Effetti della pressione sugli spazi d’aria di un sub in immersione

I gas, al contrario dei liquidi, sono comprimibili.

Secondo la legge del fisico Boyle, in condizioni di temperatura costante, il loro volume varia in modo inversamente proporzionale alla pressione a cui sono sottoposti.

In pratica, il volume di un gas, sottoposto ad un aumento di pressione, diminuisce. Viceversa, se la pressione diminuisce, il volume aumenta.

Un esempio pratico lo si potrebbe fare immergendo un bicchiere capovolto in un contenitore pieno d’acqua: portandolo verso il fondo, il volume di aria intrappolata al suo interno tenderà a diminuire.

Bisogna puntualizzare che sarà il volume dell’aria a variare, non la quantità di molecole. Avremo una variazione di densità. Infatti, riportando il bicchiere in superficie, l’aria riacquisterà il suo volume iniziale.

Se gonfiamo un palloncino a pelo d’acqua, e lo portiamo a 40 mt di profondità, dove si ha una pressione ambiente di 5 atmosfere, il suo volume si ridurrà ad un quinto di quello iniziale. La densità del gas, al suo interno, sarà cinque volte superiore. Al contrario, gonfiandolo a 40 metri di profondità e riportandolo in superficie, il volume sarà cinque volte maggiore.
Gli erogatori tramite il quale respira un sub, per garantire l’equilibrio della pressione dei nostri polmoni, rispetto al liquido che ci circonda, forniscono aria alla stessa pressione dell’ambiente in cui ci si trova. Ma se la nostra attrezzatura dovesse guastarsi e ci trovassimo costretti ad effettuare una risalita d’emergenza? Sicuramente, il nostro istinto di conservazione ci spingerebbe a trattenere il respiro e partire per la superficie.

E invece, cosa succederebbe se a 40 mt, respirando aria a 5 atm, un sub, in preda ad un attacco di panico, trattenendo il respiro, risalisse velocemente in superficie?

Un palloncino realizzato in gomma, consente, in funzione della sua elasticità, variazioni di volume.

Il tessuto polmonare, per nulla elastico, andrebbe in frantumi.

In entrambi i casi, questo è l’incidente più grave a cui si andrebbe incontro: la sovradistensione polmonare o EGA (embolia gassosa arteriosa).

Una delle regole fondamentali della subacquea con autorespiratore, che si impara fin dal primo corso base, è: mai trattenere il respiro. Si dovrebbe respirare continuamente in modo lento e profondo.

Quindi, nella malaugurata ipotesi di una risalita d’emergenza, si deve stare molto attenti a fare fuoriuscire l’aria che si espande nei nostri polmoni.

Il sistema più semplice è quello di modulare un suono durante la risalita. Questo piccolo espediente, consente alla glottide di rimanere aperta, lasciando che il gas in sovrappiù fuoriesca liberamente.

Anche l’aria che abbiamo immesso nel nostro GAV, per regolare l’assetto, tenderà ad aumentare di volume durante la risalita. Dovremo scaricare, tramite l’apposito comando, il gas in espansione. Non facendolo, acquisteremo velocità, correndo il rischio di “pallonare”verso la superficie. Sarebbe un errore gravissimo, dato che, la velocità di risalita deve essere costante, pari a 10 mt al minuto.

Effettuarla in modo più veloce potrebbe causare seri danni al nostro organismo.

La pressione sott’acqua, agirà anche su altri spazi d’aria, sia del nostro organismo che artificiali, dati dall’attrezzatura: ne sentiremo gli effetti nelle orecchie, a causa dell’introflessione del timpano e la maschera tenderà a schiacciarsi sul viso. In ambedue due i casi dovremo compensare gli effetti dell’incremento pressorio.
L’aumento della densità del gas respiratorio, dato dall’incremento della profondità, renderà più difficoltosa la respirazione e farà aumentare i nostri consumi. A 40 mt respiriamo una quantità di aria 5 volte superiore a quella che normalmente utilizziamo in superficie. Quindi, dovremo calcolare meticolosamente la nostra autonomia, in funzione del personale ritmo respiratorio e della profondità alla quale sarà svolta l’immersione.
Infine, respirando in modo lento e profondo, si renderà più fluido il passaggio dell’aria attraverso gli strumenti che utilizziamo per respirare. Evitando così il rischio dell’affanno, che potrebbe portare il subacqueo alla spasmodica “fame d’aria”.

© P.f.d.

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