MEDUSE ARRIVATE SULLA TERRA 500 MLN DI ANNI FA

ottobre 31, 2007

500_million_year_old_jellyfish.jpgROMA, 31 OTT – Le meduse hanno fatto la loro comparsa sulla Terra molto prima di quanto sia noto. Precisamente 500 milioni di anni. Periodo a cui risalgono i fossili analizzati da tre ricercatori della Kansas University, come si legge in uno studio pubblicato sulla rivista ‘Plos one’. Gli studiosi descrivono quattro tipi di celenterati fossili, che presentano i tratti delle moderne famiglie di meduse. Si tratta di esemplari 200 milioni di anni piu’ vecchi dei fossili finora scoperti. ”Il fossile e’ pieno di masse dalla forma circolare indistinta, alcune delle quali sono meduse – spiega Paulyn Cartwright, una delle ricercatrici – e cio’ che lo rende molto interessante e’ che si puo’ vedere distintamente la forma a campana della medusa, i suoi tentacoli, i segni dei muscoli e le gonadi”. Questo perche’ la medusa ha lasciato dietro se’ una pellicola di fine sedimento, che somiglia ad una fotografia. Questi animali generalmente non lasciano un segno chiaro, perche’ spesso sono conservate nella sabbia grezza. Secondo i ricercatori, questi fossili, trovati nello Utah, gettano una nuova luce nel puzzle della rapida diversificazione delle specie e sviluppo avutosi durante la radiazione Cambriana, epoca di cui si conservano molti fossili di animali databili a 540 milioni di anni fa. Meno indizi si avevano invece sull’origine ed evoluzione di animali come le meduse. ”La testimonianza del fossile e’ parziale rispetto a forme di vita animale dal corpo molle, come le meduse, perche’ quando muoiono si lasciano ben poco dietro – continua – e cio’ vuol dire che si sta ancora lavorando per capire il loro sviluppo evolutivo”.

Fonte: ansa

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DELFINI SI SUICIDANO IN MASSA IN IRAN

ottobre 31, 2007

30 ottobre 2007 – Centocinquanta delfini ‘suicidi’ sulle spiagge di Jask, nel sud dell’Iran, in poco piu’ di un mese. Gli ambientalisti hanno lanciato l’allarme dopo che i media iraniani hanno pubblicato le foto dei corpi senza vita dei mammiferi arenati sulle spiagge del porto. Il primo episodio risale alla fine di settembre, quando 79 esemplari di delfino striato sono stati trovati sulla spiaggia di Jask; il secondo a questa settimana quando sono stati rinvenuti altri 73 delfini morti. “Continua il suicidio dei delfini sulle coste di Jask”, si legge sui quotidiani iraniani, “gli abitanti hanno provato a rimetterli in acqua, ma non ci sono riusciti”.
Le autorita’ iraniane non sono ancora riuscite a individuare le cause del fenomeno. Secondo Mohammed Baqer Nabavi, vice capo dell’organizzazione governativa per la protezione ambientale, all’origine dei ‘suicidi’ non vi sarebbe l’inquinamento. Dalle analisi condotte sui cadaveri dei mammiferi, infatti, non e’ stato riscontrata alcuna sostanza tossica nel loro sistema digerente, ne’ tracce di inquinamento nei loro tessuti. Secondo Nabavi, invece, i mammiferi potrebbero essersi feriti con le reti che si trovano sui fondali del Golfo persico o con quelle sulle navi da pesca.

Fonte: AGI

La notizia anche su: rawstory.com


Rifrazioni

ottobre 30, 2007


S.O.S. balene: l’Islanda riapre la caccia!

ottobre 30, 2007

esperanza-balene-211205-25.jpgInternational — Allarme rosso per i grandi cetacei: l’Islanda riapre la caccia commerciale alle balene. Tre anni fa Greenpeace aveva deciso di sostenere l’ecoturismo in Islanda, chiedendo in cambio, al governo islandese, di non riprendere le attività di caccia: 70.000 potenziali turisti avevano risposto al nostro appello. Ma la politica ha la memoria corta.
Uccidere una balena è un’azione irragionevole non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico. Sono, infatti, migliaia i turisti che ogni anno si recano in Islanda per praticare il whale watching. Questi turisti vorrebbero osservare le balene da vive e non certo assistere al loro massacro. Gli islandesi rischiano, con questa decisione irresponsabile, di perdere un’importante fonte di reddito: in molti stanno infatti già cancellando i viaggi programmati in questa zona.
In Islanda nessuno mangia più la carne di balena! Secondo un recente sondaggio Gallup, solo l’1,1 per cento della popolazione mangia carne di balena una o più volte a settimana, mentre l’82 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni non l’ha mai mangiata. Allora perché investire in un’industria del passato, gestita da un’unica impresa?
Nel paese operano 12 compagnie di whale watching per un giro d’affari stimato nel 2001 in 8,5 milioni di dollari. Il giro d’affari legato alla caccia alle balene dal 1986 al 1989 – anno nel quale è stata bloccata – è  di appena 3-4 milioni di dollari.
La quota di caccia prevista è di 30 balenottere minori e 9 balenottere comuni. Se non ci opporremo con tenacia a questa decisione, il mare perderà, nei prossimi mesi, altre 39 magnifiche creature. Contrariamente a quanto ritiene il governo islandese, le balene sono una specie in pericolo e la balenottera comune – ormai tutt’altro che comune – è in via d’estinzione.
Greenpeace si batte contro la caccia alle balene dal 1975. Non ci stancheremo mai di denunciare questo inutile massacro. I nostri gommoni continueranno a sfrecciare in mare sfidando gli arpioni delle navi baleniere, fino a quando non verrà imposto e rispettato un divieto definitivo a questo tipo di caccia.

Fonte: Greenpeace


Le antiche temperature marine

ottobre 30, 2007

1315910.jpgUn gruppo di ricercatori olandesi ha messo a punto una nuova metodologia per misurare le temperature marine esistenti in epoche passate. I ricercatori del Royal Netherlands Institute for Sea Research (NIOZ) hanno infatti scoperto che la temperatura dell’acqua influisce sulla composizione della parete cellulare di alcuni particolari archeobatteri, i Crenarchaeota. Le loro membrane cellulari sono composte da particolari lipidi nei quali il numero di anelli di carbonio varia in base alla temperatura, in modo da adeguare il livello di fluidità delle membrane di questi antichissimi organismi alle condizioni prevalenti presenti nell’ambiente che li circonda.
La sensibilità dell’apparecchiatura messa a punto, chiamata TEX86, è stata testata prima su sedimenti raccolti nel Mare del Nord e, quindi, per epoche più antiche, con carote estratte nel mare arabico risalenti al periodo di transizione fra l’ultima epoca glaciale e l’attuale periodo interglaciale; le stime sono quindi state confrontate con con quelle ottenute secondo altre metodologie. Da queste prove di calibrazione risulta che Tex86 riesce a determinare la temperatura con uno scarto di appena 0,3°C.
In realtà questi archeobatteri non si depositano naturalmente sui fondali marini che vanno a formare i giacimenti da cui vengono estratte le carote per questi studi paleoclimatologici, in quanto le loro cellule sono talmente piccole da restare costantemente in sospensione. Le cellule di Crenarchaeota trovate nelle carote sono di fatto quelle che erano state divorate da piccoli crostacei del zooplancton poco prima della morte. I ricercatori hanno però appurato che il tempo trascorso da questi batteri nel tratto intestinale dei crostacei non altera le molecole delle loro membrane, che successivamente restano ben conservate anche nell’ambiente anaerobico dei sedimenti.

Fonte: LeScienze


Tra i ghiacci petunie e cavolfiore la Groenlandia si scopre verde

ottobre 30, 2007

dire_11518710_04010.jpgNARSARSUAQ (Groenlandia) – Al limitare della foresta di Poul Bjerge – un luogo talmente circoscritto da far venire alla mente il pezzettino di terra che il padre di Woody Allen si portava dietro nel film Amore e guerra – sta accadendo qualcosa di strano. Gli alberi più vecchi (i pini più vecchi di tutta la Groenlandia) – chiamati Rosenvinge in onore del botanico olandese che nel 1983 li piantò nel corso di un folle esperimento – si stanno risvegliando. E oggi, usciti da una vecchiaia maestosa e sonnolenta, esibiscono nuovi ciuffetti di verde, come se qualcuno vi avesse incollato sopra degli aghi freschi.
Adesso che il clima si sta riscaldando però, a crescere non sono solo i vecchi alberi. Per la prima volta quest’anno un supermercato ha messo in vendita cavolfiori, broccoli e cavoli nostrani. Otto allevatori di pecore stanno coltivando patate a livello commerciale, e altri cinque stanno cercando di fare altrettanto con la verdura. Kenneth Hoeg, il principale consulente agricolo della regione, dice di non escludere che in futuro la Groenlandia possa coprirsi di fattorie e foreste
produttive.
“Se le temperature aumenteranno, una vasta regione della Groenlandia meridionale potrebbe diventare così”, dice Hoeg passeggiando per Qanasiassat, che dista una breve traversata in barca da Narsarsuaq, una piccola comunità meridionale nota soprattutto per il suo aeroporto internazionale. Poco lontano da qui, su meno di un ettaro di terra, crescono pini, abeti e larici importati. “Se la temperatura aumenterà ancora si potrebbe avere una foresta produttiva”, dice Hoeg.
Più a nord, la vasta superficie ghiacciata della Groenlandia, una distesa bianca di 1.807 milioni di chilometri quadrati che copre l’80 per cento delle terre emerse dell’isola, si sta sciogliendo, con ripercussioni non solo sullo stile di vita dei 56 mila abitanti dell’isola,
ma anche sul resto del mondo.
Più i ghiacci si sciolgono, più il livello del mare finirà per sollevarsi.L’inverno arriva sempre più tardi e se va via prima. Questo significa che è possibile lasciare le pecore sui monti più a lungo, che c’è più tempo da dedicare alle coltivazioni e per lavorare fuori, e che è più facile spostarsi con la barca – dal momento che i fiordi si ghiacciano più tardi e con frequenza minore. E lungo la costa sono riapparsi i merluzzi, che preferiscono acque meno fredde.
Attualmente la stagione agricola va dalla metà di maggio alla metà di settembre: circa tre settimane più lunga rispetto a dieci anni fa. “La primavera arriva prima, gli agnellini nascono prima e i periodi di pascolo si sono allungati”, dice Eenoraq Frederiksen, 68 anni, che alleva pecore nei pressi di Qassiarsuk, in una tenuta accessibile attraverso una strada sconnessa che segue le colline. “Il futuro oggi offre molte possibilità ai giovani”.
Di quando in quando capita di sentire racconti di chi è riuscito a coltivare fragole nel giardino di casa. “Anche se è bene prenderli con cautela”, dice Hans Gronborg, un orticoltore danese, che lavora a Upernaviarsuk, una stazione di ricerche agricole vicina a Qaqortoq, una delle maggiori città del sud. Come ogni altro luogo, è accessibile esclusivamente via mare o con elicottero. Di norma, le città della Groenlandia non sono collegate
da strade.
Qui arriva gente da ogni parte per ammirare le varietà di erba nei campi e vedere cosa viene coltivato: tra le altre cose, 15 tipi di patate e, per la prima volta, dei fiori annuali: crisantemi, viole, petunie. Gronborg coglie un cavolfiore. Ha un sapore intenso, quasi dolce – il risultato, spiega, di una crescita lenta, giornate estive con 20 ore di luce e una significativa escursione termica tra giorno e notte. Gronborg carica una decina di vassoi di ortaggi su una barca a motore e li porta al supermercato di Qaqortoq. Presto, dice, oltre all’agnello e alle renne nostrane, i ristoranti serviranno
verdura prodotta localmente. “Gli abitanti di quest’isola sono cacciatori, e modificare
il loro modo di vivere richiede tempo”, dice. “Ma sono certo che riusciremo a coltivare qualcosa nel sud della Groenlandia”.

Di Sarah Lyall

Copyright New York Times – la Repubblica 2007
(Traduzione di Marzia Porta)
Fonte: Repubblica


Disastro Valdez, la Exxon non vuole pagare

ottobre 30, 2007

valdes.jpgLa corte suprema degli Stati Uniti riesaminerà la prossima primavera la condanna inflitta alla Exxon in relazione al disastro ambientale del 1989 quando la petroliera Valdez contaminò oltre 1500 chilometri di costa dell’Alaska rilasciando nell’ambiente 53 milioni di barili di greggio. La condanna è già stata ridotta da 5 a 2,5 miliardi ma ora la Exxon chiede che sia esonerata da ogni pagamento in base alle leggi vigenti sui trasporti via mare. La Exxon sostiene di aver già pagato 3,4 miliardi di dollari in spese di risanamento delle coste contaminate e contesta di dover pagare per il comportamento del capitano della Valdez, Joseph Hazelwood, che violò le regole interne del gruppo. L’accusa ritiene invece che la Exxon debba pagare perchè era al corrente che Hazelwood aveva ripreso a bere e lo faceva anche quando era al posto di comando. Il giudice Samuel Alito, che possiede azioni Exxon per un ammontare compreso tra i 100.000 e i 250.000 dollari, si è ricusato dal riesame del caso.

Fonte: LaStampa