I 10 grandi nemici del mare italiano

Il mare inquinato dagli scarichi illegali e dalle fogne non depurate, il cemento illegale e gli ecomostri sulle coste, la proliferazione incontrollata di porticcioli per diportisti e di approdi abusivi e la pesca di frodo. Ma anche l’erosione costiera, la proliferazione delle specie aliene, il fenomeno dei pescatori pseudo-sportivi, i rifiuti sulle spiagge, l’emergenza idrocarburi e i problemi delle aree marine protette. Per Legambiente sono 10 i grandi nemici del mare italiano: eccoli descritti uno per uno, con casi esemplari, numeri che ben rappresentano l’entità di ogni fenomeno e soluzioni possibili per restituire al Mare Nostrum salute e bellezza.
1. Gli scarichi inquinanti – La Sicilia, con 244 infrazioni accertate nel 2006, è la regione capofila, davanti alla Calabria (218) e alla Puglia (171), della classifica dell’inquinamento delle acque. Sul banco degli imputati ci sono scarichi illegali e mancata depurazione delle acque fognarie delle località costiere, basti pensare che il 45% della popolazione italiana non può contare su un sistema di depurazione completo. Complici della pessima qualità delle acque di balneazione sono spesso fiumi e torrenti che trasportano a mare i reflui non depurati delle città e dell’industria: lo scorso anno il 67% delle foci monitorate dai tecnici di Legambiente è risultato inquinato.
Cosa fare? I cittadini-bagnanti possono diventare delle vere e proprie sentinelle del mare, perché garantirsi un mare pulito in cui nuotare è un diritto, ma anche un dovere. Lo possono fare segnalando ai sindaci i casi di inquinamento delle acque, incalzando le amministrazioni locali ad adoperarsi, non solo attraverso i controlli e il censimento degli scarichi illegali, ma anche con interventi di messa a norma degli impianti di rete fognaria.
2. Gli ecomostri e l’abusivismo sulle coste – Sono una vera e propria piaga per le coste del nostro paese: tra villette private e grandi complessi alberghieri, le più grandi colate di cemento abusivo si concentrano nelle regioni del sud, Campania in testa, dove per trovare scheletri di cemento armato che testimoniano il business edilizio di piccoli imprenditori senza scrupoli e dell’ecomafia c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Cosa fare? Legambiente ne ha scelti 5, vecchie conoscenze che campeggiano da decenni su spiagge e scogli in alcuni dei tratti più belli del nostro litorale, e chiede che vengano abbattuti entro il 2007, per dare un segnale che rilanci con forza la lotta al cemento abusivo o legalizzato da sanatorie e amministratori compiacenti. Ecco dunque la top5 degli ecomostri costieri: lo Scheletrone di Palmaria a Portovenere nel cuore delle cinque terre, l’albergo mai finito di Alimuri a Vico Equense (NA), le palazzine sulla spiaggia di Lido Rossello a Realmonte (AG), gli obbrobri “palafitta” e “trenino” sul bagnasciuga a Falerna Scalo (CZ) e il villaggio abusivo di Torre Mileto a Lesina, nel Foggiano.
3. L’erosione costiera – Le spiagge in Italia occupano 3.950 km, il 50% dell’intera linea costiera. Di queste il 42% (1.661 km) è sottoposto a casi di erosione. La parte restante si salva grazie a opere di difesa manufatte che però modificano ambiente e paesaggio. L’erosione, che è un fatto di per sé del tutto naturale, è più forte dove si assiste alla demolizione delle dune costiere che non forniscono più scorte di sabbia alle spiagge. Ad accelerare il fenomeno contribuisce l’antropizzazione delle aree costiere che riduce l’apporto naturale di materiali che prima erano garantiti dai tratti di costa vicini, dai sedimenti fluviali e dall’erosione delle falesie. La regione più colpita dal fenomeno è il Molise: su 36 km di costa ha 22 km di spiaggia e di questi ben 20, il 91%, sono sottoposti a erosione.
Cosa fare? Cominciare a ridurre la quantità di cemento costiero, eliminando quello illegale o non necessario, promuovere la tutela e la salvaguardia delle dune ancora esistenti e trovare soluzioni alternative agli interventi di difesa rigidi che non hanno risolto il problema.
4. La proliferazione delle specie aliene – I cambiamenti climatici stanno scatenando trasformazioni rilevanti anche nell’ecosistema marino. Accanto alla progressiva estinzioni di alcune specie di piante e di animali autoctone, va estendendosi il fenomeno della “tropicalizzazione del Mediterraneo”. Con l’aumento della temperature dell’acqua, nel 2006 sono state registrati fino a 2° sopra la media stagionale con picchi di 33°, e lo scarico delle acque di cisterna delle petroliere prelevate in altri mari, stanno proliferando nelle nostre acque specie aliene molto aggressive che soppiantano quelle preesistenti: sono ben 700 quelle segnalate lungo le coste del mare Mediterraneo.
Cosa fare? Da un lato l’unica soluzione è quella della lotta per rallentare i cambiamenti climatici. Utile però per aiutare la ricerca di chi si occupa di tutela e biodiversità di questi habitat è anche tenere la situazione sotto controllo: bagnanti, ma soprattutto subaquei, possono contribuire al monitoraggio di queste specie segnalandone la presenza in caso di avvistamento.
5. La pesca illegale – Nonostante divieti sempre più severi, sopravvive nel nostro mare la pratica della pesca di frodo. Il casi più eclatante è quello delle spadare: sebbene fuorilegge e nonostante 200 milioni di euro stanziati per la riconversione delle barche, molti pescatori continuano la loro pesca selvaggia catturando nelle reti tartarughe, cetacei e uccelli marini. E negli ultimi anni il numero di sequestri di natanti attrezzati per questo tipo di pesca è aumentato tanto da far pensare a una recrudescenza del fenomeno spadare con il sequestro, solo nella stagione passata, di ben 700 chilometri di reti. Sicilia, Puglia, Campania e Calabria guidano la classifica di questa pratica illegale.
Cosa fare? Incentivare i controlli in banchina, realizzare strutture sommerse per scoraggiare lo strascico illegale sotto costa, aggiornare la normativa e rendere obbligatoria la strumentazione (blue box) per controlli più efficaci, lavorare per legislazioni uniformi sull’intero bacino del Mediterraneo.
6. L’incontrollato fenomeno dei pescatori “pseudo-sportivi” – Per praticare l’hobby della pesca in acque interne, laghi, fiumi e torrenti, nel nostro Paese ci vuole un tesserino che obbliga al rispetto di regole precise. Per la pesca sportiva in mare invece nulla. E così il fenomeno dei cosiddetti pescatori “pseudo-sportivi” è del tutto fuori controllo e produce seri problemi. E’ diffusissima la concorrenza sleale verso i pescatori di professione, sia per l’utilizzo di sistemi di cattura massivi, sia attraverso la vendita di prodotti ittici a ristoratori compiacenti, a prezzi più bassi e senza garanzie sulla provenienza. Così in certi ristoranti è possibile trovarsi, senza saperlo, davanti a un piatto di vongole pescate nelle acque velenose del petrolchimico di Porto Marghera o a un sarago ben nutrito dalle acque della fogna cittadina che arriva diretto dallo scalo marittimo di Porto Empedocle.
Cosa fare? Per stabilire delle norme, occorre innanzitutto conoscere il fenomeno. Istituire l’obbligo di un patentino per chi acquista una canna da pesca, significherebbe poter fare il primo censimento della popolazione dei pescatori sportivi. La legislazione della pesca in mare è vecchia di 40 anni e nulla stabilisce per questi soggetti, se non la quota massima di pesce catturabile.
7. La moltiplicazione dei porti turistici – Una proliferazione di porticcioli per diportisti che sta trasformando interi tratti di costa lungo tutta la penisola. Una moda, più che un’effettiva necessità per il trasporto marittimo, che rischia di compromettere nell’interesse di pochi utilizzatori litorali, centri storici e aree agricole. Accanto a questi, ci sono poi gli approdi abusivi, costruzioni fai da te realizzate dai soliti furbi che pensano di avere diritto all’accesso esclusivo al mare, in un delirio di cemento sulla costa che non risolve i problemi di navigabilità dei nostri litorali.
Cosa fare? Promuovere la pratica dei campi ormeggio che garantiscono posti barca a limitato impatto ambientale, incentivare la pratica dei porti a secco per la nautica minore che liberi posti barca pregiati in banchina, ricognizione sulla portualità esistente per destinare a finalità turistiche tanti bacini inutilizzati o sottoutilizzati per altre attività.
8. Lo sversamento degli idrocarburi in mare – L’intenso trasporto di petrolio greggio e dei prodotti della raffinazione rappresenta uno dei principali e più preoccupanti rischi per il Mediterraneo. Ogni giorno le sue acque sono solcate da 300 navi cisterna (il 20% del traffico petrolifero marittimo mondiale) che trasportano oltre 340 milioni di tonnellate di greggio all’anno. In media si contano 60 incidenti all’anno e in circa 15 di questi sono coinvolte navi che provocano versamenti di petrolio e di sostanze chimiche. Secondo l’UNEP MAP ogni anno nel Mediterraneo finiscono da 100 a 150.000 tonnellate di idrocarburi. l’Italia è la nazione con il più alto numero di raffinerie (17), seguita da Francia e Spagna.
Cosa fare? E’ fondamentale spingere per una sempre più vasta e aggiornata adozione dei protocolli della Convenzione di Barcellona per combattere gli inquinamenti operazionali. Ma occorre anche migliorare la preparazione italiana per intervenire in caso di piccolo e grande incidente, cominciando con il rinnovo della convenzione tra Ministero dell’Ambiente e Castalia per poter contare su efficaci mezzi antinquinamento in mare, sino alla formazione di squadre di volontari di protezione civile pronte a operare nella pulizia della costa in caso di catastrofe ambientale.
9. I rifiuti abbandonati sulle spiagge – In molte parti d’Italia sdraiarsi a prendere il sole sulla spiaggia in mezzo all’immondizia è una triste realtà: bottiglie di plastica, avanzi del pic-nic, mozziconi di sigarette fanno parte ormai del paesaggio. Una realtà a cui non è accettabile adeguarsi e che lascia il segno per lungo tempo: una busta di plastica impiega dai 10 ai 20 anni a scomparire, un cotton-fioc da 20 a 30, una lattina di alluminio fino a 500 anni, una bottiglia di vetro fino a 1000. E l’abbandono dei rifiuti sulle spiagge comporta anche pericoli per la fauna: i sacchetti di plastica in mare aperto sono una trappola mortale per pesci e tartarughe che li inghiottono.
Cosa fare? Innanzitutto, semplicemente, non sporcare, in secondo luogo ripulire. Grandi azioni come Puliamo il Mondo e Spiagge e Fondali Puliti, con cui Legambiente ogni anno chiama a raccolta decine di migliaia di volontari, ma anche l’impegno di ogni singolo cittadino che raccoglie i rifiuti lasciati da altri sono iniziative di sensibilizzazione importanti.
10. La condizione delle Aree Marine Protette – Delle 25 aree marine protette istituite sono molte quelle che versano in situazioni gestionali ancora confuse o, in alcuni casi, inesistenti. Basti pensare a Ustica, un tempo modello di gestione e oggi ancora commissariata di fatto da ben quattro anni, o alle isole Egadi, la più grande delle aree marine protette italiane che vive ormai da due anni una situazione di paralisi gestionale e finanziaria. E poi le splendide isole Tremiti, dove la gestione è rimasta impigliata nelle secche di un conflitto tra Comune e Ente Parco. E ancora le isole di Ventotene e Santo Stefano, dove non si intravede ancora un’efficacia dell’attività di gestione.
Cosa fare? Aggiornare una normativa vecchia di un quarto di secolo avviando un tavolo con i soggetti interessati sulla falsa riga di quanto realizzato per la nautica e la subacquea; allineare le aree marine protette ai parchi nazionali aggiornando in primo luogo i finanziamenti destinati alle prime e prevedendo modalità di gestione simili a quella dei parchi saldamente incentrate sulle comunità locali.
Fonte: La nuova ecologia.it

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