Sotto le onde un mare di veleni

immagine1.jpgIl mare sta diventando una colossale pattumiera, dove si accumulano veleni di ogni genere: scorie radioattive, idrocarburi, metalli tossici. In alcuni fondali giacciono materiali radioattivi – conseguenza del naufragio di sommergibili nucleari, soprattutto sovietici, e delle scorie smaltite dalle centrali atomiche – che potrebbero generare nuove Cernobyl. Due sono le zone a più alto rischio: l’oceano Atlantico al largo della coste europee e il Mare di Barents davanti alla base della Marina Russa di Murmask, sui cui fondali giace una parte della vecchia flotta sovietica. In totale si valutano affondati 31 sottomarini a propulsione nucleare o con armi atomiche a bordo. Uno giace persino nel Golfo di Napoli, dove scomparve il 10 gennaio del 1970, ma se ne trovano anche in paradisi naturali come le Hawaii, le Isole Figi e le Bermuda.
La spazzatura nucleare sui fondali dell’Atlantico centrale è invece la conseguenza di un discutibile metodo di smaltimento delle scorie, oggi vietato, ma applicato in passato da dodici Paesi, Gran Bretagna in testa: dal 1946 al 1982 sono stati gettati in mare decine di migliaia di fusti di materiale radioattivo, avvolti nel cemento. Ora gli scienziati si domandano: quanto resisteranno, questi contenitori, all’attacco dell’acqua marina?
Questo è comunque un problema che riguarda il futuro. Ben più attuali sono i problemi causati dagli idrocarburi, dai metalli o dalle sostanze velenose che fuoriescono dalle navi che fanno naufragio. Gli uccelli marini che muoiono per il bitume che incolla loro le ali e le zampe sono solo una parte – la più emotiva, ma anche la più piccola – dell’inquinamento delle maree nere. Poi ci sono i metalli, i pesticidi e la plastica scaricati volutamente,e clandestinamente, in alto mare. Christian Buchet, direttore di un importante Centro di Studi marini francese, ha dichiarato al «Figaro Magazine»: «Il 97 per cento degli idrocarburi dispersi in mare deriva dal lavaggio illegale delle cisterne delle petroliere. Sono 1,8 milioni di tonnellate».
Nonostante le severe leggi emanate dai Paesi dell’Unione Europea, questa pratica resiste anche nel Mediterraneo, dove transitano 250 petroliere al giorno. Impossibile controllarle tutte. Gli scarichi abusivi vengono effettuati soprattutto davanti alle coste africane, dove i controlli sono inesistenti. Le operazioni vengono fatte di notte, con mare grosso, quindi in condizioni difficili per eventuali identificazioni. A volte si riesce ugualmente, com’è accaduto con la «Probo Koala», una nave con bandiere panamense, di proprietà norvegese ma noleggiata da una società olandese, che il 19 agosto ha scaricato in un porto della Costa d’Avorio 581 tonnellate di rifiuti tossici. La cattiva gestione di queste scorie ha causato la morte di otto persone e l’intossicazione di ben 85 mila abitanti della zona. Il 27 settembre, grazie a un’azione di Greenpeace, il Cargo dei veleni è stato bloccato in Estonia. Ma quante carrette del genere sono operative sotto improbabili bandiere?
E le navi non sono ancora le maggiori colpevoli dell’inquinamento: quello che generano rappresenta infatti il 12 per cento del totale, mentre il 44 per cento arriva dalla terra, specialmente dai fiumi, e il 33 dall’aria. Si calcola che nei mari del mondo circolino oggi 88 mila navi, che bruciano 280 milioni di tonnellate di carburante di bassa qualità, quindi più inquinante.
In futuro la situazione dovrebbe migliorare, soprattutto nelle acque europee dove, dal 2015, non saranno più ammesse unità a scafo semplice, ma sarà obbligatorio quello doppio. In questa iniziativa l’Italia è all’avanguardia, anche perchè, grazie ai finanziamenti Ue, eliminerà le vecchie petroliere a scafo unico rottamandole. Si eviterà così che finiscano nelle mani di armatori senza scrupoli di Paesi che non rispettano la nuova normativa. Inoltre il Registro Navale Italiano sta certificando con una sua «green card» navi e mega yacht ecologicamente compatibili.
Alcuni Paesi che si affacciano sul Mediterraneo hanno firmato un protocollo delle Nazioni Unite, «Land Based Sources of Pollution» (fonti di inquinamento terrestri), che prevede la riduzione degli scarichi inquinanti che finiscono in mare dai fiumi. Nove nazioni non hanno voluto firmare: Algeria, Bosnia, Croazia, Egitto, Israele, Libano, Libia, Serbia e Siria. Le maggiori fonti di inquinamento del nostro mare sono gli scarichi delle industrie metallurgiche, petrolifere, chimiche, le concerie e gli allevamenti su ampia scala. Il problema è che, come ripeteva sempre Jacque Cousteau, il Mediterraneo è un mare semichiuso, che impiega un secolo per un ricambio totale delle sue acque. Il Baltico, comunque, sta ancora peggio: per un terzo è considerato clinicamente morto, asfissiato da fosforo e azoto. E il WWF lancia ora l’allarme inquinamento chimico anche per le acque che circondano il Polo Nord. Le popolazioni Inuit di Groenlandia e Nord Canada subiscono già gli effetti negativi di tale situazione.
Fortunatamente ci salveranno gli oceani. Lo scienziato Christopher Sabine ha dichiarato all’autorevole rivista «Science»: «Al ritmo attuale di ricambio delle acque, gli oceani possono continuare ad assorbire Co2 ancora per migliaia di anni».
di VINCENZO ZACCAGNINO

Fonte: La Stampa

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