L’assetto di un sub

Come sostanza di riferimento unitaria è stata scelta l’acqua distillata: un litro di questa sostanza, pesa un chilogrammo.
Il secondo, è il principio di Archimede, in cui si enuncia che: “un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del fluido spostato.”
Per fare alcuni esempi, prendiamo in considerazione due oggetti, composti da sostanze diverse dall’acqua distillata, che abbiano comunque identico volume: un palloncino, contenente un litro d’aria, che ha un peso specifico di 0,0013 Kg/lt. E un volume di un litro di piombo che pesa 11,34 kg.
Il primo, immerso in acqua dolce, riceve una spinta positiva pari ad un chilogrammo. Poiché la spinta positiva è superiore al peso stesso dell’oggetto, questo galleggerà.
Il volume del litro di piombo, nonostante verrà alleggerito di 1 kg, dalla spinta positiva del peso del fluido spostato, invece, affonderà inesorabilmente.
Per ricollegarci all’esempio iniziale della nave, questa, viene progettata in modo tale che, la sua struttura, sposti una quantità di acqua tale da garantirne il galleggiamento.
Per semplicità di calcolo gli esempi sono stati fatti utilizzando acqua dolce. Nel caso dell’acqua di mare, per calcolare la spinta positiva che un oggetto riceve, bisognerà considerare anche la quantità di sali disciolti nel liquido.
L’ assetto neutro, invece, si ha nel caso in cui l’oggetto abbia lo stesso identico peso del fluido in cui è immerso.
I pesci, per regolare il loro assetto hanno la vescica natatoria: una piccola sacca che gonfiano a seconda delle necessità. Anche i sommergibili adottano un sistema molto simile: al loro interno, si trovano delle camere che vengono riempite di aria, in funzione dell’assetto da mantenere.
L’uomo, per regolare il proprio assetto, ha creato il GAV o “giubbotto ad assetto variabile”. Collegato tramite una “frusta” alla bombola, consente le variazioni grazie a dei comandi che ne permettono il gonfiaggio e lo sgonfiaggio.
Per adattarsi all’ambiente subacqueo, l’uomo, deve ricorrere all’utilizzo di una serie di attrezzature, come ad esempio, la muta realizzata in neoprene galleggiante o la maschera, che crea uno spazio d’aria. Per contrastare la spinta positiva data dal galleggiamento dell’attrezzatura, si utilizza la zavorra: questa, correttamente calibrata, integra il GAV nella gestione dell’assetto. Diventando, addirittura, di primaria importanza.
Ricercare la perfezione nell’esecuzione dell’assetto è necessario per svariati motivi: per provare la splendida sensazione dell’assenza di peso e minimizzare la resistenza all’acqua. Godendosi in questo modo l’immersione, senza alcuno sforzo per mantenere la quota alla quale viene svolta. Oltretutto, consideriamo che, ad una maggiore fatica, corrispondono elevati consumi.
E’ fondamentale per evitare danni accidentali al delicato ecosistema in cui siamo immersi. Rimanendo staccati dal fondo, potremo scongiurare inopportuni colpi, da parte delle nostre attrezzature, all’ambiente circostante. Pensate, un maldestro colpo di pinna potrebbe spezzare un rametto di corallo, che, per accrescersi di pochi centimetri, ha impiegato decine di anni.

“In mare siamo ospiti.”

© P.f.d.

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2 Responses to L’assetto di un sub

  1. marco bigblue ha detto:

    volevo chiederti un’opinone sull’articolo di questa scuola di sub di roma: http://bigblueschool.blogspot.com/

    ciao!
    marco

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