Un pessimo fine settimana a Ustica

immersioni-ustica.gifAmo tutte le isole siciliane. Ognuna ha qualcosa che la rende unica.

In ambito d’immersioni, Ustica non ha eguali: per quantità di siti e bellezza dell’ambiente subacqueo, può essere realmente considerata il paradiso dei sub.

La prima volta che vi misi piede avevo tredici anni. Da allora non ho mai perso occasione per tornarci.

Anche se non utilizzavo ancora l’autorespiratore, ero già dotato di una buona apnea che mi permise d’innamorarmi del luogo.

Quando l’isola divenne riserva marina ne fui contento.

Alcuni miei allievi, da tempo, mi chiedevano di organizzare qualcosa nell’isola.

Quando ricevetti la telefonata di un amico istruttore che mi proponeva di organizzare insieme un fine settimana sull’isola, non ci pensai due volte. Tre del mio gruppo diedero la loro adesione.

Il venerdì sera, io e l’altro istruttore, salimmo, alla volta dell’isola, in gommone. Portammo con noi le bombole necessarie per il gruppo e le nostre attrezzature personali. Gli altri ci avrebbero raggiunto di mattina con l’aliscafo. In circa un’ora e venti minuti di navigazione, con mare quasi piatto, ci troviamo dentro il porto di Ustica. Troviamo un amico isolano ad attenderci che ci dà indicazioni per l’ormeggio dell’imbarcazione. Prende in custodia bombole e attrezzature e ci affida la sua macchina per eventuali spostamenti.

Cena a base di pesce e di corsa a nanna! Mi aspettavano due giorni di immersioni e volevo godermeli.

Il giorno dopo, alle otto siamo già al porto. L’aliscafo dovrebbe arrivare alle nove. Prima del suo attracco in porto preferiamo caricare le bombole e organizzare il gommone.

La sera prima, durante la traversata, avevo discusso con D. dei siti d’immersione e di come gestire le immersioni: il primo giorno avremmo fatto lo scoglio del Medico e parete dell’ Accademia.

Accompagneremo i gruppi insieme: lui come apertura e io in chiusura.

Il secondo giorno Secchitello e Grotta dei gamberi, due immersioni un po’ più impegnative, dove i gruppi saranno gestiti separatamente. Io e i miei allievi faremo dei tuffi un po’ più fondi.

Devo dire che, nonostante mi fossi già appoggiato al diving di D., non avevo mai fatto immersioni con lui.

Il porto dell’isola è abbastanza piccolo e i ragazzi appena scesi dall’aliscafo individuano il nostro gommone immediatamente. Il tempo di caricare le attrezzature sul gommone e lasciare i bagagli personali al diving del nostro amico, che siamo già in navigazione verso la nostra prima meta:

lo scoglio del Medico. Il luogo offre diverse possibilità d’immersione, tutte molto belle e con difficoltà diverse. Conosco i miei ragazzi e so che, comunque verrà impostata l’immersione, per loro non presenterà grosse difficoltà. A differenza nostra, nel gruppo dell’altro istruttore la maggior parte dei partecipanti ha il brevetto di primo livello che abilita alla profondità di diciotto metri.

sub0810.jpgD. fa il breafing dell’immersione, indossiamo le attrezzature, e tutti in acqua.

Durante l’immersione i miei allievi mi guardano continuamente perplessi. Sono abbastanza smaliziati per capire che non stiamo rispettando né il tragitto né le profondità descritte nel breafing.

L’immersione comincia prolungarsi troppo e l’ultimo passaggio, in uno stretto cunicolo, mi preoccupa non poco.

Per fortuna tutto finisce bene, anche se, guardando i manometri dei ragazzi del gruppo di D. mi accorgo che molti di loro sono usciti dall’acqua con scorte d’aria molto al di sotto dei canoni di sicurezza per un’immersione ricreativa. Inoltre, come se non bastasse, hanno raggiunto profondità per le quali non sono abilitati.

Sono molto perplesso per le immersioni del giorno dopo.

Quella del pomeriggio è abbastanza semplice per destare preoccupazione anche ad un Open Water. Eppure anche questa, nella gestione del tempo, viene condotta un po’ troppo al limite. Le perplessità aumentano…

L’indomani mattina, un leggero venticello di maestrale mi impone di annullare l’immersione a Secchitello. Non è un’immersione semplice: il rischio è quello di trovare corrente che, anche se non molto forte, la renderebbe impossibile per un gruppo non omogeneo come il nostro.

Decidiamo di anticipare quella del pomeriggio: la Grotta dei gamberi.

Giunti sul posto, D. , nel breafing, comunica ai suoi allievi che raggiunto l’antro della grotta non vi entreranno ma proseguiranno risalendo lungo la parete. Col mio gruppo, invece, percorreremo il tunnel. Ci ricongiungeremo tutti al suo sbocco.

Dovetti trattenermi per non farmi sfuggire alcun commento: non ero assolutamente d’accordo nel portare quei ragazzi a 42 mt di profondità. Per quanto non fosse previsto il passaggio nella grotta. Mi sono riservato dal farglielo notare perché non ho mai trovato giusto contraddire un collega in presenza di allievi. Purtroppo il gommone era troppo piccolo per poter fare due chiacchiere in privato, così mi trovai costretto a tacere.

Feci un breafing molto breve al mio gruppo, comunicando come avremmo effettuato il passaggio nella grotta, spiegando le possibili insidie. Aggiunsi solo : “All’inizio seguiamo il gruppo e teniamo gli occhi ben aperti…”. Mi capirono al volo!! I miei allievi, dopo aver accumulato parecchia esperienza e brevetti come sub ricreativi, avevano intrapreso l’iter della subacquea tecnica.

Effettuata la vestizione, e agganciati bombolini di emergenza sui fianchi, siamo pronti per scendere.

Classico ok generale e giù.

I due gruppi in perfetta fila indiana si dirigono verso il fondo costeggiando la parete. Con la coda dell’occhio noto un branco di barracuda nel blu. Proseguo senza segnalarlo per evitare perdite di tempo.

sub0700.jpgArriviamo davanti l’ingresso della grotta: è così ampio da consentire l’ingresso anche ad un gruppo numeroso.

Guardo i ragazzi che dovranno seguirmi. Prontamente mi segnalano l’ok.

Il fondo è costituito da sabbia. Ci manteniamo in assetto perfettamente orizzontale onde evitare di alzare sospensione ancora prima di entrare nell’antro.

Osservo l’altro gruppo e mi sembra molto disordinato: alcuni di loro per mantenere l’assetto fanno un utilizzo inconsulto delle pinne alzando un gran polverone.

Faccio cenno ai miei allievi di aspettarmi un attimo e mi dirigo verso l’altro istruttore per segnalargli di proseguire, quando, inaspettatamente, lo vedo comunicare ai suoi allievi di seguirlo all’interno della grotta! Non riesco a bloccarlo, si è già girato verso la caverna.

Torno dai miei ragazzi. Strabuzzano gli occhi attraverso i vetri della maschera. Sanno che è pura incoscienza, ormai hanno imparato a rispettare i limiti imposti dall’esperienza e dalla sicurezza.

Per quanto non siamo in configurazione tecnica, abbiamo con noi tutti gli accessori necessari per far fronte a qualsiasi emergenza. Oltre a fari potenti per illuminare la spelonca e aria di scorta nei bombolini aggiuntivi.

Gli altri hanno due torce in sette e un carico narcotico al quale, sicuramente, non sono abituati. Da quello che avevo sentito in gommone, nessuno di loro era mai entrato in un luogo chiuso sott’acqua. Diciamo che mi sentivo come seduto su una cassetta di dinamite pronta ad esplodere.

G.,uno dei miei, è anche guida subacquea e sa bene cosa fare in un caso simile: si posiziona subito dietro al gruppo, mentre io cerco di prendere la testa del gruppo.

D. và molto veloce e, francamente, evito di interessarmi a lui. Invece affianco i due ragazzi in testa al gruppo. I miei ragazzi accostano le altre coppie cercando di fare luce con i fari.

Nessuno guarda la miriade di puntini fluorescenti che tempestano la volta della grotta: sono i piccoli occhi della moltitudine dei gamberetti che danno il nome alla grotta.

Guardo dietro … non si vede più la luce naturale. La curva che la grotta compie verso sinistra la nasconde dopo pochi metri dall’ingresso. Blocco il gruppo e faccio cenno di tornare indietro.

Proseguendo, il tunnel si restringe fino a diventare un budello che risale verso l’alto. Non è assolutamente il caso di proseguire oltre. Dei cenni di G. attirano la mia attenzione. Torno velocemente indietro. Il ragazzo vicino a lui ha gli occhi fuori dalle orbite e il ritmo respiratorio indica una situazione elevatissima di stress, se non di panico. Lo prendo sotto braccio per infondergli sicurezza e pinneggio velocemente verso la luce. Tutti sono dietro di me.

Appena fuori dalla grotta mi soffermo un attimo per chiedere a G. di controllare se per caso vede tornare indietro D., dopodiché riporto il gruppo ad una quota più confortante.

Giunto ai 30 mt metri mi giro verso G. che segnala di non vedere nulla. Gli faccio cenno di risalire.

Il gruppo ha ripreso la sua tranquillità. Ordinati e composti, in fila per due, mi seguono come soldatini.

Costeggio la parete dirigendomi verso lo sbocco del budello. Due cernie di notevoli dimensioni danzano davanti ai nostri occhi. Più avanti intravedo delle bolle che vengono fuori dalle fenditure della roccia e vedo spuntare D.

Appena fuori mi chiede a gesti cosa sia successo. Gli faccio solo cenno di riprendere la testa del gruppo e tornare velocemente al gommone.

Fuori dall’acqua, un ragazzo mingherlino mi si avvicina. Riconosco i suoi occhi . Quasi sussurrando mi dice: “Scusatemi se vi ho rovinato l’immersione, ma avevo la sensazione di non riuscire più a respirare. Il mio erogatore non mi dava più aria…”. Sorridendo gli dico: “Stai tranquillo, avremo tanto tempo per rifarci l’immersione e quando sarà il momento, potremmo anche farla insieme. Ricorda che, sott’acqua, non devi mai sentirti obbligato a fare nulla. Non preoccuparti di ammettere di non essere in grado di fare qualcosa: non è un problema di paura, si tratta di imparare a riconoscere i propri limiti. Oltre i quali non bisogna mai andare. Sott’acqua non esistono eroi”. Mi sorride ringraziandomi e si allontana.

Rimasi veramente sconcertato quando sentì il collega istruttore rimproverare i suoi per non averlo seguito dentro il budello!

G. mi sussurra ironicamente in un orecchio: “Gli effetti della narcosi non cessano quando si torna in superficie?!”.

Cercai di concludere la giornata nel migliore dei modi col sorriso sulle labbra, ma una volta rientrato non sono più risalito sul gommone di quel Diving.
Ustica, in un modo o nell’altro, lascia ricordi indelebili.

testo e foto © P.f.d.  

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: