funzioni del cervello e proteggere dai danni durante l’ipossia. Il gruppo di ricerca ha ottenuto questi risultati misurando e comparando le quantità di tali particolari globine nella corteccia cerebrale di 41 animali terrestri e 23 mammiferi marini per un totale di 16 specie diverse.
Non è ancora chiaro se le alte concentrazioni di citoglobine e neuroglobine siano acquisite dalla nascita o stimolate dall’ambiente o dal comportamento: in entrambi i casi comunque il loro accumulo sembra essere inducibile. Ciò ha delle importanti implicazioni per l’uomo: se infatti la produzione di tali globine potesse essere indotta nell’essere umano, potrebbe aiutare a limitare i danni causati al cervello da patologie legate all’invecchiamento o da ictus. (m.r.)

Fonte: Galileo


Come fa il pesce palla a gonfiarsi?

dicembre 15, 2007

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Un pesce palla (Arothron meleagris) fotografato nei fondali delle isole Galapagos.

Il responsabile del rigonfiamento del pesce palla è un diverticolo, una sorta di sacchetto a fondo chiuso situato nello stomaco. In caso di pericolo, questi pesci trasformano la bocca in un’efficace pompa: inghiottono acqua e la spingono sotto pressione nel diverticolo vincendo la resistenza opposta da potenti muscoli che funzionano da valvola. In questo modo il diverticolo si gonfia, occupando tutti gli spazi interni fino all’altezza delle pinne pettorali. Cessato il pericolo, il pesce espelle l’acqua dalla bocca e dalle aperture branchiale; la dose di stress subita può essere però causa di gravi problemi. Oltre che di acqua, i pesci “a tutto tondo” possono gonfiarsi anche di aria; questo capita quando sono estratti rapidamente dall’acqua o se sono sorpresi dalla bassa marea. Fonte: Focus


Perché le meduse muoiono in poche ore dentro un acquario?

dicembre 15, 2007

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La medusa quadrifoglio (Aurelia aurita) è così chiamata per forma degli organi interni, che in trasparenza assomigliano, appunto, a un quadrifoglio. All’Acquario di Genova è possibile osservarne più esemplari in vasca.

L’acquario non è un luogo adatto alle meduse perché c’è il rischio che questi animali vadano a sbattere o striscino contro le pareti. Le meduse infatti non devono mai urtare contro corpi duri né sfregare contro qualcosa di ruvido, perché si rompono o si feriscono. Fatte per il 90% di acqua, sono molto fragili, e basta il minimo urto per causare loro un danno che, oltretutto, facilmente si infetta.
Bisogna dunque che stiano in un flusso costante di acqua, studiato secondo le necessità e le misure di ogni specie, che le allontani dalle pareti senza però traumatizzarle con troppa energia.
Vasche per esperti. Non è detto che le meduse, termine che comprende molte specie dalle caratteristiche e dimensioni diverse, inevitabilmente muoiano se messe in cattività. Per esempio l’Acquario di Genova ha meduse che sopravvivono a lungo e si riproducono, grazie ad anni di studio e ricerca e con la continua assistenza di specialisti (biologi, veterinari ecc.) e di un laboratorio.

Fonte: Focus


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