Il mio inferno nell’Oceano

«Abbiamo visto la barca affondare in un minuto»
Pierpaolo Mori( testimonianza raccolta da Francesca Forleo)

Abbiamo dovuto raggiungere il mercantile a remi, non avevamo più razzi da sparare sulla zattera, li avevamo già usati tutti e nove, uno per ogni nave che abbiamo visto passare in otto giorni. Poi finalmente, all’alba del 3 ottobre, la nona alba, abbiamo visto passare quel rimorchiatore che andava piano perché stava trainando una piattaforma. Siamo riusciti a raggiungerlo con le ultime forze che ci erano rimaste. L’acqua in dotazione alla zattera era praticamente finita e così il cibo, non facevamo un pasto completo da una settimana. In certi momenti si va avanti con le energie nervose e così è stato per noi. Quella nave è stata la nostra salvezza. È stato come rinascere.

Cronaca di un incubo

Avevamo derivato per 140 miglia, 280 chilometri dal momento del naufragio a 11 gradi Nord e 65 Est. Eravamo partiti da due giorni dalle Maldive diretti nel Mar Rosso. Io ero sceso a riposare un po’ in cabina dopo 48 ore di navigazione faticosa. Lieby era rimasta nel pozzetto. All’improvviso ho sentito un boato come se avessimo incocciato contro qualcosa, ma mi è sembrato strano, Lieby l’avrebbe visto, eravamo su una barca da oceano, l’ecoscandaglio se ne sarebbe accorto! In realtà chi sa perché si era staccata la chiglia e abbiamo cominciato a imbarcare acqua tanto velocemente che non ho avuto nemmeno il tempo di lanciare l’allarme con il satellitare.

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Pierpaolo Mori al timone di “Gi.Go.2”, la barca affondata

Ho dovuto scegliere, insomma: o davo l’allarme o ci mettevamo in salvo sulla zattera. Ho scelto la seconda ipotesi e tutt’ora credo di aver fatto bene. Non penso che avrei fatto in tempo a fare entrambe le cose e credo che avremmo rischiato la vita. La barca è affondata in meno di un minuto. L’abbiamo vista inabissarsi increduli. È stata una sensazione indescrivibile. L’incubo è cominciato così. Era notte, faceva freddo, ci siamo coperti con i teli e abbiamo fatto un calcolo di ciò che avevamo a disposizione.
Era chiaro che avremmo dovuto razionare con attenzione le porzioni di cibo e soprattutto l’acqua. Siamo stati anche fortunati a pescare qualcosa, sulla zattera c’era qualche lenza di fortuna. Abbiamo preso dei pesci volanti e una tartaruga. Ma il sole di giorno era mortale, dovevamo continuamente bagnare i teli-tenda per evitare di disidratarci. Otto giorni su una zattera, alla deriva, non sono esattamente una passeggiata. Sono un’avventura infernale.
Ora però sto bene, stiamo bene entrambi anche se certamente andremo in ospedale a farci visitare. Sulla nave mercantile l’equipaggio che ci ha salvati ci ha accolti incredulo ma, essendo gente di mare, i marinai hanno pensato innanzitutto a rifocillarci, a darci da mangiare, da bere, a rivestirci dopo che il medico di bordo ci ha praticato le prime cure. Certamente eravamo in stato di choc, credo che in parte lo siamo anche adesso. Io ho voluto telefonare subito in Italia, per parlare con i miei familiari.
Ho chiamato mia nonna, mio fratello Gianluca e la mia ex moglie a Sestri Levante. Volevo che sentissero dalla mia voce che stavo bene, ero sfinito ma anche ansioso di mettermi in contatto con loro e parlargli di persona. Poi naturalmente ho chiamato l’armatore, che è anche un grande amico. Ci conosciamo da dieci anni, due estati fa avevamo cominciato questo giro del mondo in cui mi aveva voluto come skipper. Eravamo partiti nel 2005 fa da Lavagna, e quest’estate ad agosto abbiamo percorso insieme le 4000 miglia da Darwin in Australia alle Maldive. Io ero tornato in Italia prima di ripartire per il passaggio da Malè al Mar Rosso, che doveva essere una passeggiata.
Se penso a quello che abbiamo passato ho ancora i brividi. Sul mercantile per tre giorni e tre notti, dall’alba del tre a oggi, ci siamo riposati, abbiamo dormito e mangiato cercando di recuperare le forze. Non so esattamente cosa sia successo in Italia in relazione al nostro caso. Mi hanno accennato a una mobilitazione generale in Italia, ma non conosco bene la dinamica del salvataggio. So solo che le nostre preghiere sono state ascoltate. Mi dicono che si è mosso un ministro (Pierluigi Bersani, ndr), lo ringrazierò al mio rientro.
Ora desidero soltanto tornare a casa, sbarcare in India e prendere un volo per l’Italia. Spero che questo possa accadere al più presto possibile, appena l’ospedale ci dirà che siamo abbastanza in forma per ripartire. Ho parlato con il console di Mumbay (l’ex Bombay) che sta organizzando il rientro. È stata un’avventura terribile ma in mare tutto può succedere. Siamo stati fortunati perché adesso siamo qui a raccontare.

Fonte: Il Secolo XIX

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3 Responses to Il mio inferno nell’Oceano

  1. Nando Scafroglia ha detto:

    Certo che avventura… da Oceano Mare… Se la saranno vista proprio brutta. Meno male che c’è il petrolio e qualcuno che lo va a cercare 🙂

  2. mediterraneodiving ha detto:

    Sicuramente non sono stati dei giorni di relax

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