L’orlo del Priolo, il cimitero delle ancore

Una delle tante possibilità che offre il mare è quella di immergersi nella storia.
Alcuni siti d’immersione, trovandosi lungo rotte di notevole transito, si sono prestati nel tempo a raccogliere reperti delle epoche più disparate.
Uno di questi luoghi è sicuramente l’orlo del Priolo: un parete rocciosa che segue, quasi parallelamente, la costa. Iniziando poche miglia a sinistra del porticciolo dell’Arenella (Palermo), si estende per oltre un miglio verso il golfo di Mondello.
Il dislivello del fondo, di circa 12 mt, rappresentava un’insidia per l’ignaro marinaio che dava fondo all’ancora, nelle sue vicinanze.
Il porticciolo di pescatori, dotato di un comodo scivolo per imbarcazioni, si presta per mettere il gommone in acqua e raggiungere il posto.
Bastano pochi minuti di navigazione e l’ancora del nostro mezzo è già in acqua. Per via della forte corrente e del fondale sabbioso, dobbiamo effettuare diversi tentativi prima di riuscire ad ormeggiare l’imbarcazione in modo sicuro.
Faccio un breafing piuttosto breve. Il tempo non promette nulla di buono e il mare potrebbe peggiorare. La direzione da prendere sarà quella contraria alla corrente. Anche se dovesse aumentare d’intensità, non dovremo contrastarla per tornare all’imbarcazione.
Impieghiamo poco tempo per entrare in acqua. A causa della bassa temperatura, avevamo indossato le mute direttamente in porto, provvedendo anche all’assemblaggio dell’attrezzatura.
Appena in acqua, prima del classico ok, faccio cenno ai miei compagni di stare particolarmente vicini: l’acqua è molto torbida.
Cominciamo la discesa. Circa 28 mt nel blu, lungo la cima dell’ancora.
Arrivati sul pianoro, l’acqua è stranamente più pulita che in superficie e la corrente meno forte, facciamo un check  generale e proseguiamo verso l’orlo.
Percorsi pochi metri, un coccio d’anfora attira la nostra attenzione. Dimensioni e sagomatura fanno intuire una provenienza romanica.  Ci soffermiamo solo qualche minuto e proseguiamo. Non tutti nel gruppo hanno la muta stagna e l’acqua è particolarmente fredda.
Seguendo il costone di roccia, verso il fondo, ad una profondità di circa 40 mt,  il primo incontro: una grossa ancora adagiata sul fondo. Forse persa dalla vicina tonnara. Non sembra di epoca molto antica. Il tempo di qualche scatto e proseguiamo.
Lungo il percorso ne scorgiamo altre due e diversi resti di anfore. I cocci sono troppo piccoli per poterne stabilire la provenienza.
Avanzando dove la parete crea una piccola ansa, troviamo qualcosa di più interessante: un ceppo d’ancora sicuramente romana.
Una rete abbandonata su alcune rocce, poco distanti dalla parete, attira la mia attenzione: un grosso polpo vi era rimasto incautamente intrappolato. Non esito a prendere il coltello per liberarlo. Sono costretto a chiedere ad un compagno d’immersione di tenere fermo l’animale per riuscire a tagliare il tramaglio. In pochi minuti è libero di tornare alla sua tana.
Anche per noi è ora di prendere la via del ritorno.
I computer indicano già 12 minuti di decompressione.
Risalendo, uno spirografo di notevoli dimensioni fa bella mostra di se. La parete, ravvivata da colonie di Astroides Calycularis, è anche ricoperta da spugne e incrostazioni multicolori.
Appena sopra l’orlo, un grosso ramo di un gorgoniaceo fa capolino tra la distesa di posidonie.Agevolati dalla corrente favorevole, raggiungiamo velocemente il gommone. Tuttavia, questa, durante la risalita, ci costringe all’utilizzo della John line ( una cima di vincolo) per riuscire a rimanere vicino la cima.
Otto minuti di decompressione e siamo fuori dall’acqua.
Le condizioni del mare sono peggiorate. Il tempo di issare le attrezzature in gommone, salpare l’ancora e  si parte veloci verso il riparo sicuro del porto.
Il proprietario del gommone apre un sportello della consolle di guida … qualche goccio di buon rum, col freddo che fa, è un toccasana!

Testo e foto © P.f.d.

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