Farmaci e mangimi per pesci, le biomasse marine sono «un tesoro»

21527.jpg«Il progetto è stato avviato su tre diversi filoni di ricerca. L’estrazione di principi attivi dalle biomasse marine può servire per la realizzazione di farmaci, cosmetici e la composizione di mangimi animali, ma quest’ultimo ambito di ricerca è al momento il più avanzato come risultati». Adriana Giangrande, docente del dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche ed ambientali dell’Università di Lecce coordina il progetto Acti.Bio.Mar, che prevede appunto l’estrazione di principi attivi (come gli acidi grassi Omega3, ndr.) da biomasse marine per la loro potenziale utilizzazione in farmaceutica e dietetica. «Alcuni organismi di origine animale e vegetale – spiega Giangrande – hanno elevate capacità antibatteriche ed antimicrobiche, vivono in ambienti marini inquinati e per sopravvivere hanno potenziato le loro difese. Noi estraiamo queste sostanze e vediamo di riutilizzarle. Stiamo avendo buoni risultati con alcuni vermi marini (le sabelle, ndr. Nella foto in basso) e stiamo cercando di realizzare mangimi innovativi da utilizzare in acquacoltura».
Il cibo sintetizzato può anche non piacere a spigole ed orate allevate in cattività. «In effetti – chiarisce sorridendo la Giangrande – quello dei mangimi è un problema non da poco per le industrie del settore. Prima di tutto perché non si può dare da mangiare ai pesci qualsiasi cosa, possono non gradire e soprattutto deve rispettare norme igieniche rigorose. Per questo è necessaria una precisa caratterizzazione. Inoltre i costi dei mangimi sono alti. La nostra ricerca, se andasse a buon fine, potrebbe aprire nuovi mercati e da risorse ‘povere’ come le biomasse determinare benefici sia in termini ambientali, sia economici». 
Al momento per produrre alimento per il «pesce bianco» da allevamento, spigole ed orate215281.jpg soprattutto, si utilizzano grandi quantità di pesce azzurro (alici, acciughe, sarde, sgombri), tanto che associazioni ambientaliste hanno già lanciato l’allarme: continuando di questo passo si rischia di distruggere la riserva di pesce azzurro tipico mediterraneo, solo per dar da mangiare a pesci di allevamento.
«Le biomasse possono anche essere coltivate – sottolinea Giangrande – in questo modo si ottengono risultati anche migliori ed in totale assenza di residui metallici o altro. Alcuni centri sono già attivi a Taranto e Brindisi ed è con queste aziende che collaboriamo per questo progetto. La speranza è riuscire a brevettare il processo o comunque i risultati che otterremo».
Il dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche ed ambientali dell’Università di Lecce coordina oltre a questo anche un altro progetto strategico che ha ottenuto i finanziamenti e che è alle prime battute, per il «recupero e valorizzazione delle piante della flora salentina per la produzione biotecnologia di sostanze ad interesse farmaceutico, dietetico e cosmetico». Così come dal mare si cerca di estrarre sostanze per migliorare la vita, attraverso il recupero di antiche arti erboristiche della tradizione leccese si cerca di ottenere medicamenti per la bellezza e la salute di oggi.

Di Rita Schena

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

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