La scoperta di Empedocle

Un vulcano sottomarino attivo grande quanto l’Etna nel Canale di Sicilia, di fronte alle coste agrigentine. È l’eccezionale scoperta che un team di ricercatori ha fatto la scorsa estate grazie alle intuizioni, agli studi e all’attività subacquea di Domenico Macaluso (nella foto).
Medico chirurgo di professione, sub e archeologo per passione, il dottor Macaluso vive e lavora a Ribera (Ag) e sposa all’attività in sala operatoria una vastissima attività di ricerca in mare.
Mi accoglie nella sua casa di Seccagrande (borgata estiva di Ribera), dalla cui terrazza si domina proprio il tratto di mare in cui dorme il vulcano. “Vedi – dice – è proprio lì di fronte, a una cinquantina di chilometri dalla costa” e mi indica un punto all’orizzonte. Empedocle, lo hanno battezzato, e lui ne parla con l’amore di un padre per un figlio troppo irrequieto che non smette mai di intrigarlo e stupirlo.
Alle pareti sono appese le tracce di tante ricerche in mare: conchiglie, quadretti, piccoli pezzi di relitti, pagine di libri incorniciate, ricordi strappati all’oblio del mare per essere poi esposti al suo cospetto. Tante pietre, soprattutto nere, riempiono vasi e angoli della terrazza: sono pietre pomici, mi spiegherà, e l’hanno aiutato a capire che là, verso l’orizzonte, il vulcano reclamava attenzione.
La scoperta è stata raccontata in “Caccia al Vulcano”, documentario con la regia di Tullio Bernabei. Andato in onda su National Geographic Channel ad agosto, ha vinto il primo premio al Festival del Documentario Scientifico delle Università di Roma 2007.
Dottor Macaluso, come ha scoperto l’esistenza di Empedocle?
Tutto è partito dall’isola Ferdinandea, un’isoletta di origine vulcanica emersa nel 1831 nel Canale di Sicilia, praticamente dal nulla (nell’immagine un disegno che ritrae l’emersione). Dopo appena cinque mesi è sparita nuovamente. Il mare aveva disgregato i suoi strati superficiali, fatti di pietra pomice. La sua breve esistenza bastò per dare vita a dispute territoriali fra le nazioni europee, a cronache di viaggiatori e studiosi, a leggende dei marinai locali.
Negli ultimi anni l’interesse per la storia di quest’isola è salito, finché io stesso, nel 1999, ho coordinato le prime spedizioni sottomarine insieme all’Ordine dei Geologi di Sicilia.
Ci sono stati altri fenomeni vulcanici in quel tratto di mare?
Sì, come ho appreso dopo approfondite ricerche bibliografiche. Inoltre i pescatori locali hanno memoria di strane maree, dette “marrobbio”, che si verificano periodicamente. Sono esagerate rispetto alla normale attività del mare e dalle descrizioni sembrerebbero delle piccole onde anomale. Pochi anni fa un terremoto accompagnato da un fortissimo boato ha raggiunto le coste della Sicilia, proprio mentre preparavamo una delle prime spedizioni all’isola.
A quel punto fu chiaro che fenomeni vulcanici non legati solo all’isola Ferdinandea interessavano – e interessano ancora – il Canale di Sicilia.
Dove ha individuato l’epicentro di questi fenomeni?
A Sud-Est rispetto all’isola Ferdinandea, diciamo grossomodo al largo di Porto Empedocle, Siculiana, Seccagrande, cioè della costa siciliana compresa tra Agrigento e Sciacca.
Nel febbraio del 2003 c’è stato un evento-chiave, un terremoto molto forte che ha interessato le nostre zone ed è stato seguito dalla deposizione di tonnellate di pietra pomice sulle nostre spiagge. Le ho raccolte e fatte analizzare e nel frattempo, mentre l’interesse dei media cresceva, mi ha contattato il dottor Gianni Lanzafame (con macaluso nella foto), un vulcanologo catanese. Leggendo un mio articolo sul Venerdì di Repubblica, il dottor Lanzafame si è incuriosito al fenomeno. Anche lui condivideva la mia ipotesi – l’esistenza di un vulcano sottomarino – e aveva addirittura condotto delle ricerche nel 1987 senza però trovarlo.
Voi dove avete cercato?
Le carte nautiche riportavano una zona dove la profondità – che normalmente è superiore ai 500 metri – si riduce a 45 metri. Non poteva che essere il cono di un vulcano! Allora abbiamo deciso di cercare lì.
La trascrizione di questo punto sulle carte nautiche si deve al padre della vulcanologia moderna, il sacerdote Giuseppe Mercalli (1850-1914). Un comandante di vascello inglese nel 1845 aveva assistito all’eruzione sottomarina di un vulcano che non aveva nulla a che fare con la Ferdinandea. Allora le coordinate del punto furono riportate nel libro di bordo, e anni dopo Mercalli le trascrisse nelle carte ufficiali.
Chi ha fornito i mezzi per la spedizione?
L’input per partire è arrivato da una società di produzione televisiva romana specializzata in documentari naturalistici, la GA&A Production, che si è interessata alla caccia del vulcano e ci ha contattato.
Malgrado il rischio di fare un buco nell’acqua, visto che si trattava solo di ipotesi, hanno creduto in noi e hanno trovato i mezzi, cioè “Universitatis” (nella foto), una nave oceanografica del Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare (CONISMA), che ha anche finanziato per un terzo la missione. Un altro terzo è stato investito dalla casa di produzione e l’ultimo dall’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia. È un bell’investimento, visto che ogni giorno di crociera oceanografica costava 11.000 €!
Quando siete partiti, e con quale strumentazione a bordo?
Siamo partiti il 29 aprile 2006 da Sciacca (Ag), con condizioni meteo piuttosto avverse.
Su Universitatis avevamo un “Side Scan Sonar” e un “Sonar Multibeam” (o multifascio), due strumenti eccezionali che ci hanno fornito un’immagine 3D del fondale estremamente precisa. Il GPS di bordo teneva la rotta per ottenere un grigliato perfettamente perpendicolare.
Tuttavia all’inizio i risultati erano davvero scoraggianti: tutto piatto, un fondale completamente liscio! Il problema era che dove cercavamo noi al posto del “picco” a 45 metri che ci aspettavamo c’era una fossa di 650 metri di profondità! Però almeno abbiamo raggiunto un primo risultato – in verità magro, rispetto alle previsioni: il comandante della nave oceanografica con un atto ufficiale ha cancellato l’errore nella cartografia.
C’era bisogno allora di un cambio di rotta…
Sì, ed è nato da una mia intuizione. Quando Mercalli ha riportato quel punto nelle carte il meridiano di riferimento era già Greenwich. Ma – mi sono chiesto – quando nel 1845 il capitano di vascello lo aveva rilevato e ne aveva riportato le coordinate il meridiano di riferimento era lo stesso? La risposta era no.
Dopo alcune mie ricerche, è arrivato il classico “eureka!”: il meridiano di riferimento nel 1845 passava per le isole Canarie, quindi Mercalli aveva riportato il punto sbagliato.
Allora sono andato dall’ufficiale di rotta, ho comunicato a lui la mia scoperta e ci siamo spostati più a Ovest per continuare le ricerche. Era il 6 maggio, abbiamo iniziato intorno alle 11 e mezzo a scandagliare il fondale e poco dopo le 16 abbiamo trovato il punto. Era il vulcano!
In realtà, continuando a scandagliare, ci siamo resi conto che quelli non erano che i “piccoli” coni avventizi di un edificio vulcanico molto più vasto, di quasi 30 chilometri per 25. In pratica vasto quanto l’Etna, anzi in proporzione anche di più, perché sull’Etna si sono accumulate tonnellate di materiali che invece in acqua vengono a galla. Se potessimo per assurdo mettere l’Etna sott’acqua e confrontarli “a nudo”, probabilmente l’edificio del vulcano più alto d’Europa sarebbe – leggermente – meno esteso.
Allora mi sono immerso per vederlo di persona, è stato molto suggestivo. Dopo accurate verifiche con i robot telecomandati ROV (Remote Operated Vehicle) – sono entrato dentro il primo cono che abbiamo scoperto. Ricordo che il cameraman francese che era con me, pur essendo tra i migliori al mondo per le riprese subacquee, all’inizio aveva qualche timore a seguirmi!
Lì ho collocato una targa commemorativa della scoperta (nella foto) e prelevato i primi campioni di materiale.
Perché il vulcano è stato battezzato col nome del filosofo Empedocle?
Per una serie di motivi. Intanto Empedocle era agrigentino e poi non era solo un filosofo, era un vero eclettico. È stato un grande naturalista, un poeta, un medico, un uomo di diritto. Soprattutto era affascinato dai vulcani. Decise di morire buttandosi nell’Etna per non lasciare il suo corpo sulla terra a decomporsi, quasi come un dio. La leggenda narra che il Vulcano, contrariato da questo atto di superbia, risputò fuori uno dei suoi sandali tramutato in bronzo. In quel punto fu eretto un tempietto in onore di Empedocle e nello stesso punto, più di recente, è stato costruito un osservatorio sismologico chiamato “Torre del Filosofo”.
Il primo cono che abbiamo scoperto invece è stato battezzato col mio nome. Sono stato il primo a scoprirlo e il primo a entrarci, adesso è stato registrato dalla Royal Geographical Society come MAC.06: le lettere iniziali del mio cognome e l’anno della scoperta (nell’immagine la sua ricostruzione 3D).
Empedocle è un vulcano attivo? C’è pericolo di terremoti o, per le città costiere, maremoti o onde anomale?
Empedocle è attivo. Lo abbiamo scoperto con certezza nell’ultimo giorno di ricerche, quasi per caso. Vicino all’Isola Ferdinandea abbiamo trovato un altro cratere e alla sua base una “faglia dislocante” (frattura in cui si incontrano due grandi “pezzi” di crosta terrestre che si muovono in senso opposto). Alla sua base c’erano due fumaioli a 100 e 78 m di profondità, con colonne di gas dal diametro di trenta metri. In superficie sembrava che il mare fosse frizzante e l’odore di anidride solforosa era inconfondibile. Sono tracce evidenti di vulcanesimo attivo.
Nel canale di Sicilia la crosta terrestre si muove, tecnicamente si dice che è interessata da fenomeni di “subduzione” e “rifting continentale”. L’ultimo terremoto, di magnitudo 4,3 Richter, è stato recentissimo, il 10 aprile scorso. Quindi il rischio di terremoti c’è.
Anche i maremoti sono riportati nella storia della Sicilia sud-occidentale e delle coste nordafricane e hanno avuto a volte effetti devastanti. Nel 365 d. C. un maremoto ha investito le civiltà costiere di Selinunte, Sciacca, Agrigento, Allavam, Eraclea Minoa con conseguenze catastrofiche. Più di recente, negli anni ’50, un violento maremoto ha causato ingenti danni al porto di Sciacca. Bisogna stare in guardia, ma senza creare allarmismo.
Oggi fortunatamente la tecnologia ci aiuta a reagire in tempi brevissimi a eventuali fenomeni, in modo da avere il tempo di mettere in sicurezza la popolazione con interventi mirati, coordinati e repentini di Protezione Civile. Abbiamo già piazzato dei sensori per monitorare l’attività di Empedocle e, nel nuovo Museo del Mare di Sciacca che gestiremo noi della Lega Navale, ci saranno spazi, uomini e mezzi per tenere sotto controllo l’attività sismica del Canale.
Un mare da amare e da temere, dunque, che divide e mette in contatto i popoli e le culture. È vero che recentemente avete recuperato dal mare delle copie del Corano?
Sì in un relitto mercantile nelle acque di San Vito lo Capo. Malgrado fossero in mare da decenni siamo riusciti a separare alcune pagine e farle asciugare: sono in un ottimo stato di conservazione, con gli inchiostri ancora vividi (nella foto).
Si tratta di alcune Sure che un mio amico tunisino, il dottor Ridha Mezghani, ha individuato nel testo sacro dell’Islam. Le sto leggendo con grande emozione nella versione francese. Il mio obiettivo è consegnarle simbolicamente agli esponenti delle comunità islamiche in Sicilia con una cerimonia ufficiale nella Biblioteca Comunale di Ribera.
È proprio così: il mare unisce i popoli che divide.
Lo sterminato curriculum del dottor Macaluso, tra l’altro è Ispettore Onorario dell’Assessorato Regionale ai Beni Culturali e Responsabile del Nucleo Operativo Subacqueo della sezione di Sciacca della Lega Navale, si è arricchito di un altro incarico di spicco: da qualche giorno è Ricercatore dei Siti di Interesse Archeologico ed Esperto di Itinerari Subacquei per la Provincia di Agrigento. Con grande orgoglio, prima di iniziare la nostra chiacchierata, mi ha mostrato l’email con la conferma appena ricevuta. In bocca al lupo (di mare, ovviamente)!

Alex Castelli
Redazione Velistipercaso.it

Fonte: VelistiperCaso

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