Immersione alla Secca della Formica

Dopo due settimane d’inattività, a causa di una forma d’otite acuta, il desiderio di tornare nel blu è molto forte. Appena ricevuto il consenso dell’otorino, la prima meta a cui penso è la Secca della Formica, un luogo sempre fonte di sorprese. Nonostante centinaia d’immersioni, l’idea di ritornarvi è in ogni modo allettante.
Da quando è stata dichiarata riserva archeologica, si è popolata di specie ittiche, normalmente molto diffidenti, che sembrano avere fatto l’abitudine alla presenza del subacqueo, lasciandosi osservare senza che si diano ad una fuga precipitosa.
Decido di organizzarmi appoggiandomi al diving di un mio caro e vecchio amico: Fofò, sub “vecchia maniera”, profondo conoscitore della zona. Come pochi sanno fare, in acqua, riesce a comunicare ed infondere un notevole senso di sicurezza. Le sue movenze, frutto di tanti anni di esperienza, sono sempre in perfetta armonia con l’elemento acqua che lo circonda.
Giunti al diving, con Erika e Francesco, il mio compagno d’immersione, l’accoglienza dello staff è  splendida come sempre. Fofò non esita a farmi vedere con orgoglio un articolo sul giornale locale. Vi è pubblicata una sua foto che ritrae Salvo, un socio della struttura che mi ospita, ed elemento del nucleo sommozzatori della Polizia di Stato, nel momento del ritrovamento di un’anfora risalente a 2300 anni fa. E’ uno di quegli eventi che, ben lontani dall’implicare fama e gloria, colorano la carriera di un sub di grandi soddisfazioni personali.
Tra una battuta e l’altra inizia il rito dell’assemblaggio dell’attrezzatura. Ho deciso di scendere in configurazione non molto pesante, con un monobombola da 15 lt sulle spalle, senza tralasciare quelle che ritengo dotazioni d’emergenza essenziali: doppio computer, maschera d’emergenza, doppio sistema di taglio, pallone d’emergenza, ecc … Compreso il mio fido ed inseparabile bombolino da 7 lt.
Francesco scende con un più capiente 18 lt. Corsi a parte, non abbiamo fatto molte immersioni insieme. Ma ha sempre dimostrato molta attenzione e meticolosità, osservanza dei limiti, buona acquaticità ed un ottimo autocontrollo in situazioni difficili.
Sistemata l’attrezzatura sul gommone e salutata Erika, che ha deciso di rimanere a godersi il sole sul molo della vecchia tonnara di Solanto, ci dirigiamo a velocità di crociera verso la Secca della Formica, raggiungendola in pochi minuti di navigazione. Il mezzo è assicurato su una della due grosse cime predisposte per l’ormeggio: per la tutela del sito è vietato l’utilizzo dell’ancora.
Sull’imbarcazione vi sono altri due gruppi di sub. Dal breafing delle guide percepisco che uno di loro ha intenzione di raggiungere la mia stessa meta.
Indosso il gruppo sul gommone, comunicando al mio compagno la posizione dell’erogatore d’emergenza. Aggancio la bombola d’emergenza sul fianco e vado in acqua. Francesco mi passa la sua bombola e, appena pronto, ci dirigiamo poco più avanti, verso il secondo sommo della secca. Gli altri sub sono già scomparsi sotto la superficie, quando ci diamo l’ok per andare giù anche noi. Sotto il pelo dell’acqua mi concentro sull’orecchio appena guarito. Dopo aver appurato che la manovra di compensazione funziona alla perfezione e senza alcun fastidio, mi dirigo verso la meta. Per raggiungerla dobbiamo percorrere un po’ di strada. Farlo sul fondo ci porterebbe ad un assorbimento d’azoto molto elevato. Quindi preferisco mantenermi ad una profondità di 25-30 metri seguendo il lato sinistro della secca.
Arrivati ad un masso che conosco bene, prima di doppiarlo e seguirne il fianco che precipita verso il fondo, chiedo a Francesco se tutto è ok. Contraccambia il mio segnale e proseguiamo.
Scendiamo lungo la parete adornata di splendidi rami di gorgonie. Col faro ne illumino qualcuna per restituirle il suo splendido colore rosso.
Verso i 45 mt una grossa spugna attira la nostra attenzione. Riconosco la sua forma a calice, ma di queste dimensioni non ne vedevo da tanti anni. Altezza e diametro raggiungono circa gli 80 cm.
Proseguiamo seguendo il fondale che adesso degrada dolcemente. Dalla sabbia fanno capolino altre forme di spugne. Mi soffermo su una di color arancio a forma di cuscino e, poco più avanti, ve ne sono di color lilla a forma di tubercolini.
– 48 mt: ottavo minuto d’immersione.
Francesco, poco distante da me, osserva altri organismi. I suoi movimenti sono composti e rilassati. Il ritmo respiratorio correttamente cadenzato. Si mantiene ad una distanza corretta con un ottimo assetto. Mi avvicino a lui e, col segnale prestabilito, gli chiedo di comunicarmi la sua riserva d’aria. Con gesti molto tranquilli controlla il manometro, comunicandomi i suoi 160 bar, e mi chiede se con l’orecchio va tutto bene. La mia risposta positiva lo fa sorridere … ma non per l’effetto della narcosi d’azoto!
Gli faccio cenno di proseguire e, mentre giro per riprendere la direzione, mi accorgo che si sofferma a controllare il computer. Tiene sotto controllo l’immersione: è un segnale positivo. Al contrario, molti sub, quando scendono con guide o in compagnia d’istruttori, tendono a trascurare gli strumenti, fidandosi del controllo di chi li accompagna. Non considerano che un istruttore è un essere umano, e come tale non è infallibile.
Poco oltre, una cima totalmente ricoperta da spugne ed altri organismi, che si protende per la sua lunghezza verso la superficie, m’indica che sono vicinissimo alla meta.
Sott’acqua non esistono strade o cartelli. Con l’esperienza si acquisisce l’attitudine all’orientamento subacqueo. Si cominciano a memorizzare istintivamente la conformazione del fondale, l’andamento, scogli, elementi naturali e artificiali riconoscibili, e quant’altro può tornare utile per ritrovare siti di particolare interesse. Senza trascurare che bisogna saper tornare alla propria imbarcazione!
-52 mt: undicesimo minuto d’immersione.
Lo sperone di roccia ricoperto da un gruppo di cespugli bianchi è davanti a noi. Le punte ondeggiano nel lieve movimento dell’acqua come candide piume. E’ il corallo nero. Sotto il bianco cenosarco si nasconde un fusto nero come l’ebano. Ci avviciniamo per osservarlo: piccolissimi polipi si protendono dal fusto per carpire all’acqua il nutrimento di cui hanno bisogno per accrescere la base su cui vivono.
L’osservo come se fosse la prima volta … Lo sguardo di Francesco esprime il mio stesso stupore.
-54 mt, tredicesimo minuto d’immersione: è tempo di risalire. Il computer segna 10 minuti di decompressione. Faccio cenno al mio compagno d’immersione e, senza esitare, c’incamminiamo verso la via del rientro.
Durante la discesa ho notato la presenza di poco pesce. Decido di seguire il fianco destro della secca. La presenza di una corrente un po più sostenuta, su questo versante, potrebbe regalarci qualche altra emozione.
-24 mt. Noto un paio di tane di polpo vuote … La terza è abitata. L’inquilino è molto grosso, peserà almeno un paio di chili. Ci soffermiamo. Il polpo accenna ad uscire incuriosito, provo ad accarezzarlo, ma si ritrae nella tana proteggendosi con il cumulo di pietre predisposte a mo di barricata.
Oltre alla curiosità, lo scopo è quello di fare un deep stop: un minuto di sosta, ad una quota intermedia rispetto alla profondità massima raggiunta, favorirà la nostra desaturazione.
Riprendiamo la risalita, e appena doppiato uno scoglio, a 18 mt, una gran quantità di pesce interrompe il nostro cammino. La mia scelta di risalire sul lato destro della secca è risultata corretta… Saraghi Pizzuti e Maggiori, splendide Orate e Dentici continuano a cibarsi incuranti della nostra presenza. Tutti di grossa taglia, che superano abbondantemente il chilo di peso … che meraviglia!
Cercando di disturbare il meno possibile questo splendido spettacolo, proseguiamo verso i 3 mt, dove effettueremo la nostra decompressione. Sono solo pochi minuti … Ma già non vedo l’ora di tornare al diving, riabbracciare la mia Erika, e raccontarle la splendida immersione.
08/07/2007testo e foto © P.f.d.

 

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