Balene anoressiche

Arrivano stremate davanti alle coste della California. “Sono vittime del riscaldamento dell’Oceano Pacifico”Questo non è stato un anno particolarmente favorevole per le balene grigie del Pacifico Orientale: hanno trascorso un inverno davvero difficile, suscitando l’attenzione e la preoccupazione dei ricercatori che le seguono. Gli scienziati dell’«Earthwatch Institute» – un’organizzazione internazionale che si occupa di conservazione e protezione della natura – hanno infatti rilevato che nello scorso inverno la riproduzione delle balene grigie nelle acque al largo delle coste del Messico non è andata affatto bene e si stanno interrogando sul perché di questo declino.
Questi cetacei, che possono raggiungere i 15 metri di lunghezza e le 35 tonnellate di peso, sono noti per essere i protagonisti di una delle migrazioni più spettacolari e impegnative del regno animale: ogni anno percorrono infatti oltre 20 mila chilometri per spostarsi dai quartieri invernali a quelli estivi. Durante l’estate, da aprile a novembre, frequentano le gelide acque dell’Artico, di fronte all’Alaska, ricche dei micro-crostacei di cui questi cetacei prevalentemente si nutrono. All’inizio dell’inverno, poi, scendono verso Sud, nuotando sempre nei pressi della costa nord americana, fino a giungere nelle più miti acque di fronte alla California e al Messico, dove danno alla luce i piccoli e si accoppiano nuovamente.
Recuperare forze e peso
Quest’anno, però, le balene grigie sono arrivate nelle aree di svernamento e riproduzione gravemente malnutrite e prive delle riserve di grasso necessarie per l’allevamento dei piccoli. Molte balene hanno quindi trascorso gran parte dell’inverno cercando di recuperare forze e peso e sono nati molti meno cuccioli del solito. Gli scienziati ancora non sanno dire con certezza se questo fenomeno sia influenzato dal clima o se sia invece un’oscillazione naturale tipica dei rapporti fra le prede e i predatori.
William Megill, ricercatore dell’«Earthwatch», è comunque molto allarmato per ciò che ha osservato in questi mesi: «Non sappiamo esattamente che cosa stia succedendo, ma quest’inverno in Messico abbiamo visto davvero troppe balene affamate e stremate e questo ci preoccupa moltissimo. Gli animali stanno letteralmente morendo di fame, non hanno più alcuna riserva di grasso e nessuno di loro si sta riproducendo. Trascorrono il tempo soltanto cercando da mangiare, mentre in questo periodo dovrebbero essere occupati ad allevare i piccoli e ad accoppiarsi».
Il precedente del Niño  
Questo fenomeno, tuttora misterioso, potrebbe essere legato ai cambiamenti climatici in corso, un’ipotesi suffragata dal fatto che nell’inverno 1997-98 ci fu un temporaneo crollo demografico per le balene. In quell’anno, infatti, l’eccezionale evento climatico del Niño riscaldò oltre il normale le acque dell’oceano: se la temperatura dell’acqua cresce, anche di qualche grado, il fenomeno influenza la disponibilità di ossigeno e provoca una diminuzione di tutti i micro-invertebrati e crostacei che costituiscono la base della catena alimentare marina. Proprio nel ‘97-‘98 la produttività generale del Pacifico orientale diminuì drasticamente e ci furono effetti negativi per tutta la fauna e conseguenze sull’industria della pesca.
Il limite massimo
Un’altra ipotesi, avanzata anche da Justin Cooke, che lavora per l’IUCN – la World Conservation Union – e si occupa di cetacei, è che semplicemente le balene grigie siano diventate troppe, raggiungendo il numero massimo di individui che possono essere sostentati dalle risorse disponibili. Dopo decenni di caccia scriteriata, dagli anni ‘40, le balene grigie del Pacifico Orientale sono protette e in questi decenni hanno avuto un incremento numerico costante, andando a costituire oggi una delle poche popolazioni di balene considerate quasi fuori pericolo, perché composta da oltre 15 mila individui. «Nessuna popolazione può espandersi indefinitivamente e queste balene sembrano aver persino superato la densità precedente all’era della caccia, perciò sarebbe strano se continuassero ad aumentare. E’ naturale che adesso tendano a diminuire», spiega Cooke.
Diminuzione di cibo
Megill accetta solo parzialmente questa spiegazione, nonostante abbia verificato la diminuzione di cibo disponibile nell’Artico. Secondo il ricercatore, sono coinvolti anche altri fattori nel fenomeno e punta il dito contro il lento ma inesorabile riscaldamento della temperatura degli oceani: «La situazione potrebbe essere anche molto più seria di come appare. La sofferenza delle balene grigie potrebbe essere solo il primo segnale di un cambiamento climatico più grave in atto nel Pacifico e dobbiamo scoprire al più presto che cosa sta succedendo per cercare di prendere contromisure adeguate».
Elisa Vallinotto

Fonte: La Stampa.it

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