La vita negli abissi

“A 500 metri comunicai che tutto era nero come l’inferno. Avevo esaurito le mie migliori similitudini. Un banco di pesci lanterna, sprigionanti luci d’un color verde pallido, passò a un metro dalla mia finestra. Poco dopo le tre, quando toccammo i 520 metri, ordinai un’altra sosta per eseguire un rilievo con la massima accuratezza. Per quanto mi sforzassi a concentrare lo sguardo, non riuscivo più a scoprire traccia d’azzurro. Tutto era nero, nero, nero, e nessuno dei miei strumenti rivelava all’occhio una molecola di luce. Avevo così raggiunto uno dei principali obiettivi di quest’immersione: di scendere cioè sotto il livello del lume percepibile da occhio umano. Avevamo raggiunto la zona che i raggi stessi del sole non possono penetrare; che da due miliardi d’anni non vedeva né giorno né notte, né estate né inverno, né flusso di tempo finché non venimmo noi a registrarlo.”
William Beebe
, 1932

Quasi tutta l’attività umana in mare si svolge nella zona chiamata Zoccolo Continentale che è un’area di bassofondale relativamente profondo, circa 100-200 mt, che circonda le grandi coste.
La sua estensione, in funzione della località geografica, varia da poche a diverse centinaia di chilometri. Occupa circa l’8% della superficie del pianeta mare. Talvolta degrada dolcemente in una serie di gradoni, ma molto spesso in modo repentino, con pareti che sprofondano verticalmente a profondità che superano anche i 9000 mt. Qui lascia posto a scenari apocalittici quasi del tutto inesplorati.
Dorsali oceaniche con “camini”, i black smokers, dai quali fuoriesce acqua ad una temperatura di circa 400° C, si alternano a zone dove emissioni di gas, reagendo con le basse temperature, si trasformano in strati di ghiaccio. Infatti a 3000 mt. si registrano temperature di circa 2°C.
La totale assenza di luce, ed un’elevata pressione ambiente, contribuiscono a rendere questi luoghi poco ospitali. In tempi non molto lontani si pensava che non vi potesse sopravvivere alcuna forma di vita. Eppure, gli esseri degli abissi, erano già conosciuti dai pescatori. Spesso ritrovavano tra le maglie delle reti strane forme di vita: animali con denti smisurati, dotati d’organi luminescenti ed occhi enormi, a volte totalmente inesistenti.
Queste creature spinsero l’uomo ad approfondire le conoscenze di quel mondo senza luce.
Nel XX secolo la realizzazione di macchine atte all’esplorazione delle profondità abissali, hanno portato l’uomo oltre i limiti fisici consentiti. Dalla Batisfera di William Beebe, che nel 1932 raggiunse la profondità di 900 mt. I ROV(remotely operated vehicles), robot semiautonomi, collegati con un cavo alla superficie. Fino a giungere agli ultramoderni AUV(autonomus underwater vehicles), capaci di raggiungere in totale autonomia profondità di circa 6000 mt, e restare in “apnea” per ore. Il loro utilizzo è finalizzato allo studio ed il monitoraggio ambientale, per la scoperta ed il recupero di tesori e per operazioni di salvataggio.
Le macchine hanno portato la luce tra crepacci e fondali rimasti nell’oscurità per milioni d’anni, documentandone sia l’ambiente che le forme di vita presenti.
Si è scoperto che le creature del luogo, per adattarsi alle estreme condizioni di vita, hanno messo in atto strategie evolutive non indifferenti: metabolismo lentissimo, bocche enormi dotate di lunghi denti aguzzi, e stomaci capaci di ingerire corpi più grandi del loro. Nella maggior parte dei casi si tratta di carnivori o soprofagi, ovvero che si nutrono delle carcasse dei pesci di superficie che, alla morte, precipitano negli abissi.
Una delle caratteristiche più diffuse è la bioluminescenza, ottenuta grazie a batteri che vivono in simbiosi con gli abitanti degli abissi. Circa i due terzi di queste forme di vita possiedono organi luminosi che utilizzano per illuminare l’ambiente o in tecniche predatorie, diventando attraenti esche vibranti.
Nelle vicinanze dei getti d’acqua calda, dove si rilevano elevatissime concentrazioni d’anidride solforosa, prolificano i batteri che costituiscono il primo anello della catena alimentare degli abissi.
C’è chi sostiene si sappia più dell’universo che delle profondità marine, infatti, bisogna ricordare che, ad oggi, solo un 5% dei fondali oceanici è stato mappato ed esplorato. Di conseguenza, si deduce che le specie e gli esseri “estremofili” catalogati siano solo una minima parte di quelli realmente esistenti.
Recentemente, Claire Nouvian, giornalista appassionata degli abissi marini, in collaborazione con l’Università di Chicago ed il sommergibile Johnson Sea Link, dopo ripetuti “tuffi” è riuscita a fotografare oltre 200 specie, alcune delle quali sconosciute alla comunità scientifica.
Lei stessa dichiara in un’intervista: “Purtroppo, al momento, non sappiamo cosa sta avvenendo là sotto. Forse anche a migliaia di metri di profondità l’azione dell’uomo sta avendo conseguenze disastrose per l’ambiente, ma non ne siamo al corrente. Quando succede qualcosa alle barriere coralline le conseguenze sono subito visibili ai nostri occhi, ma ciò che succede là sotto è del tutto sconosciuto. Ecco perché è importante studiarlo più di ogni altra parte del pianeta”.
Una spessa coltre di mistero e oscurità continua ad avvolgere gli abissi marini.

    
    
   
   
   
   

Foto: thedeepbook

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