Lo scandalo delle tartarughe calabresi

Altro che le spiagge di Lampedusa. C’è un tratto di costa, in Calabria, dove da sempre e ancora oggi nidificano con regolarità le tartarughe di mare, che pure in Italia sono ai limiti dell’estinzione: almeno già una quindicina di deposizioni quest’anno. Ma conservazionisti e studiosi sono in perenne lotta con i bulldozer che spianano gli arenili, anche per conto dei Comuni. Nessuna tutela per queste tartarughe che faticosamente salgono in spiagga d’estate a deporre le uova: solo l’etichetta di Sic, Sito di importanza comunitaria. Quattro soldi, quattro davvero, di finanziamenti pubblici: e una delibera regionale stracolma di euro e di buone intenzioni rimasta sulla carta.
Si rimane allibiti dopo aver parlato con Antonio Mingozzi, che lavora al dipartimento di Ecologia dell’Università della Calabria. Allibiti, perchè racconta con filosofia la sua battaglia contro una situazione surreale. La tartaruga di mare, che sale agli onori delle cronache tutte le volte che si scopre un nido fuori dalle “canoniche” spiagge di Lampedusa, in Calabria è ancora di casa, racconta il professore: “Circa 200 chilometri di coste, di cui 175 sabbiosi, fra Reggio e Crotone. Si sapeva di nidi scoperti per caso negli Anni 80 e 90; dal 2000 abbiamo iniziato a studiarli e proteggerli. La popolazione era certo più numerosa un tempo, ma è tuttora sicuramente il gruppo italiano più importante”. L’anno scorso si contarono circa 10 nidi – Antonio Mingozzi non vuol dare numeri precisi – e dal 75% delle uova, un record!, uscirono piccoli che raggiunsero felicemente il mare. Quest’anno ci sono già state “quindici o venti deposizioni, e la stagione non è ancora finita”. Però bisogna lottare contro i bulldozer che, su appalto dei Comuni o davanti alle villette private, periodicamente “rivoltano in profondità l’arenile: e i nidi vanno distrutti”.
Rivoltano l’arenile? Semmai si usa rastrellarlo o “pettinarlo”, come si suol dire… “No, usano trattori e bulldozer. Sa, qui c’è il problema dei rifiuti”. Mingozzi racconta che il suo staff di otto persone – in parte collaboratori, in parte studenti alle soglie della laurea – per individuare i nidi percorre a piedi, tutti i giorni il litorale: 20-25 chilometri a testa di passeggiata. “Quelli in posizione sicura, li lasciamo stare. Gli altri, in posti dove vanno bulldozer e turisti, li recintiamo e segnaliamo: di questi ne abbiamo già otto, in uno le uova dovrebbero schiudere a giorni”. E i Comuni mandano i bulldozer su spiagge dove avviene un miracolo tale? “Con gli appaltatori degli spianamenti c’è un buon rapporto. Ci sentiamo ogni giorno, così passiamo sul litorale prima di loro. Ma ci sono gli altri, i privati. Quando uno decide di spianarsi la duna davanti alla villetta sul mare, non c’è proprio niente da fare”. Possibile? “Possibilissimo”. E se c’è un nido, le uova vanno in frittata.
Nessuno che protegga quel tratto di mare, così raro e prezioso? Il professor Mingozzi elenca le risorse su cui può contare per salvare le tartarughe calabresi: l’Università, 20 mila euro dal ministero della Ricerca, altrettanti dalla Regione. Come, 20 mila euro regionali? L’anno scorso la Regione aveva approvato un progetto molto articolato: si chiamava Tartawatchers, prevedeva protezione, salvaguardia, “mitigazione” dell’impatto umano e quanto di meglio, o suppergiù, una tartaruga potesse sperare. Il tutto in convenzione con l’Università della Calabria. Stanziamento: 408 mila euro in tre anni a partire dal 2006. E’ rimasto tutto sulla carta, dice Mingozzi, e conferma: “Dalla Regione, solo 20 mila euro. E per averli ho dovuto fare un altro progetto, il Tartacare”.

Fonte: blogeko

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