Squalo gigante ripreso nelle profondità oceaniche

febbraio 9, 2008

Per la serie video pazzeschi, vi propongo questo filmato (pubblicato su YouTube) che riprende uno squalo gigante. Si tratta di uno squalo a sei branchie (Hexanchus). Il video è stato girato nel corso di un’immersione subacquea al largo della costa nord-orientale di Molokai ad una profondità di circa 1000 metri. Sfruttando i due puntatori laser rossi, che si vedono nel filmato, e che distano tra loro 6 centimetri si è riusciti a stimare la lunghezza dello squalo: circa 18 metri!!! La voce che commenta il video è del professor Drazen Jeff dell’Università Oceanografica delle Hawaii. Guarda il video: [Per la serie video pazzeschi, vi proponiamo questo filmato (pubblicato su YouTube) che riprende uno squalo gigante. Si tratta di uno squalo a sei branchie (Hexanchus). Il video è stato girato nel corso di un’immersione subacquea al largo della costa nord-orientale di Molokai ad una profondità di circa 1000 metri. Sfruttando i due puntatori laser rossi, che si vedono nel filmato, e che distano tra loro 6 centimetri si è riusciti a stimare la lunghezza dello squalo: circa 18 metri!!! La voce che commenta il video è del professor Drazen Jeff dell’Università Oceanografica delle Hawaii.

Fonte: Giornale dei blogger WordPress


Il viaggio della tartaruga ventimila chilometri sotto i mari

febbraio 9, 2008

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Questa tartaruga liuto è partita da una spiaggia dell’Indonesia ed è approdata negli Stati Uniti. Lo straordinario viaggio di questo esemplare di Dermochelys coriacea che ha nuotato per ventimila chilometri in cerca di cibo, è stato registrato dal Wwf che spera così di amplificare gli sforzi internazionali per preservare questa specie rara e in pericolo di estinzione.

Fonte: RepubblicaImmagini


Lo squisito abalone e il rischio del divieto assoluto di pesca

gennaio 31, 2008

foto_11766.jpgLIVORNO. Dal primo febbraio in Sudafrica scatterà il divieto di pesca degli abaloni, quelle che noi chiamiamo orecchie di mare, considerati una squisitezza ed un potente afrodisiaco nel sud-est asiatico, dove vengono importati in gran quantità, e per questo ormai ridotti alla prossima estinzione. Il divieto di raccolta e pesca degli abaloni era stato annunciato nel novembre 2008 dal ministro dell’ambiente e del turismo sudafricano Martinis van Chalky, che nello spiegare la misura assolutamente necessaria disse: «Sfortunatamente, siamo al punto che la pesca dell’abalone selvatico non si può più giustificare, dato che la sua esistenza si è ridotta ad un livello che la risorsa è minacciata di estinzione».

Negli anni ’60 del secolo scorso in Sudafrica si pescavano 2.800 tonnellate all’anno di abaloni, nel 1970 vennero introdotte le quote fino ad un massimo di 700 tonnellate all’anno, che vennero ulteriormente ridotte nel 1995, fino ad arrivare nel 2006 e nel 2007 a 125 tonnellate. Ma questo non ha impedito la raccolta illegale di queste grandi orecchie di mare che sul mercato cinese, durante le festività del nuovo anno, raggiungono i mille dollari al chilogrammo.

Per questo nel 2007 il governo di Tshwane (come si chiama oggi Pretoria) ha chiesto al Cites di introdurre questi molluschi nell’Appendice III delle specie commerciali minacciate, richiedendo l’embargo di vendita internazionale per gli abaloni sudafricani pescati illegalmente e non certificati. Il Sudafrica ha anche iniziato un pattugliamento delle coste per impedire la raccolta di frodo dei molluschi, un’attività che impegna 170 uomini ed una ventina di imbarcazioni, elicotteri ed aerei da ricognizione, con un costo per le casse pubbliche di 3,2 milioni di dollari all’anno.

Ma neanche questo è riuscito a fermare i bracconieri e lo stock di abaloni del Sudafrica è calato drasticamente. Sfogliando i registri di confisca Cites si scopre che gli abaloni pescati illegalmente sono moltiplicati in maniera esponenziale tra il 1996 e il 2006. Nel 2007, è stato confiscato almeno un milione di orecchie di mare sudafricane, per un valore di circa 20 milioni di dollari, probabilmente solo una piccola parte del traffico abusivo.

Ma le perplessità sul divieto assoluto di pesca non convince tutti, nemmeno esperti ed ambientalisti. Secondo quanto ha detto al The Cape Times una ricercatrice dell’unità di valutazione ambientale dell’università di Città del Capo, María Hauck, la sospensione della pesca degli abaloni potrebbe provocare addirittura un aumento della loro raccolta illegale.

«Il governo – spiega la Hauck – ha alienato i diritti legali dei possessori di licenze, mentre avrebbe dovuto allearsi con loro per gestire le risorse».Il problema è infatti cosa faranno (e come reagiranno) le 800 persone che lavorano legalmente nel settore e che fanno un fatturato annuo di 21 milioni di dollari. Con la ricercatrice concorda addirittura Markus Bürgener, di Traffic, un network mondiale sul controllo del commercio di risorse naturali al quale aderiscono anche Cites e Wwf. «Se non si danno a questi pescatori altre opzioni percorribili per potersi sostenere – spiega Bürgener – il pericolo è che qualcuno tra loro ricorra alla raccolta illegale. Questo è il lavoro che conoscono meglio».

Il governo sudafricano pensa di inserire i pescatori di abaloni nell’industria turistica, in particolare nelle attività di whale-watching, ma anche di realizzare, con un investimento di 15 milioni di dollari, 6 impianti di acquacoltura per allevare abaloni. Ma l’allevamento in mare degli abaloni richiede 5 o 6 anni per raggiungere la taglia commerciale (7 o 800 grammi) e anche se impianti del genere esistono già in Sudafrica ed esportano oltre 180 tonnellate di prodotto all’anno, questa pratica presenta molti rischi, ha alti costi di partenza, richiede personale specializzato. Inoltre, è energivora ed ha bisogno di essere supportata da generatori autonomi, perché in caso di interruzione di corrente le orecchie di mare iniziano a morire già dopo la prima mezz’ora. Ma l’acquacoltura pare l’unica soluzione reale per allentare la pressione sugli abaloni selvatici e salvarli dall’estinzione, impiegando le abilità dei pescatori per distoglierli dalla cattura illegale di questi molluschi.

Fonte: Greenreport


I cristalli fotonici dei pesci

gennaio 30, 2008

2062-984.jpgQuando, durante una celebrazione, si leva in alto il proprio calice di cristallo per fare un brindisi, non si può fare a meno di notarne la brillantezza, a meno che la vista non si sia offuscata a causa dei brindisi precedenti.
La struttura cristallina dei solidi colpisce per il senso di ordine e di perfezione che infonde, tanto che Platone considerò queste forme regolari come gli elementi che costituiscono l’universo.
Un particolare tipo di struttura cristallina è quella dei cosiddetti cristalli fotonici. Essi sono strutture periodiche dell’ordine di grandezza di un milionesimo di millimetro in grado di riflettere perfettamente radiazioni elettromagnetiche di una certa frequenza e di assorbirne altre. Un minerale che presenta questo tipo di struttura è l’opale.
Le applicazioni dei cristalli fotonici sono innumerevoli, dai dispositivi ottici ai cavi di trasmissione dati, ma la loro costruzione presenta grandi difficoltà a causa delle ridottissime dimensioni di tali strutture.
In natura, esistono degli abilissimi costruttori di cristalli fotonici: i pesci.
È questo il risultato della ricerca condotta da un gruppo di biologi e ingegneri dei materiali israeliani in attesa di pubblicazione sulla rivista Crystal Growth & Design.
I ricercatori, spinti dal proposito di spiegare i tipici riflessi metallici presenti nelle squame dei pesci, hanno analizzato le scaglie di una carpa comune attraverso la tecnica di diffrazione dei raggi X.
L’analisi ha mostrato che la livrea del pesce è formata da diversi strati sovrapposti di citoplasma e cristalli di guanina.
Ciò che ha sorpreso gli studiosi è il fatto che questi cristalli hanno una struttura diversa da quella che è normalmente possibile costruire in laboratorio.
In qualche modo, l’organismo dei pesci stimola la formazione di particolari strutture cristalline della guanina in grado di massimizzare la riflessione della luce visibile.
Questo causa la brillantezza “metallica” nella livrea dei pesci, i quali sfruttano tali riflessi per nascondersi ai predatori, specialmente quando si trovano a nuotare vicino alla superficie dell’acqua.

Antonio Vassallo

Fonte: TifeoWeb


I leoni marini muoiono all’alba

gennaio 30, 2008

Di FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK -Il suo patrimonio di piante e animali è passato alla storia per aver ispirato la teoria della selezione naturale del naturalista Charles Darwin. Ma da oggi le Galapagos rischiano di essere ricordate per la strage dei leoni marini, cinquantatre esemplari delle riserve massacrati e uccisi con una serie di colpi alla testa.
La scoperta ha sconvolto la piccola comunità locale, circa 15 mila abitanti in tutto l’arcipelago situato a un migliaio di chilometri ad ovest delle coste dell’Ecuador, nell’Oceano Pacifico. Tra gli esemplari protetti c’erano 9 maschi e 6 femmine adulti, 25 giovani e 13 cuccioli: il macabro rito ripetuto come una litania dell’orrore, ha provocato la spaccatura del cranio e l’atroce morte degli animali .
«L’unica cosa evidente era questo enorme buco, una frattura sulla loro testa», dice Victor Carrion, funzionario del Parco nazionale delle Galapagos. L’episodio è avvolto nel mistero, nessuno tra i responsabili delle riserve e la popolazione locale riesce a capire il motivo di tanta ferocia.
Le autorità dell’Ecuador, da cui dipendono le Galapagos, hanno aperto un’inchiesta ma sembrano escludere l’azione di spregiudicati bracconieri, come accadde nel 2001, quando 35 leoni marini maschi furono uccisi e dai corpi furono estratti denti e organi genitali, ingredienti di ricette afrodisiache cinesi. Ma non è questo il caso secondo Carrion, perché nessun animale è stato mutilato, evirato o privato della pelle.
I corpi sono stati trovati nell’isola di Pinta – una delle 19 che fanno parte dell’arcipelago – in evidente stato di decomposizione. L’allarme è scattato dopo i primi rilevamenti: i leoni marini delle Galapagos non hanno infatti predatori naturali e di solito non attaccano né sono attaccati dall’uomo. «Nessun altro animale è stato trovato morto o ferito sull’isola – prosegue Carrion – e questo getta ulteriori ombre sull’accaduto, dal momento che dobbiamo escludere aggressioni tra specie diverse».
I leoni marini sono tra gli animali più importanti delle isole, fondamentali per la catena alimentare che governa gli equilibri dell’ecosistema locale. In caso di scomparsa le ricadute sarebbero gravissime sulla flora e sulla fauna, considerate uniche al mondo. Le tante e diverse specie di uccelli esotici, di iguana marini e di tartarughe giganti fanno dell’arcipelago un paradiso naturale come pochi al mondo, il primo del Pianeta ad essere ufficialmente dichiarato patrimonio naturale protetto. Tuttavia lo scorso anno l’Unesco – l’agenzia Onu che si occupa della tutela dei beni culturali, scientifici e ambientali – ha lanciato un allarme dichiarandone «stato di pericolo» a causa dell’invasione di nuove specie, ma soprattutto per la crescente immigrazione e il turismo di massa.

Fonte: LaStampa.it


Ballerina marina

gennaio 24, 2008

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Timida, ma curiosa. Veloce nuotatrice, nonostante i quasi 10 metri di lunghezza, e soprattutto molto agile. Come una ballerina.
Si tratta della balenottera minore del Nord (Balaenoptera acutorostrata), una delle più piccole (si fa per dire) specie di balenottera. Di solito è difficile avvicinarla, ma alcuni individui curiosi “perlustrano” le zone dove ci sono barche, accostandosi senza preavviso e nuotando a lungo accanto alle imbarcazioni. Sono così svelti che riescono a saltare completamente fuori dall’acqua, come i delfini. E si lanciano in “danze” fuori e dentro l’acqua che lasciano i fortunati spettatori allibiti. Come è successo ai ricercatori di una nave oceanografica che hanno fotografato questo esemplare nell’Oceano Pacifico.

Fonte: Focus.it


Dove si va?

gennaio 24, 2008

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Dove andranno queste tartarughe giganti che in fila formano quasi un punto di domanda?
Probabilmente non molto lontano: questi animali (Geochelone nigra) tipici delle Isole Galapagos non superano i 300 metri all’ora. Considerando però che vivono più di cent’anni hanno tutto il tempo per girare in lungo e in largo il territorio.
Nell’arcipelago ecuadoregno esistono 11 sottospecie di tartarughe giganti che si differenziano tra loro per la forma del guscio, detto carapace. Questi antichi rettili, che possono raggiungere 300 chilogrammi di peso, prima dell’arrivo degli esseri umani (XIX secolo) erano molto più numerosi: si stima fossero oltre 250 mila. Dopo la colonizzazione, a causa dei cacciatori e dell’introduzione di ratti e capre che predano le uova, il loro numero si è ridotto drasticamente. Ora, in tutto l’arcipelago, non ce ne sono più di 20 mila.

Fonte: Focus.it


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