Le mante

(…)Mentre tutto questo accadeva avevamo già visto cinque o sei mante schizzare piroettando fuori dal mare. Avevamo doppiato il capo sud dell’isola, navigando al di là della barriera. Avevamo osservato altre volte e un pò dovunque, in quegli ultimi giorni, piccole mante schizzare improvvisamente dal mare: facevano tre o quattro capriole verticali, fino anche a quattro metri d’altezza, e ripiombavan di piatto nell’acqua con uno schianto. La scena era fulminea, bisognava coglierla come si sorprende una stella cadente, e poche volte riuscimmo a formulare un desiderio marino. Certamente dovevano correre nel mare a perdifiato per una cinquantina di metri prima di poter sprigionare una serie di salti mortali tanto alti nell’aria; ma come facevano a piroettare e a ricadere proprio nel punto da cui erano uscite? Erano piccole mante, bambini di mante; giocavano, forse. Non c’era niente di più allegro e di più pazzo nel mare di quei salti mortali.
(…)La prima manta grande la incontrammo da sola. La vide Tesfanchièl alle mie spalle. Gridò e tese il dito. Ci volgemmo appena in tempo per scorgerla venire a galla col ventre bianchissimo nel viola delÌ acqua, e poco sotto la superficie incurvarsi all’indietro, sparire nel buio con una capriola lenta, solenne. Era la prima volta che vedevamo una manta fare così.
Cento metri dopo, un’altra manta, a prua. Anch’essa venne a galla dal fondo, in cabrata verticale, e quando fu sotto il pelo si girò all’indietro tendendo le corna, si rovesciò sulla schiena, disparve a capofitto senza rumore. Cecco mi guardò, mormorò: “Che fanno, perdio?” Scossi la testa. “Andiamo avanti,” risposi. Forse succede qualcosa, pensavo, e intanto guardavo a occidente. Il sole, adesso, doveva essersi fermato. Le nubi si erano distese lunghe e sottili, come tanti orizzonti successivi sul mare, e su ciascun orizzonte divampavano fuochi giganteschi. Tutto il cielo, poco a poco, andava prendendo fuoco. “È tabù, Tesfanchièl, un cielo così?” dissi adagio. Tesfanchièl mi fissò, poi guardò il mare: una terza manta veniva a galla e girava col ventre bianco. Il cielo andava divampando come una pineta.
“Può essere,” disse sottovoce. “Io non so.”
Erano ora forse le sei. Camminavamo molto piano, col motore al minimo, la barca frusciava sull’olio. Ci avvicinavamo alla punta di settentrione, sempre al largo, sopra un fondale di una cinquantina di metri. Quand’ecco, prima a poppa poi a prua, due mante colossali apparvero nel solito giro. Una ne apparve col muso nero e bianco e le corna, le corna uscirono come braccia fuori dall’acqua e la bestia si ripiegò indietro di schiena spalancando al cielo le dieci branchie dilatate e poi il ventre, inabissandosi a picco. Ma altre, altre mante scorgemmo poco lungi ripetere il giro della morte, e andammo avanti, avanti ancora; mante di cinque metri di apertura alare, mante di sei, sette quintali erompevano dappertutto dal fondo del mare, protendevano le braccia in una incomprensibile invocazione e si capovolgevano lentamente intorno alla barca. Il mare si muoveva, molte braccia parallele sorgevano dalle acque e sparivano inghiottite. Ed ecco, là a occidente della punta, con un’esclamazione soffocata individuammo finalmente il centro motore della grande danza del mare. Il mare vi ribolliva, ma senza schiume, come rimescolato dal fondo da un vortice di duecento e più metri di diametro.
Nessun uomo vide mai quello che noi vedemmo in quell’ora di tramonto o nessun uomo che vide volle mai raccontarlo.
Quaranta e forse più mante in una giostra ininterrotta e quasi a catena, salivano dal baratro in volo verticale con le ali e le corna tese, aprivano il mare e a braccia spalancate si rovesciavano, calavano ancora a testa in giù e là nel profondo, a venti o a trenta metri, riprendevano quota come aeroplani per tornare in superficie. Quaranta o cinquanta mante turbinavano nei loro ininterrotti giri della morte, dal cielo all’abisso dall’abisso al cielo, e ovunque nel mare in subbuglio tendevano le corna al sole ormai moribondo tra le nubi, mostravano le pance bianche sull’acqua arancione, nere e spettrali sprofondavano per ricomparire venti secondi più tardi. La barca rollava, Tesfanchièl era divenuto di pelle grigia, si volgeva a destra e a sinistra a guardare le mante che a pochi metri e lontane sgorgavano improvvise e immense dall’acqua sanguigna. Alcune ci passarono sotto, altre emersero a due metri minacciando involontariamente di capovolgerci: potemmo così misurarle in proporzione alla barca, che era lunga quattro metri: erano mante di cinque, di sei metri in larghezza e di quasi altrettanto in lunghezza, mante.di oltre una tonnellata. E una, una cattedrale che eruppe dal mare grondando ondate a forse cinque metri da noi, non era meno di sette metri; l’ondata ci colse, gettò Cecco sui paglioli, affogò la barca, io mi trovai avvinghiato alla barra del timone completamente lavato. Cecco si rialzò, si drizzò in piedi – mi par di rivederlo – allargò le braccia e urlò:”Gran Dio!”
Il sole divampò un’ultima volta sul mare, poi si fece verde e sparì di colpo. Il mare, di colpo, tornò viola e trasparentissimo. Così, con la testa fuori dal bordo, potemmo scrutare nella voragine. E vedemmo le mante girare nel fondo. Si scorgevano lontane, quasi invisibili; più che vedere potevamo intuire la loro cabrata, poi in pochi secondi quelle cose infinitesime, sperdute in quella grande sala turchina e profondissima, ingrandivano smisuratamente fino a essere mostri lanciati a velocità possente. Arrivavano verso di noi col loro volo verticale e le corna proiettate in avanti, a invocare o a ghermire qualcosa, esplodevano fuori e giravano, giravano, giravano. La danza durava da mezz’ora.
Ma perché? Perché quel convegno? A un tratto frullò in superficie qualcosa, una faccenda lunga, come la scia di un mitico serpente marino. Guardammo senza capire. Ma dopo dieci minuti che la scia si era eclissata al largo, un’altra eguale si disegnò a cinquanta metri e ci venne incontro diritta, senza piegare. Cecco cercò affannosamente l’arpione, ma quello strano serpente di una trentina di metri già ci era addosso, ci investiva, ci investì passandoci ai lati: erano piccolissime mante in schiera, in fila per due, affarini di neppure un metro. Sbatacchiavano freneticamente le alucce e si dirigevano anch’esse in alto mare. Dopo altri dieci minuti ci passò accanto una nuova schiera di mante bambine, e intanto le madri giravano, giravano, giravano… “Le madri, Cecco!” gridai. “Questi sono i neonati! È il parto delle mante!” Cecco non mi rispose, guardava e gli tremavan le mani. Nessuno mai al mondo aveva visto partorire le mante, e ancor oggi non si conosce quanti figli esse mettano al mondo volta per volta. I testi dicono uno. Ma quando una manta di quelle enormi venne fuori intera col ventre a tre metri da me, io so di aver visto benissimo spuntare i codini dalla cloaca, e i codini erano due non uno! E con due codini penzoloni dalla cloaca vidi altre mante ancora, e sempre due e non tre e non uno!
I plotoni delle mante bambine, sempre in fila per due, ci incrociarono cinque o sei volte; tutti viaggiavano decisi al largo, abbandonando le madri (o le madri che avevano partorito – se questo era vero – li seguivano dal basso?). Andavano tutti e senza fallo a occidente, verso gli ultimi bagliori di luce, si perdevano nelle ombre nere del mare.
“Cecco,” gridai, e mi asciugavo la faccia dagli spruzzi e tenevo stretta la barra. “Cecco, è il parto delle mante! Si capovolgono così in tondo per aiutarsi! Guarda come fanno, si stirano sul ventre e spingono girando contro l’acqua, l’attrito dell’acqua le aiuta!” Un’ondata mi strozzò la frase, mi asciugai ancora. “I piccoli si radunano e partono insieme! Vedi che le mante sono diventate la metà: le altre hanno già partorito, se ne sono andate! Guarda le altre come si sforzano, giuro che soffrono, non vedi che accelerano i giri? Là, là guarda i piccoli! Ma dimmelo che sono le mante che partoriscono!” Cecco guardava avvinghiato alla prua. Il mare era diventato nero, le pance delle mante che ancora roteavano parevano spettri improvvisi nel buio.
Le acque, lentamente, si andavano quietando, la danza moriva. Il cielo ora era sgombro. terso; nell’azzurro tremavano le prime stelle.
Cecco si rilasciò, si sedette sul fondo della barca, cercò una sigaretta. Trovò il pacchetto ma era inzuppato. Io non avevo sigarette, ero in costume da bagno.
“Sigarette, Tesfanchièl?”
Tesfanchièl si riscosse, si palpò nelle tasche, fece di no col capo. “Kalàs,” sussurrò, con una voce strana.
Cecco si ravviò adagio i capelli; chiuse gli occhi, dopo un poco li riaprì, mi fissò, volse lo sguardo.
“Non lo so,” mormorò.
“Ma se tu non fossi naturalista e ittiologo?…”
“Sì, allora sì: partorivano sicuro. Hai una sigaretta? Ah scusa, niente.”
Ci sedemmo tutti sul fondo della barca, vicini. Stemmo così un pezzo. Le ultime mante giostravano lontano nei flutti, ne udivamo lo sciacquio. Poi a poco a poco più nulla, un silenzio grande.

Gianni Roghi

IL VOLO DELLE MANTE

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