A salty dog

‘All hands on deck, we’ve run afloat!’
I heard the captain cry
‘Explore the ship, replace the cook:
let no one leave alive!’
Across the straits, around the Horn:
how far can sailors fly?
 
A twisted path, our tortured course,
and no one left alive
We sailed for parts unknown to man,
where ships come home to die
No lofty peak, nor fortress bold,
could match our captain’s eye
 
Upon the seventh seasick day
we made our port of call
A sand so white, and sea so blue,
no mortal place at all
We fired the gun, and burnt the mast,
and rowed from ship to shore
 
The captain cried, we sailors wept:
our tears were tears of joy
Now many moons and many Junes
have passed since we made land
A salty dog, this seaman’s log:
your witness my own hand

“A salty dog” dei Procol Harum, è un brano molto vecchio, del 1967 per l’esattezza.
Sono molto legato al ricordo di questa canzone … la considerò un po’  il tormentone della mia vita …
Ero molto piccolo, 5-6 anni circa, quando aspettavo con ansia la sera in cui potevo infrangere la regola dell’ “ A letto dopo il carosello!”.
Oggi non ricordo esattamente quale fosse il giorno della settimana col mio appuntamento col “blu”, colore che potevo solo immaginare, visto che la TV trasmetteva ancora in bianco e nero!
Ripensandoci, credo che il cercare di dare i colori a quelle immagini, accrescesse il mio desiderio di vivere quel mondo…
Io e mio padre ci sedevamo davanti alla televisione e il canto dei gabbiani col quale iniziava la sigla del programma “Avventura”, appunto “A salty dog”, era il prologo dei miei sogni.
Rivedo ancora le immagini… Il senso di libertà espresso da quei gabbiani sul frangersi delle onde apriva le ali della mia fantasia.
I documentari di Cousteau erano immancabili: ai tempi l’esplorazione subacquea era sul serio considerata “Avventura”!!
Rimasi di stucco quando, al mio primo corso sub nel 1980, scoprì che proprio lui fu l’inventore dell’erogatore, strumento tramite il quale ogni subacqueo respira sott’acqua.
Ricordo l’emozione che provai durante il mio primo viaggio in Sudan quando mi trovai davanti “Precontinente II”, il minivillaggio subacqueo in cui un’equipe di Custeau visse per alcuni giorni.
Ritrovavo l’immagine di quel bimbo che, seduto accanto al papà, sognava il giorno in cui avrebbe visto quel posto…
Rifletto ad alta voce: “Non so se il legame a questa canzone sia dato più dal mio rapporto col mare o dal legame con mio padre.” Perso prematuramente… In quelle sere era sempre seduto accanto a me, anche lui affascinato da quel mondo.
Mi sarebbe piaciuto condividere con lui le mie “avventure” subacquee.
E. con molta dolcezza mi dice: “Sicuramente è un misto delle due cose”.
Effettivamente ha ragione.
© P.f.d.

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