Ricordi narcotici

L’aria, linfa vitale d’ogni essere vivente, per la sua composizione è sempre stato il cruccio degli amanti del profondismo subacqueo.

Ambedue i componenti primari, ossigeno 21% e azoto 79%, possono rappresentare due seri problemi ad elevate profondità.

L’azoto, gas inerte, termine scientifico che sostituisce “inutile” in quanto non prende parte a nessun processo metabolico, è causa di quella che viene chiamata “ebbrezza di profondità”. Più tecnicamente “narcosi d’azoto”.

In poche parole: sott’acqua la pressione varia molto più rapidamente che non nell’atmosfera; poiché un sub respira aria alla stessa pressione dell’ambiente in cui si trova, a 50 mt, per esempio, respirerà una quantità d’aria sei volte superiore di quella che normalmente si utilizza.

L’azoto, assunto in quantità elevate, causa alterazioni delle trasmissioni del sistema nervoso.

Insomma, come fuori dall’acqua “in vino veritas”, sott’acqua “in azoto veritas”!

Non a caso questo fenomeno fisiologico è chiamato dagli americani “effetto martini”.

La cosa più simpatica di una bella sbornia d’azoto sta nei postumi: una volta usciti dall’acqua dopo un’immersione sono totalmente inesistenti, a differenza di quelli di una “sana” ubriacatura da alcol!

Scherzi a parte,se non si è ben preparati ad affrontarla, questa, potrebbe causare seri problemi.

Si manifesta in modo sensibile intorno ai 40 mt e può essere amplificata dallo stress della tipologia dell’immersione o da eventuali situazioni negative che possono presentarsi durante la stessa.

Le sintomatologie sono varie e spesso contrastanti: dall’euforia e troppa sicurezza di se a senso d’oppressione e annebbiamento dei riflessi.
Un sub profondista acquisisce col tempo una sorta d’assuefazione alla narcosi e un’esperienza che fa sviluppare delle tecniche per riuscire a contrastarla.Un’immersione molto ambita dai sub locali è quella sul relitto dell’aereo vicino Sferracavallo.
Uno Junker B52 tedesco della seconda guerra mondiale, abbattuto vicino la costa e inabissatosi in un fondale pianeggiante e sabbioso a circa 47 mt.
Ricordo ancora, anche se la cruda realtà mi dice che sono passati poco più di vent’anni, la mia prima sbornia sullo “Junker”…
Durante un’immersione, così come nella vita, la mancanza di punti di riferimento crea una situazione di stress molto elevata: sei disorientato.
La stessa cima utilizzata per la discesa è troppo esigua perché dia sicurezza. Anche se rappresenta la via del ritorno,visivamente, è una linea sottile che si perde nel blu.
L’immersione sull’aereo è destinata a sub esperti dotati di ridondanti sistemi di sicurezza.
Oggi, solo dopo averne verificato l’esperienza e la preparazione, porto piccoli gruppi a visitare l’aereo.
Di recente, un mio amico sub, diventato poi mio allievo in corsi di subacquea tecnica, è riuscito ad estorcermi l’immersione tanto ambita.
Non aveva esperienza in immersioni di questo tipo. Per fortuna decisi di scendere solo con lui.
Solito appuntamento al diving ore 9,00.
Una buona guida sub intuisce cosa l’aspetta durante l’immersione dal comportamento della persona già fuori dall’acqua, durante il montaggio dell’attrezzatura.
G. quel giorno era più frenetico del solito. E’ sempre stato un sub molto attento, ma quel giorno era snervante. Guardava e ricontrollava l’attrezzatura come non aveva mai fatto.
Mi chiese una quantità di volte inaudita come si sarebbe svolta l’immersione.
Pochi minuti di navigazione e l’ancora della cima di discesa sprofonda velocemente verso i 47 mt, sul punto indicato dal GPS.

Siamo molto fortunati: il mare è splendido e la cima perfettamente verticale indica la totale assenza di corrente.

Indossate le bombole e agganciati i bombolini d’emergenza ai fianchi, siamo pronti per andare a fare visita ad un pezzettino di storia.

Dopo il classico controllo a pelo d’acqua, un ok e cominciamo a scendere.

Durante la discesa cerco il più possibile di guardare G. in viso. Devo cercare di prevenire ogni possibile problema.

La cima scorre veloce davanti ai nostri occhi. Tutto sembra andare per il meglio.

Guardo il computer, segna 32 mt, continuiamo a scendere.

36 mt…L’espressione di G. comincia a cambiare: qualcosa non va…

38 mt… G. si blocca e comincia a farmi dei gesti esagitati: fa un segnale che indica vertigini.

In un attimo lo vedo schizzare pinneggiando e tirandosi alla cima verso la superficie.

Devo riuscire a rallentare la sua risalita cercando di fargli riprendere il controllo della situazione.

Gli sto davanti alla stessa velocità. Stiamo andando troppo veloci. Sento i bip dei computer che segnalano il superamento della corretta velocità di risalita.

dscn0412.JPGLa situazione sta diventando pericolosa.

Cerco in tutti i modi di segnalargli di rallentare e di calmarsi.

Siamo già risaliti ai 20 mt.

In modo brusco lo afferro per il giubbotto equilibratore e lo blocco in maniera un po’ violenta.

Lo scossone lo fa ritornare in se. Mi fa cenno che tutto è ok.

Dopo qualche istante mi segnala che vuole riprovare a scendere.

Ricominciamo a scendere molto più lentamente guardandoci negli occhi.

Stavolta và molto meglio: ai 40 mt mi segnala che tutto è ok. Lo vedo molto più sereno…forse troppo. Devo tenerlo ancora di più sotto controllo.

Vediamo la sagoma dell’aereo.

Adagiato pancia all’aria su un pianoro sabbioso fa una strana impressione.

Anche dopo tante immersioni è sempre emozionante vederlo dall’alto.

Ci avviciniamo sempre più.

La cima arriva proprio accanto ad una delle ali.

Come una piccola oasi nel deserto è molto popolato.

Vedo le due grosse cernie che hanno fatto dei fori dei carrelli la loro tana. A volte le becco anche sotto le ali.

Però oggi la mia attenzione è tutta su G. E’ troppo euforico…Anziché dirigersi verso l’aereo và verso la sabbia. Lo seguo senza fargli capire che lo tengo sotto stretto controllo.

Arrivato sul fondo comincia ad infilare le dita nella sabbia come un bimbo che la tocca per la prima volta!

Mi guarda: dietro l’erogatore sorride.

Con molta cautela cerco di dirigerlo verso il relitto.

Devo riuscire a riportare la sua attenzione sull’immersione. E’ l’unico sistema per distoglierlo da questo stato euforico.

Vicino al relitto con la punta dell’indice sfiora la punta dell’elica…

Lo chiamo. Col faro acceso gli segnalo un grosso gronco che fa capolino tra i rottami di uno dei motori. Accanto c’è una grossa murena e sotto il motore due lunghe antenne segnalano la presenza di un’aragosta.

G. adesso sembra molto più presente. Ha ripreso il controllo dell’immersione.

Gli segnalo di tornare verso la cima per cominciare la lenta risalita.

Ai 28 mt ci fermiamo un minuto per fare una sosta di sicurezza. I computer ci segnalano undici minuti di decompressione.

Comincio a respirare dal bombolino che ho sul fianco. Contiene una miscela iperossigenata che favorisce lo smaltimento dell’azoto.

Cambio miscela respiratoria sul computer e il tempo di decompressione diminuisce a 6 minuti.

G. continua a respirare aria. Non ha i brevetti che gli consentono l’uso di miscele respiratorie diverse. Il suo tempo deco resta invariato. In ogni modo seguirò il suo profilo d’immersione.

Riprendiamo la risalita verso le tappe deco.

Giunti a 5 mt i minuti di sosta segnalati dal computer cominciano a diminuire. Sono i classici minuti della visualizzazione a posteriori: quelli in cui comici a rivedere i momenti salienti dell’immersione.

Oggi G. ha conosciuto le due facce della “narcosi d’azoto”. E’ passato dal quasi panico all’euforia. Penso che ricorderà molto bene l’esperienza di oggi.

Una frase che ripeto sempre ai miei allievi è: “Non importa il livello del tuo brevetto, ma l’esperienza che hai in acqua”

G. mi segnala di avere finita la deco. Io ho già finito da diversi minuti.

Usciamo dall’acqua. Il barcaiolo ci chiede come sia andata l’immersione. Guardo G. con un sorriso ironico e rispondo: ”Caro R. ho deciso che per le prossime immersioni mi fornirò di nuove attrezzature… Secchiello, palette e formine per giocare con la sabbia!!!”.

testo e foto © P.f.d.

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