Le sirene

“Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose…”

Odissea-libro XII

sirenedougga.jpgLa citazione più famosa che si ricorda, delle sirene, è quella contenuta nell’Odissea, in cui la maga Circe mette in guardia il valoroso Ulisse dalla malià di queste creature. Omero, però, non fa una descrizione di come siano fatte. Ammaliano, esclusivamente, col loro canto ricco di sapienza, che narra di cose e luoghi sconosciuti.
In origine venivano raffigurate come mostri alati, simili alle arpie, dagli artigli predatori. piatto.jpgQuest’iconografia risale addirittura all’antico Egitto. In cui, Ba, l’anima del defunto, veniva rappresentata come un uccello dal viso umano. Evidentemente, il lor mito, approdando nelle zone costiere le ha mutate il donne pesce. Con questo aspetto le troviamo nelle storie degli Argonauti.
Le sirene, con le connotazioni anfibie, hanno vita in grecia: sono figlie del Dio Acheloos. Non è certa la maternità: in alcuni casi si dice sia la musa Tersicore, in altri la mortale Sterope. Si narra che siano state generate dalle gocce di sangue, tre o sei, sgorgate fuori da uno dei corni spezzati del Dio, per opera di Eracle. Nonostante sia incerto il loro numero, nella tradizione figurativa, sovente, ne troviamo 3. Le più conosciute, anche per aspetti di tradizioni locale, sono Parthenope, Leucosia, Ligea.
Il mito greco, ha un aspetto in comune con quello egizio di “custode dell’anima”: in numerosi sarcofaghi si trovano scolpite o disegnate sirene con in mano la figura, in piccolo, di un essere umano, che rappresenta l’anima.
Troviamo storie che narrano di sirene anche in: Scandinavia, Irlanda, Inghilterra, Germania, Russia, medio oriente e paesi asiatici. Alle figure femminile si aggiungono anche quelle maschili: Ningyo in Giappone e Vatea, “il creatore”, in Polinesia.
L’ immagine della donna pesce che conosciamo, comincia a prendere piede si-212065_maxdim-400_resize-yes.jpga partire dal medioevo, “ufficializzata” dal “Liber Monstrorum” a partire dall’VIII – IX secolo.
Anche l’etimologia del nome, “seirenes”, è piuttosto varia e incerta: seirà, (catena, laccio), o il verbo seirazein (legare con una corda). Che potrebbero riferirsi alla qualità di incantatrici o maghe.
Alcuni lo fanno risalire a seirios (bruciante, da cui anche Sirio) altri all’ebraico sir, canto, e il sanscrito sr, (fluido in movimento).
Anticamente erano delle creature maligne e portatrici di disgrazie: la natura malevola era rappresentata dal canto melodioso e ammaliatore. Proprio questo, tipico degli uccelli, fortifica l’ipotesi che in origine lo fossero. Attiravano le navi verso scogli nascosti, per farle naufragare. Per scongiurare questo pericolo, alcune polene venivano costruite con le loro sembianze. Invece, in alcun leggende, erano la reincarnazioni di spiriti respinti dall’Aldilà, assetati di sangue e vendetta, che si cibavano dei marinai.
sirena3.jpgNel corso dei secoli, vennero demonizzate dalla chiesa, che ne fecero un simbolo di lussuria, facendo perdere la connotazione di sapienza che esse portavano. Basti pensare che sono citate come esempio impuro, perfino in alcuni testi dei vangeli Apocrifi. Da qui deriva il forte fascino erotico che esse suscitano. Clemente Alessandrino ne fa un simbolo delle lusinghe del mondo e della voluttà carnale.
Col passare del tempo ha subito profondi mutamenti, fino a divenire quasi benevola. Come ad esempio nella favola de “La sirenetta” di Andersen. Insito vi è quasi un messaggio spirituale. Il cammino dell’uomo che perde le sue connotazioni animalesche divenendo appieno umano. Invece, nelle leggende tedesche, scandinave, irlandesi e russe, ha continuato a mantenere la natura maligna.
Si dice che sotto il faro di Messina viva una sirena che non si fa mai vedere, e che di tanto in tanto, va a trovare Colapesce….
Una delle sirene più famose, oltre quella di Andersen e la Ariel disneyana, è Parthenopebulifon.jpg, menzionata all’inizio. Insieme a Licosia e Ligea, non riuscì ad incantare Ulisse. Quando una sirena non assolve il suo “dovere”, si suicida. Queste, lo fecero gettandosi da una rupe. Il corpo di Parthenope sarebbe arrivato all’isolotto di Megaride, dando il nome alla città partenopea. Leucosia, avrebbe dato il nome alla punta Licosa nel cilentano. In alcune varianti i corpi si sarebbero pietrificati tra la costa sorrentina e quella amalfitana diventando i famosi isolotti de Li Galli. 
Concludendo, si può dire che il rapporto che gli uomini hanno con il mito della la sirena, è paragonabile all’amore stesso per il mare: lo si guarda con occhi incantati, affascinati da misteri non ancora svelati, cullati nel profondo grembo delle acque.
Proprio per questo non staremo a domandarci quanto di vero possa esserci, o meno, nei loro presunti avvistamenti. Le guarderemo sempre con più di un pizzico d’invidia per quella coda e quelle branchie, che le rendono figlie degli abissi a noi in parte negati.

©G.d.M.

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