La guerra del Mediterraneo. Pescatori di uomini

I marinai siciliani raccontano come è cambiato il loro mare in questi anni di «lotta alla clandestinità». Aiutare i barconi può essere pericoloso: si rischia il lavoro e persino la denuncia Francesco ricorda quel barcone in alto mare e dell’ordine del capitano: «Date solo acqua agli immigrati». Poi arrivò la tempesta, «una di quelle da cui non si salva nessuno». «Avevo ripescato quattro cadaveri, ma nessun porto li voleva – racconta un altro marinaio – Due giorni di lavoro persi. 

Le storie dei migranti e quelle dei pescatori s’intrecciano nel Canale di Sicilia ed ancora più a sud, verso la Libia e la Tunisia. In alto mare i gommoni e le barche cariche di migranti incrociano i pescherecci, soli a navigare le acque internazionali, sola speranza di salvezza prima che le onde inghiottano la barca e mettano fine al viaggio verso l’Europa. Le storie dei barconi che trasformano i marinai in pescatori di uomini si ascoltano, sussurrate a bassa voce, al porto commerciale di Lampedusa dove i pescatori di Mazzara del Vallo vengono a lasciare il frutto di 4-5 giorni di pesca, per poi ripartire, verso sud, a 70-80 miglia dalle coste tunisine e libiche per la pesca delle triglie, a 120 miglia al sud di Tripoli per quella del gambero rosso.

«Signorina, oggi c’è scirocco»

Antonino scende dalla sua barca e sorride quando gli chiedo se ha visto dei migranti nella sua nottata di pesca. Un sorriso amaro ed una risposta criptica: «Oggi c’è scirocco signorina!». Gli altri pescatori spiegano il significato di questa frase: quando c’è scirocco, dicono, si incontrano molte barche di migranti, di clandestini – come li chiamano i pescatori – quando c’è maestrale nessuno si salva e spesso pescano brandelli di gommoni, pezzi di legno e cadaveri. In Libia si sa che non si deve partire quando c’è maestrale, ma spesso i migranti perdono la rotta perché i trafficanti li fanno imbarcare senza una bussola che indichi loro la direzione verso l’Europa, o rimangono senza benzina e il viaggio, normalmente di tre giorni, si prolunga fino a una settimana. Lo scirocco lascia posto al maestrale e i gommoni, stracarichi di uomini, si ribaltano e spariscono tra le onde. Pietro, facendomi visitare la sua barca mi dice di averne avvistate tante di imbarcazioni in mezzo al mare, di aver dato l’allarme, ma quando c’è cattivo tempo, non si può fare niente e chissà quante vanno a fondo….

Solo acqua per i «clandestini» in mare

Non c’è un pescatore che dice di non averli visti quei gommoni, lunghi 6 metri con una capienza di massimo 20 persone. Arrivano a trasportarne fino a 100, schiacciati uno sull’altro «come sardine in scatola», dice Francesco, lui che in questo mare fa il marinaio dal 1968. Racconta che tre giorni fa li ha incrociati i clandestini, era notte, ed erano 123 su un solo gommone gridavano aiuto, sembrava che l’imbarcazione, che a stento li sosteneva, dovesse capovolgersi da un momento all’altro. Francesco si ricorda la prima volta che ha incrociato un barcone di migranti: sei anni fa, era un canotto che trasportava 30/40 persone. Anche in quell’occasione i migranti hanno chiamato per attirare l’attenzione dell’equipaggio, ma il capitano ha detto ai marinai di lanciare loro dell’acqua e di continuare. Era sera quando hanno incrociato il canotto e durante la notte si è alzata una tempesta «una di quelle in cui nessuno sopravvive» dice Francesco, abbassando lo sguardo. Li vedono passare, accalcati uno sull’altro, li sentono gridare aiuto, stremati di fame e di fatica. Un altro pescatore dice che non resta loro che affiancarsi ma le operazioni di salvataggio diventano pericolose perché i migranti, terrorizzati dall’idea di essere abbandonati in mezzo al mare, si lanciano verso il motopeschereccio con il rischio che il gommone su cui si trovano si ribalti per il peso. Quando si lanciano in mare per raggiungere la barca da pesca forse non sanno che le leggi del mare sono cambiate, la solidarietà del soccorso può essere punita con la prigione, e allora i pescatori dicono di non poterli fare salire a bordo, gli ordini dell’armatore sono chiari e quelli del capitano anche.

Il prezzo della solidarietà

Antonino, appoggiato alla Borea Seconda, il motopeschereccio di cui è capitano, spiega che una volta intercettato un gommone bisogna chiamare la Capitaneria di porto, aspettare fino a quando non arrivino i soccorsi, a volte anche per delle ore, affiancare il barcone ma non fare salire i migranti, «tranne in caso di reale pericolo». Un altro pescatore che incontriamo al molo mentre aspetta che la sua barca riprenda il mare spiega che portarli a bordo significherebbe anche perdere due giornate di lavoro: una per tornare a Lampedusa, mezza giornata per l’interrogatorio sulle operazioni di salvataggio, un’altra mezza giornata per ritornare in alto mare e rilanciare la rete. Fare salire a bordo i migranti costerebbe loro tra i 4000 e i 5000 euro di lavoro, pari al valore di due giorni di pesca. E questo tutti i pescatori e, soprattutto, gli armatori lo sanno. Ma anche i marinai hanno un cuore, come ripetono tutti, e la vista di donne e bambini in pericolo gli fa dimenticare ciò a cui vanno incontro, anche se, ammettono in tanti, non è facile per loro. Vito Q., che incontriamo a Mazzarra del Vallo al porto nuovo, dice che qualche giorno prima – lunedì 3 settembre – anche loro avevano salvato dei migranti il cui gommone stava affondando. Li hanno affiancati alle 21 e la Capitaneria di porto è arrivata dopo mezzanotte perché si trovavano a molte miglia a sud di Lampedusa, e hanno quindi perso la notte di pesca. Suo zio, che il marinaio lo fa da una vita, dice a Vito di non parlare, che le storie dei clandestini creano sempre e solo problemi, sia in terra che in mare. Ma Vito continua a raccontare, quasi difendendosi: «E’ la legge italiana che porta i pescatori a chiudere gli occhi davanti alle barche cariche di migranti, perché se facciamo qualcosa, come dice mio zio, sono solo problemi».

Se la rete incappa nel cadavere

Le storie si diffondono tra i pescatori che dopo quattro giorni di mare tornano a terra, durante il momento di riposo e c’è sempre qualche marinaio pronto a raccontarle. Uno di loro, prendendomi in disparte, racconta di quella barca che ha ripescato una rete piena di cadaveri, non ancora decomposti, ed una volta tornata a Mezzara del Vallo i magistrati ne hanno richiesto il fermo per 4 giorni. Un altro marinaio aggiunge che una volta aveva trovato otto corpo di migranti, quattro uomini e quattro donne, e dovette lasciare la giornata di pesca per riportare i cadaveri a Lampedusa. Ma una volta sull’isola non lo fecero scendere dicendogli di portarli a Mazzara del Vallo: lì gli risposero di volere pesci e non cadaveri dai pescatori. Dopo due giorni di navigazione i cadaveri hanno infine trovato riposo a Porto Empedocle. «Due giorni di lavoro persi», dicono, cercando di far capire perché sempre più spesso chi trova un cadavere lo ributta a mare. In genere ritrovano teschi e ossa umane, ma in questi casi la scelta è più semplice ed è la tradizione che prevale: «Chi viene dal mare va al mare», dice un giovane marinaio, facendosi il segno della croce.

Il rischio di veder trasformato un atto di soccorso in una condanna per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, i tempi ritardati dei soccorsi, gli eventuali problemi con la giustizia hanno fatto spesso cambiare strada a molti pescherecci, gli hanno fatto chiudere gli occhi davanti alle richieste d’aiuto andando contro una legge storica del mare, la solidarietà. Ma non sempre è così e Russo Pietro, il capitano che qualche mese fa è stato premiato dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifguiati per aver portato soccorso, nel luglio del 2006, a 21 migranti, è là per ricordarlo.

«Riportateli indietro». Ordini superiori

I pescatori del Mediterraneo, ultimi eredi di generazioni di pescatori, hanno visto cambiare il loro mare nel corso degli anni da quando i loro padri e nonni erano i soli a pescare in queste acque, nel periodo della lotta del pesce con la Tunisia e la Libia. Vito si ricorda ancora quando negli anni ’90 nel canale d’Otranto incontravano le zattere cariche di albanesi, che fuggivano dal loro paese per raggiungere l’Italia. Ma in quell’epoca, dice, era diverso, il viaggio era più corto, non morivano di fame e le correnti di quel tratto di mare sono molto più deboli. Negli ultimi 10 anni il Mediterraneo si è spopolato di pesce e si è popolato di uomini che vengono dal Corno d’Africa – attraversando a piedi le frontiere sudanesi, il deserto in camion senza aria, arrestati e torturati nelle prigioni libiche – oppure dall’Africa subshariana, dopo la chiusura dell’accesso da Ceuta e Melilla e i controlli al largo delle Canarie, dalla Tunisia, dal Marocco. «Sono problemi – raccontano i pecatori – ma siamo pur sempre degli uomini, e certe cose ci fanno male». «Ma a volte è difficile», spiega Antonino, detto Leone. Almeno in tre occasioni, quando era a 80 miglia dalla Tunisia e ha lanciato l’allarme perché aveva incontrato un barcone di migranti, le autorità centrali gli hanno detto di portarli in Tunisia, porto di partenza. Ma ha avuto paura, quello dei migranti è solo un tassello che si va ad aggiungere ad anni di conflitti e convivenza nel mare, e li ha portati invece in Italia.

Legalità a «geografia variabile»

Al porto di Lampedusa, prima di partire, incontro Mohammed, tunisino, 25 anni. Fa il pescatore da quando ne aveva 10 nella piccola barca del padre. Fino a quando, stanco dei soprusi del suo paese, come molti dei suoi connazionali è venuto in Italia, con un visto per lavoro come marinaio. Nonostante la sua giovane età il Mediterraneo, Mohammed, lo conosce bene e conosce anche le motivazioni che spingono sempre più migranti a lasciare il loro paese e a imbarcarsi verso l’Europa, rischiando la propria vita. Ma alla fine, quasi ottimista, dice che i migranti che sono intercettati dai pescatori italiani sono fortunati, quasi sempre chiamano la guardia costiera che li trae in salvo. Il problema è se ad intercettarli sono pescatori tunisini: la legge per loro è molto più severa, fino a 5 anni di prigione per un capitano che porta dei migranti a riva, immediatamente accusato di traffico di esseri umani. E il carcere aspetta anche i migranti, accusati d’emigrazione illegale.

Mohammed ritorna sul suo motopeschereccio dove lo aspettano altre tre settimane di mare e pesca, ma a 100 metri da noi, nel porto nuovo dell’isola, sono ancora ormeggiate El Hedi e Morthada, i due motopescherecci con cui 7 pescatori tunisini, incarcerati per un mese nella casa circondariale di Agrigento con l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione illegale, hanno tratto in salvo 44 persone.

Sara Prestianni

fonte: Il Manifesto

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