Il pericolo viene dal fiume

Fetore, acqua marrone, alghe in decomposizione e carcasse di animali morti. Ma anche rifiuti di ogni tipo: dalle lavatrici alle gomme dei tir, dai frigoriferi alle auto bruciate. Per non parlare degli scarichi fognari illegali. È solo un piccolo elenco di quello che si può trovare alle foci dei fiumi italiani, vere zone morte delle nostre coste. Del resto è proprio lì che i corsi d’acqua trascinano senza sosta il loro carico di rifiuti industriali, scarti agricoli e liquami provenienti da condotti fognari non a norma. I dati del rapporto ‘Mare Monstrum 2007’ di Legambiente parlano chiaro. In base ai monitoraggi fatti l’anno scorso, alla foce dei fiumi il 67 per cento dei campioni è risultato inquinato o gravemente inquinato, il 13 per cento leggermente inquinato e solo il 20,3 pulito.
E quest’anno nulla sembra cambiato. Per i tecnici della Goletta verde di Legambiente, che stanno verificando in questi giorni la qualità delle acque, gli sbocchi dei fiumi rimangono i più pericolosi per i bagnanti. La situazione è particolarmente grave, sul versante tirrenico, per le coste di Campania, Lazio, Calabria e Liguria. In terra campana due dei casi più clamorosi: le foci del Licola e del Sarno. Per quanto riguarda il primo, basti l’appellativo affibbiato dagli abitanti della località napoletana: ‘A fogna’. Fogna che chiude degnamente la sua corsa verso il mare fra argini che oggi accolgono carcasse di bovini, giunte fin lì dai vicini allevamenti di bufali. Il secondo, invece, sfocia a Castellamare di Stabia, a due passi dalla costiera Sorrentina. Lì a fine estate si assiste a un insolito fenomeno: in prossimità della foce il mare diventa rosso. Ma non è l’effetto del tramonto: il Sarno porta in dote al golfo di Napoli gli scarichi delle industrie conserviere che inscatolano pomodori. “Tutte le volte che abbiamo prelevato campioni di questo fiume”, dice Katiuscia Eroe, tecnico di laboratorio sulla goletta ‘Delphin’, una delle due imbarcazioni che monitorano le coste italiane, “non abbiamo trovato tracce di ossigeno. Il Sarno è un fiume morto”.
Anche il mare del Lazio è rovinato dai fiumi. I punti più inquinati coincidono con due foci: quella del Tevere a Ostia, e del Marta a Tarquinia. Stessa cosa in Liguria, dove le situazioni peggiori si trovano dove i fiumi Entella, Centa, Rio S. Lucia, Parmignola e Fiumaretta si buttano a mare. Non se la passa meglio la Calabria. Alla foce del torrente Fiumarella, a sud di Reggio Calabria, i tecnici hanno trovato valori fino a 200 volte superiori ai limiti di legge. E insieme a questi, rifiuti di ogni genere e una grossa condotta fognaria che sfocia direttamente in mare. “È stato uno dei miei peggiori campionamenti”, racconta Katia Le Donne, che si occupa delle analisi sull’altra imbarcazione, “forse è secondo solo a quello dello scorso anno all’Ofanto in Puglia. Alla foce c’era una puzza inimmaginabile, acqua di un colore indefinibile, alghe e carcasse di cani in decomposizione”.
L’esempio dell’Ofanto dimostra come l’Adriatico non se la passi meglio. Delicata soprattutto la situazione dell’Abruzzo, dove alle foci del Feltrino e del Sangro sono stati registrati valori 120 volte superiori al consentito. Ma anche la Romagna non è del tutto immune: particolarmente critica la situazione alla foce del Marano, a Riccione. Risalendo verso Nord, si incontrano poi le coste venete. E anche qui sono due corsi d’acqua, il Brenta e il Livenza, a riversare in mare la maggior parte del carico inquinante. Infine il Friuli, che però è in controtendenza: secondo Legambiente le foci del Tagliamento e dell’Isonzo risultano solo leggermente inquinate.

di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli

Fonte: L’Espresso

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