Mare libero o a pagamento

L’estate  2007 sta volgendo al termine ed è stata caldissima,  non solo in senso meteorologico. Come se non bastasse l’effetto-serra prodotto dall’inquinamento atmosferico, da un capo all’altro della Penisola ha fatto  scoppiare una “guerra delle spiagge” fra il popolo dei bagnanti e i gestori degli stabilimenti balneari.
Pomo della discordia, l’ingresso libero e gratuito per raggiungere l’agognata battigia e tuffarsi finalmente in mare.
“Il mare è un diritto”. “No al mare in gabbia”. “Mare vostrum”. Sono questi gli slogan bellicosi che campeggiano  sul “Manuale di autodifesa del bagnante”, preparato dai deputati del Sole che ride. Un vademecum che spiega ai cittadini in sandali e costume quali sono i loro diritti, suggerendo anche come comportarsi in caso di controversie e contestazioni, con tanto di modulo-tipo per segnalare o denunciare chi si rifiuta di rispettare una legge dello Stato.
Al contrario di quanto avviene nel resto del mondo, in Italia le spiagge sono sempre più care e meno accessibili.
Eppure si tratta di concessioni pubbliche, vale a dire di terreni vincolati e protetti che lo Stato affida in gestione ai privati per offrire servizi a pagamento (cabine, bar, ristoranti, bagni), lasciando libero l’arenile.
Accade invece che, su un totale di 6.694 chilometri di coste e circa 3.500 chilometri di spiagge, almeno un migliaio di queste è occupato da stabilimenti e spesso si tratta di edifici in cemento costruiti materialmente sulla sabbia.
A fronte di un canone annuo pari complessivamente a 40 milioni di euro, secondo gli ultimi dati elaborati dalla Patrimonio dello Stato Spa, si calcola che i gestori fatturano quasi due miliardi, con prezzi che ormai sono arrivati alle stelle: 15-20 euro per pagare il biglietto d’ingresso e fare il bagno; dai 1.500 ai 3.000 euro a stagione per la cabina, con un listino a parte per sedie a sdraio, lettini e ombrelloni.

Fonte: AGRonline

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