Comincia l’esodo da Tavalu, paradisiaco atollo sul Pacifico

LONDRA – L’effetto serra si è già mangiato le spiagge di Tuvalu, una paradisiaca collana di atolli corallini nel Pacifico meridionale. L’acqua del mare ha invaso e bruciato i raccolti e un’ondata gigantesca, tre mesi fa, ha sputato rocce e detriti sulle case, costringendo gli abitanti ad abbandonarle. Il cambiamento climatico è già qui: 4 mila residenti impauriti si sono trasferiti in Nuova Zelanda, e gran parte dei restanti 10 mila si prepara a farlo. Situata a soli 4 metri sopra il livello del mare dal suo punto più alto, l’ex protettorato britannico di Tuvalu, a nord delle isole Fiji, è uno specchio di quello che sta accadendo al pianeta.
All’«Independent», che ha raccontato la sorte della piccola nazione minacciata, lo sconsolato direttore del dipartimento dell’Ambiente, Enate Evi, ha detto che le grandi nazioni industrializzate hanno fatto orecchi da mercante: «Non ci hanno mai ascoltato quando abbiamo chiesto aiuto. In tutta sincerità, credo che a loro importi soltanto il proprio vantaggio economico».
Sei anni di lobby diplomatica internazionale, e zero risultati. Dalle loro spiagge inondate, gli abitanti contemplano il fato di un atollo della loro laguna di Funafuti, sparito in seguito a un ciclone alla fine degli anni Novanta: terra e vegetazione lussureggiante sono state inghiottite dal mare e ora riappaiono sotto forma di un cumulo marcio di detriti durante la bassa marea.
La gente si chiede cupamente se anche Tuvalu stia per fare la stessa fine. Gli abitanti vivono a un paio di metri sopra il livello del mare, che sta salendo di 5,6 terrificanti millimetri all’anno, il doppio delle previsioni globali formulate dall’International Panel of Climate Change delle Nazioni Unite.
«Non abbiamo ancora perso la speranza di vivere qui – dice Kelesoma Saloa, segretario privato del primo ministro Apisai Ielemia – ma a leggere l’ultima relazione dell’IPCC, e con i ghiacci polari che si sciolgono così velocemente, la mia sensazione è che stiamo combattendo contro l’impossibile». Un assistente del primo ministro prospetta un orrendo scenario: «Arriverà il momento in cui non potremo coltivare niente, tutti gli alberi moriranno e noi non avremo nessun riparo». La preoccupazione più immediata, infatti, sono le onde giganti e i cicloni.
Secondo l’«Independent», Tuvalu potrebbe sopravvivere. Gli abitanti sono impegnati in sforzi eroici per ridurre le loro minuscole emissioni di biossido di carbonio utilizzando, per esempio, la biomassa dei maiali e cercano di premunirsi costruendo case su palafitte e adattando le loro coltivazioni. Ma qui c’è urgente bisogno di dighe, e di drenare sabbia dalla laguna per innalzare il livello del suolo.
Temu Hauma, preside della scuola media di Tuvalu, è pessimista per il futuro dei giovani. «Non vogliamo perdere la nostra identità, la nostra terra madre. Spero soltanto in un miracolo».
di: Maria Chiara Bonazzi

Fonte: La Stampa.it

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