Ritorno alla Secca della Formica

Da istruttore, così come compagno d’immersione, ho la tendenza a sentirmi responsabile di chi scende con me, rivolgendogli una considerevole attenzione qualunque sia il suo livello di preparazione. Per quanto lo faccia in modo molto discreto, questo, spesso, mi porta a non avere col “mio mare” il rapporto che vorrei.
Per questo motivo, ogni tanto, scatta la voglia di organizzare un’immersione “mia”, che vada al di là del semplice contatto con le splendide forme di vita acquatiche. Non che questo non sia appagante, ma quello che mi spinge a caricarmi di notevoli e pesanti volumi d’attrezzatura, alzarmi presto la domenica mattina dopo una settimana di lavoro, va ben oltre: “ascoltare” le emozioni e le sensazioni che un tuffo nel blu regala. La ricerca di un contatto interiore con l’elemento mare diventa in alcuni momenti una necessità fisiologica e mentale di cui non riesco a fare a meno.
Decido di accettare l’invito di “Fofò”, Alfonso Santoro, e tornare a tuffarmi alla Secca della Formica, appoggiandomi al suo diving: il Blue Shark. Non ho ben capito se abbia intenzione di fare un’immersione insieme. Valuto la possibilità di scendere da solo, nell’eventualità Alfonso debba gestire qualche gruppo.
Non sono assolutamente un fautore dell’immersione in solitaria, anzi, esattamente il contrario: questa, soprattutto se profonda e con decompressione, richiede una grande esperienza, preparazione tecnica e psichica. E’necessario saper gestire lo stress, che in una situazione d’emergenza, trasformandosi in panico, porterebbe a compiere gesti inconsulti, pericolosi per la nostra incolumità. Sott’acqua può succedere di tutto. L’esperienza mette in condizione di poter prevedere eventi negativi, ponendosi in anticipo domande a cui trovare soluzioni. Il risultato è un’attrezzatura personalizzata, che consenta di fronteggiare qualunque evenienza.
Sono necessarie notevoli scorte d’aria, e di eventuali miscele, per evitare le conseguenze negative di una risalita di emergenza.
Generalmente, un sub in configurazione tecnica diventa simile ad un albero di natale, addobbato con bombole, bomboline, e svariati accessori subacquei!
La sera prima dell’immersione mi dedico all’assemblaggio ed al controllo dell’attrezzatura.
Comincio dal bibo a bombole separate: per quanto sia più ingombrante e pesante di un semplice monobombola, è molto più stabile sulle spalle, meno sporgente, ed il posizionamento dei rubinetti offre una migliore presa nel caso sorga la necessità di doverne azionare uno. In questa configurazione ogni bombola è dotata del suo erogatore, manometro e frusta gav. Garantendo così il massimo della sicurezza, perchè, nel caso di un guasto ad uno dei due sistemi, si continuerà ad avere la piena disponibilità dell’altro. Bisogna tener presente che, in immersione, si deve respirare alternando la fonte d’aria, per mantenerne sempre uguale la scorta nelle bombole.
Predispongo le due bombole decompressive da portare attaccate sui fianchi: una caricata con Ean 40 (aria arricchita d’ossigeno fino ad un 40 %), mentre l’altra con ossigeno puro. Queste garantiscono una più rapida e sicura decompressione. Ne utilizzo due in alluminio da 7 lt. Per quanto, a parità di volume, fuori dall’acqua siano più ingombranti e pesanti di quelle in acciaio, in immersione hanno un assetto quasi neutro, consentendo una migliore gestione nel caso debbano essere movimentate. Ognuna di essa ha ben in evidenza l’adesivo che ne indica il contenuto.
Per un calcolo corretto dei tempi di decompressione, l’utilizzo di miscele diverse prevede l’uso di un computer multimiscele. Controllo il settaggio dei parametri del mio.
Carico la cesta con tutto il resto dell’attrezzatura, ricontrollando mentalmente la mia check list per essere sicuro di non dimenticare nulla.
Alle 10 sono al diving con Erika. La solita calorosa accoglienza dello staff predispone positivamente ad una bella immersione. Dopo un affettuoso saluto, Alfonso esordisce: “Se ti va, in modo autonomo e discreto, possiamo fare strada insieme, vorrei farti vedere una cosa che ho trovato tra i cespugli di corallo nero. Poi, se vuoi, ci dividiamo.”
Accetto di buon grado la proposta. I suoi ritrovamenti sono sempre interessanti.
Carico l’attrezzatura sul gommone, saluto Erika, che pazientemente decide di rimanere nella spiaggia antistante il diving, e salgo sull’imbarcazione che in pochi minuti di navigazione raggiungerà il sito d’immersione.
Durante la navigazione compio il mio solito rito: mi isolo mentalmente dall’ambiente circostante, cercando la concentrazione necessaria prima di un’immersione impegnativa.
Indosso i vari elementi dell’equipaggiamento. Posiziono in vita la cintura di zavorra, alla quale aggancio le tasche prima di fissarle sulle cosce. Contengono tutti gli accessori necessari per le emergenze. Indosso i guanti, rigorosamente tagliati in modo da lasciare le dita scoperte per una migliore sensibilità. Piazzo i due computer ai polsi e predispongo maschera, pinne, cappuccio e bombole laterali in modo da poter recuperare il tutto agevolmente dopo aver indossato il pesante gruppo bombole. Come ultima operazione, non meno importante delle altre, apro i rubinetti delle bombole!
Il gommone è già ormeggiato sulla secca. Indosso il resto dell’attrezzatura e vado in acqua. Alfonso dall’imbarcazione mi dice che se voglio lo posso aspettare nel bassofondo sotto il gommone. Scendo, mi posiziono in assetto neutro un metro sopra il fondo, e approfitto dell’attesa per controllare tutto l’equipaggiamento. Provo il cambio dei due erogatori principali, verificandone il posizionamento, così come dei rispettivi manometri. Raggiungo agevolmente gli erogatori di emergenza e il doppio comando del gav. Provo a sganciare e riposizionare le bombole laterali. Stringo per bene l’imbraco del gav e i cinghioli delle pinne quando vedo arrivare il mio compagno d’immersione.
Basta un piccolo gesto, un ok, e cominciamo a pinneggiare verso la parte esterna della secca. Controllo il computer … sono già al secondo minuto d’immersione. Fofò nuota qualche metro sopra di me. Con l’attrezzatura ingombrante che indosso, per riuscire a mantenere un’andatura decente nel nuoto orizzontale, devo cercare di assumere una posizione più idrodinamica possibile. Socchiudo un po’ gli occhi, cerco di visualizzare mentalmente la mia postura e provo a sentire l’acqua che scorre su di me … Vado abbastanza veloce.
All’ottavo minuto d’immersione siamo già ai primi rami di corallo nero, – 52 mt.
Controllo i manometri che indicano la mia scorta d’aria: ognuno segna 150 bar.
Con Alfonso, di tanto in tanto, ci scambiamo qualche occhiata. Non abbiamo bisogno di darci alcun ok. Se qualcosa non dovesse andare bene lo capiremmo dallo sguardo.
Seguo lateralmente il profilo della roccia fino a ritrovarmi nella parte inferiore del piccolo orlo.
Il computer emette un piccolo suono: – 60 mt, decimo minuto d’immersione … E’ scattata la deco.
Continuo a seguire l’orlo al limite della sabbia. Alzo gli occhi cercando il mio compagno d’immersione. Mi fa cenno di raggiungerlo. Risalgo di qualche metro.
-54 mt, undicesimo minuto d’immersione.
Alfonso mi indica qualcosa: il suo occhio esperto e attento è riuscito ad individuare un’esemplare della rara Eunicella Verrucosa. Col suo colore bianco candido, il ramo, alto non più di 30 centimetri, si confonde con quello del vicino corallo nero. Per quanto piccolo, è veramente bello.

Dopo qualche istante, mi comunica che inizia a risalire. Con gesti molto pacati mi fa capire che se voglio soffermarmi un altro poco, posso farlo tranquillamente. Decido di rimanere.
Reprimo l’istinto di chiedergli la scorta d’aria e gli do un ok.
Riguadagno la base dell’orlo e mi giro verso il blu. Scendo qualche metro più giù, seguendo il fondale sabbioso che degrada dolcemente.
-67 mt, dodicesimo minuto d’immersione.
Sono solo … Mi fermo.
Devo mantenere alto il livello di concentrazione. Per quanto sia allenato ai tuffi profondi con l’aria, la narcosi d’azoto potrebbe insinuarsi in modo subdolo. Controllo i manometri: 120 bar … Controllo il computer … Ho una notevole quantità di deco da fare, ma conosco bene il profilo d’immersione. So che i cambi miscela, durante la risalita, la faranno diminuire parecchio.
Mi concentro su me stesso. In assetto neutro, quasi parallelo al fondo, poggio solo le punte delle pinne sul fondale sabbioso inanimato, come per voler mantenere un contatto con la realtà. Seguo con lo sguardo il fondo. Il suo colore, grigio-blu scurisce fino a perdersi in una fascia di blu scuro, quasi nero. Continuo a seguire verso l’alto questa progressione di varianti monocromatiche: il nero torna ad essere blu degradando verso tonalità più chiare.
Cerco la superficie con lo sguardo. Non riesco a vederla, c’è troppa acqua sopra di me …
Torno a concentrarmi sulla fascia scura, che come l’orizzonte, separa otticamente due elementi che si fondono l’uno nell’altro. Una striscia di mistero che stuzzica la fantasia e spinge a volerne carpire i segreti, ma allo stesso tempo, l’ignoto, incute timore. Mi viene in mente una definizione: “Il punto di non ritorno”.
Restare sospeso nell’elemento liquido e sentirmi tutt’uno con l’acqua mi da un senso di pace che non riesco a ritrovare in nessun luogo …
Respiro molto lentamente. Anche la mia frequenza cardiaca sembra rallentata. E’ frutto della vasocostrizione periferica indotta dalla pressione, o di una regressione fisiologica e mentale alla nostra origine acquatica?
Sono sempre più solo con me stesso ed i miei pensieri .… Rifletto sulla mia vita e mi dico: “Non devo lasciarmi travolgere dagli eventi negativi, devo reagire, voglio continuare ad inseguire i mie sogni!”
Il tempo… Scorre lentissimo… In questo momento è solo una definizione legata a quel punto di contatto tra le mie pinne ed il fondo.
La dilatazione temporale potrebbe essere il frutto di una leggera forma narcotica alla quale, a quella profondità, nessuno è totalmente indenne. E’questa consapevole autoanalisi a farmi capire di essere perfettamente lucido!
Erika è su che mi aspetta … E’ tempo di risalire.
Mi stacco dal fondo e giro per intraprendere la via del rientro. Guardo il computer mentre scatta il quindicesimo minuto d’immersione. Controllo i manometri: 100 bar. Ho consumato veramente poco, non era solo una mia sensazione.
Pinneggio seguendo l’andamento del fondo, cercando di rispettare al massimo la corretta velocità di risalita.
Verso i 34 mt, al diciottesimo minuto, ritrovo alla mia destra Alfonso. Mi fermo e ne approfitto per fare un Deep Stop: un minuto di sosta. Ci scambiamo un paio di segnali e proseguiamo verso la superficie insieme.
-29 mt, ventesimo minuto d’immersione.
Cambio erogatore e comincio a respirare l’Ean 40 dalla bombola che porto sul fianco sinistro.
Imposto la miscela sul computer. Il tempo deco di 20 minuti dopo poco diminuisce a 12.
Continuiamo a risalire un po’ più lentamente verso le tappe deco.
-5 mt, trentesimo minuto d’immersione.
Levo la protezione dal boccaglio dell’erogatore dell’ossigeno, necessaria per evitare che qualcuno, magari in preda al panico dettato da un’emergenza, possa maldestramente utilizzarlo ad una profondità errata, e comincio a respirarlo.
Cambio la miscela sul computer che, alla fine, mi indica solo 6 minuti di decompressione.
Poco sotto di me Alfonso è alle prese con un grosso polpo che, giocando, gli si è avvinghiato su per il braccio. Lo carezza con delicatezza, finché l’animale decide di mollare la presa e recuperare il fondo, il suo habitat naturale.
Quando mi raggiunge, ha ancora 10 minuti di deco da fare, mentre a me ne restano solo 4. Decido di prolungare la mia e restare con lui. Un po’ di desaturazione in più ad ossigeno puro non può farmi che bene. Oltretutto è stato un compagno perfetto per quest’immersione.
Finita la deco risaliamo sul gommone dove, oltre ai gruppi condotti professionalmente dal suo staff, ci sono dei nuovi ospiti: tre sub di un altro diving. Rimaniamo esterrefatti quando, accompagnandoli alla loro imbarcazione, ci rendiamo conto che all’appello della guida ne mancava uno soltanto! I nostri sguardi non hanno bisogno di commenti…
Appena giunto al diving, mentre abbraccio Erika, penso ai miei due figli. Getto un occhio al “mio mare” e penso: “Loro m’impongono di continuare ad inseguire i miei sogni … Ma con i piedi per terra!”
15/07/07
Testo © P.f.d.
Foto © G.d.M.

 

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