Dubai, la città dei record

Dubai è la capitale di uno dei sette stati che costituiscono gli Emirati Arabi. E’totalmente immersa nel verde, nonostante sia circondata da uno dei deserti più aridi del mondo. Le risorse idriche della città provengono da impianti di desalinizzazione e il consumo di acqua pro capite è quattro volte più elevato di quello della media mondiale.
Potrebbe essere definita una città da Guinnes dei primati, visto che al suo interno sono presenti, e in continua progettazione, costruzioni da record.
burj-al-arab.jpgUltimato da poco tempo, e costruito su un’isola artificiale, sul Golfo Persico svetta il Burj al-Arab, l’albergo più alto, ben 351 metri, e lussuoso del mondo. L’unico ad avere 7 stelle.
E’ancora in via di realizzazione quella che sarà la più alta costruzione al mondo: la Torre Araba Burj Dubai, un grattacelo residenziale nel porto artificiale Jebel Ali di ben 800 metri.
Progetti altrettanto straordinari sono Palm Island, The World e Dubai Waterfront.
Il primo è costituito da isole artificiali disposte in modo creare l’immagine di una palma. palm-island.jpgQui troveranno posto 500 appartamenti, 2000 ville, 25 hotel e 200 negozi.
the-world.jpgThe World, realizzato al largo della città di Dubai, sarà costituito da 300 isole, posizionate in modo da rendere il disegno del planisfero terrestre. Si potranno acquistare le varie isole, con prezzi che oscillano, a seconda della dimensione, dai 6,2 ai 36,7 milioni di dollari.
Dubai Waterfront sarà un litorale costituito da 81 chilometri quadrati di isole artificiali. Scopo del progetto è quello di generare il miglior litorale al mondo.
hydropolis.jpgAltre costruzioni ambiziose sono Hydropolis, il primo hotel sottomarino al mondo, immerso al largo di Dubai, realizzato e montato in Germania, la Dubai Sport City, 7,5 chilometri quadrati di impianti sportivi, e il Dubai Sky Dome, un immenso complesso dubailand-ski-dome.jpgdedicato agli sport invernali, con piste da sci e sentieri per snowboard. Dotato di relativo Pinguinarium e bagni termali.
Progetti che richiedono costi astronomici, basti pensare che la piattaforma galleggiante che sostiene gli edifici appena costruiti della Dubai marina, ha un costo che si aggira intorno ai 10 bilioni di dollari.
Ma costi e meraviglia a parte, qual’è l’impatto ambientale di opere così imponenti?
Calza a pennello l’articolo pubblicato dal quotidiano ambientale on line Greenreport  il 14 agosto 2007.

Quando la storia non è maestra di sostenibilità (né ambientale, né sociale)LIVORNO. Se davvero la storia fosse maestra di vita, come dicevano i latini, forse l’uomo avrebbe imparato davvero qualcosa dagli sbagli del passato. Ma troppo spesso non è così. Si persevera negli errori per tanti motivi. E nei più svariati contesti. Circoli viziosi? Ciclicità storiche soprattutto. Ripartiamo quindi da due avvenimenti che ci arrivano dai secoli trascorsi per rileggere in controluce quello che sta accadendo oggi negli Emirati Arabi e di cui parliamo più avanti.
Clive Ponting, nel suo libro più conosciuto “Storia verde del mondo”, racconta e ricostruisce le vicissitudini del popolo che abitò l’Isola di Pasqua. La famosa Rapa Nui. Una storia esemplare – per quanto avvolta ancora in un alone di mistero – che Ponting usa come monito per l’umanità. Sostanzialmente gli abitanti dell’isola utilizzarono in modo talmente intensivo le risorse naturali, soprattutto per costruire le celebri statue, da desertificare in pochi anni tutto il territorio. Secondo gli studi fatti in loco e le ricostruzioni, quella di Rapa Nui era una delle società più avanzate dell’epoca. Fino al 1200 d.C. la popolazione rimase numericamente modesta e sostanzialmente in equilibrio con le risorse naturali presenti.
In seguito, però, pare per il desiderio di costruire le famose statue maoi, il cui sistema di trasporto richiedeva notevoli quantità di legname, cominciò il disboscamento dell’isola che fu intensificato dopo l’aumento della popolazione dovuto a nuovi sbarchi. Verso il 1400 d.C. la popolazione raggiunse quasi i 20mila abitanti (fonte Wikipedia) e l’attività di abbattimento degli alberi conobbe il proprio massimo di intensità. La riduzione della risorsa forestale provocò un inasprimento dei rapporti sociali interni che sfociarono talora in violente guerre civili. Successivamente, in alternativa al legno divenuto sempre più scarso, gli abitanti iniziano ad utilizzare anche erbe e cespugli come combustibile. Le condizioni di vita sull’isola divennero pertanto proibitive per la poca popolazione rimasta, in gran parte decimata dagli scontri interni e dai flussi emigratori. Oggi di quella civilità rimangono solo le statue e la popolazione è ridotta a meno di 2mila abitanti.
E dal passato oggi arriva un’altra storia molto simile che racconta il Manifesto. Si tratta dei risultati giunti dalle ricerche – durate oltre vent’anni – su quello che viene definito il più grande insediamento umano dell’era pre-industriale. Ovvero la città ritrovata nel nord della Cambogia, ad Angkor. Si parla di un’estensione di 1000 chilometri quadrati, la più grande mai registrata per una città antica, e una fitta serie di canali per l’irrigazione che le è valsa, sostiene il Manifesto, il titolo di “hydraulic city”. Ma gli studi evidenziano anche un altro aspetto: sebbene fosse un’opera di altissima ingegneria, proprio il sistema di irrigazione sarebbe stato alla base del declino della città. «La nuova mappa conferma che le modifiche al terreno furono così estese – dicono i ricercatori – da provocare grossi problemi ecologici, inclusa la deforestazione, l’impoverimento del suolo e l’erosione che hanno determinato l’abbandono della città».
Così arriviamo all’oggi e al trafiletto e a quello che sta accedendo negli Emirati Arabi: da qualche tempo si assiste a un rallentamento dei lavori per gli ambiziosi progetti edilizi dell’Emirato. Ad esempio la costruzione del nuovo quartiere di Al Barsha (20 miliardi di dollari) è stata sospesa per sei mesi a causa della perenne mancanza di acqua ed elettricità. Fermati, per lo stesso motivo, anche i lavori a Dubai volti alla costruzione delle tre gigantesche penisole a forma di palma sulla costa dell’Emirato. Secondo l’Autorità per l’energia elettriche e idrica le risorse d’acqua dovrebbero aumentare del 60% e quelle energetiche arrivare a 14,8 gigawatt per anno. Lo stesso ente, ora al centro delle polemiche per quelli che vengono ritenuti disservizi (non eroga abbastanza elettricità e acqua) stima che l’incremento nell’uso della risorsa idrica nell’ultimo anno è salito del 20% e dello di energia del 15%. Tutto a causa dell’aumento della popolazione.
A qualcuno viene in mente che ci sono dei limiti fisici oltre i quali non si può andare? Che almeno questi limiti andrebbero conosciuti prima di cominciare a fare opere di questo tipo? Che probabilmente per produrre tutta quella energia bisognerà bruciare non si sa bene quanto petrolio? Ricordiamo che nel Dubai si stanno costruendo i palazzi (alberghi soprattutto) più avveniristici del pianeta, con innovazioni tecnologiche anche ‘verdi’ incredibili. I famosi palazzi rotanti che producono energia elettrica come fossero pale eoliche, e poi pannelli solari e via dicendo. Ma questo non basta. Anzi. L’impatto ambientale di centinaia di alberghi, anche se tutti più o meno ecologici, non risolve certo la mancanza ad esempio d’acqua. Oppure l’uso di materia prima o di territorio (il cui risparmio dovrebbe essere un valore).
Ma questo non conta, c’è il business del turismo da inseguire, che deve crescere in barba ad ogni limite. In larga parte del pianeta il modello è sempre lo stesso: crescita al primo posto e poi avanti. Ai danni ci si pensa strada facendo. Con buona pace degli abitanti dell’Isola di pasqua e di quelli della “città delle grandi opere”. E purtroppo, se non si cercherà di mettere un freno ponendo come criterio direttore delle scelte quello della sostenibilità, anche delle generazioni future.
di Alessandro Farulli

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