Le balene sempre più al caldo

ROMA. Alla vigilia dell’incontro della International Whaling Commission (Iwc) in Alaska, le associazioni ambientaliste si mobilitano con iniziative per far pressione sui rappresentanti di oltre 70 nazioni che si riuniranno ad Anchorage per decidere il destino delle grandi balene, con la forte pressione a favore della caccia di nazioni come Giappone, Islanda e Norvegia.
Greenpeace ha scelto una iniziativa clamorosa: ieri ha portato di fronte alla Porta di Brandenburgo a Berlino le carcasse di balene e delfini morti lungo le coste europee e poi raccolti dagli ambientalisti, cetacei uccisi dalle reti da pesca, dall’inquinamento, dal rumore sottomarino, dalle collisioni con le navi.
«Trecentomila balene e delfini vengono soffocati ogni anno nelle reti ed è impossibile calcolare quanti, oltre a questi, muoiono a causa di inquinamento, urti con le navi, impatto dei sonar o a causa dei cambiamenti climatici – ha detto Stefanie Werner, biologa marina di Greenpeace – Come è possibile che le nazioni aggiungano a questo scempio anche la caccia alle balene?».
Il Wwf ha invece pubblicato, insieme alla Whale and Dolphin conservation society (Wdcs), il dossier “Whales in hot water?” che dimostra come «gli impatti del cambiamento climatico sui cetacei sono sempre più incisivi: dal raffreddamento delle acque del mare per lo scioglimento dei ghiacci e l’aumentata frequenza delle piogge, fino a un aumento del livello dei mari, alla scomparsa di habitat polari e al declino, in aree di particolare importanza, delle popolazioni di krill, banchi di piccoli crostacei che vivono sotto lo strato di ghiaccio polare e che rappresentano la principale fonte di cibo per molte popolazioni di balene».
I nemici dei cetacei sono il cambiamento climatico che tra il 2005 e il 2006 ai poli ha sciolto un’area ghiacciata estesa quanto l’Italia, e le attività umane che uccidono ogni giorno circa mille cetacei.
Per Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia «balene, delfini e cetacei hanno una certa capacità di adattarsi ai cambiamenti del proprio habitat. Ma il clima sta cambiando talmente in fretta che non è chiaro fino a che punto riusciranno a cavarsela e la sopravvivenza di molte popolazioni di balene e delfini è seriamente minacciata. Gli Stati occidentali hanno un dovere ben preciso nei confronti di queste specie. E in Italia, il ministero dell’ambiente e il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali devono essere una vera forza politica a favore delle balene, che non deve limitarsi a una semplice partecipazione alle riunioni internazionali, ma coinvolga il nostro Paese in un’azione concreta che deve svolgersi ogni giorno dell’anno».
A rischio sono soprattutto i cetacei che vivono intorno ai poli, come beluga, narvali e balene della Groenlandia, che «saranno drammaticamente colpiti dalla riduzione della copertura ghiacciata dei mari. Tra l’altro, con la diminuzione dei ghiacci, è presumibile che aumenteranno anche le attività umane in aree fino ad ora intoccate dell’Artico, come la navigazione commerciale, la ricerca o l’estrazione di petrolio e gas naturale e lo sviluppo di attività militari. E tutto ciò comporterà rischi ancora maggiori derivati da inquinamento chimico e acustico, oltre che un numero più elevato di collisioni tra navi e balene».
Ma a mettere in pericolo i cetacei sono anche la riduzione di habitat, l’acidificazione degli oceani che assorbono sempre più CO2, la maggiore vulnerabilità alle malattie, la diminuzione della capacità riproduttiva e di sopravvivenza. «Il cambiamento climatico – dice il Wwf – potrebbe anche essere il colpo di grazia per le ultime 300 balene franche del Nord Atlantico, dato che la sopravvivenza dei loro piccoli è stata direttamente connessa agli effetti della variabilità climatica sull’abbondanza di prede».

Fonte: Greenreport

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