Le meduse sono un termometro del mare troppo caldo

Anche se una minoranza di studiosi nega che le invasioni di meduse nei nostri mari sia collegata all’inquinamento dell’acqua (e ipotizza piuttosto una ciclicità del fenomeno, che avverrebbe ogni dozzina d’anni e sarebbe comunque preceduto da almeno tre primavere calde e secche), la maggior parte dei ricercatori ritiene che la proliferazione di questi organismi (Celenterati) sia legata all’inquinamento e all’innalzamento delle temperature.
Fece impressione la «fioritura» di meduse (si dice anche «bloom», in termini tecnici) agli inizi degli Anni Novanta, ma centinaia di piccole e insidiose «gelatine» compaiono negli ultimi anni sempre più spesso lungo le nostre coste, dalle Isole Eolie alla Versilia, dalle spiagge sarde a quelle della Romagna. I bagnanti che frequentano i lidi vicini alle foci dei fiumi dell’alta Toscana, ad esempio, in alcune delle passate stagioni hanno avuto non pochi problemi con una specie piuttosto grande, detta «Rhizostoma pulmo», una medusa con «braccia» corte e tozze, di color bianco latte-azzurrognolo e violetto ai margini dell’«ombrella», che può superare anche i 50-60 centimetri di diametro. Solo i suoi tentacoli possono essere urticanti, ma i bagnanti, per quanto sia meraviglioso vederle fluttuare lente e iridescenti in mare aperto, sanno bene che è meglio girare alla larga.
«Sorelle» più piccole di questi organismi – che fanno parte del plancton, sono composti al 98% di acqua e si lasciano trasportare volentieri dalle correnti – si vedono anche nelle acque tranquille e non precisamente cristalline lungo i moli e tra le barche ormeggiate: sono specie di piccole dimensioni che hanno trovato un habitat ideale di acque calme, molta disponibilità di cibo e temperatura costante. Smentiscono, tra l’altro, la credenza che le meduse compaiono «perché l’acqua è pulita». Non sempre è così.
Più fastidiosa di tutte, per noi, è la piccola (misura 10 centimetri, ha un colore rosa-marroncino) «Pelagia noctiluca», detta «medusa luminosa» perché di notte è fosforescente. Spesso si muove a banchi, ha tentacoli esili e lunghissimi che a volte pungono a distanza, senza che sia possibile vederla. I medici consigliano, se si viene punti, di usare la classica ammoniaca, o in alternativa di sciacquare la parte dolente con acqua salata, aceto o bicarbonato. Sconsigliano di frizionare con ghiaccio o sabbia e soprattutto di grattarsi, perché così facendo si mette in circolo più velocemente il «veleno» iniettato dalle cellule urticanti presenti soprattutto nei tentacoli.
Non tutti sono terrorizzati da questi eterei abitanti del mare, sul nostro pianeta da oltre 600 milioni di anni: non lo sono i loro predatori naturali, soprattutto – anche se ormai scarseggiano nel Mediterraneo – cetacei, pesci palla e tartarughe. Queste ultime ne fanno un componente base della loro dieta e spesso le confondono con fatali sacchetti di plastica. Non le temono alcuni pesci come il «sugarello», che nei nostri mari sono immuni dal loro veleno; anzi si mettono al riparo dai nemici proprio sotto la «campana» di alcune meduse, poi depongono le uova in quello specialissimo nido per proteggere i piccoli. Predatori molto particolari sono cinesi e giapponesi, che le sciacquano in acqua dolce e le mangiano condite con olio di soia.
Senza arrivare a tanto, possiamo comunque guardare le meduse – a distanza, ovvio – con un minimo di «empatia»: la specie «Turritopsis nutricula» è detta «medusa immortale» perché capace di invertire il proprio ciclo biologico. Quando raggiunge la maturità sessuale, anziché morire scende sul fondo e si ritrasforma nello stadio giovanile da cui era stata generata. Se le condizioni ambientali sono favorevoli, si sviluppa di nuovo in medusa, e così via, indefinitamente.
Un altro mistero legato a questi esseri, che non saranno nobili quanto la Medusa del mito, dipinta nei capolavori di Caravaggio e Rubens, ma sono delicatissimi: non si possono catturare senza essere lacerati, sono dotati di una grazia meravigliosa e non sopravvivono nemmeno un giorno prigionieri degli acquari.
Forse, in spiaggia, conviene temere di più motoscooter e motoscafi che sfrecciano vicini alla riva.

Carlo Grande
Fonte: La Stampa.it

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