In kayak dall’Australia alla Nuova Zelanda

novembre 30, 2007

kens-pacific-pics-3.jpgSi possono seguire, pagaiata dopo pagaiata, su internet. Hanno macinato quasi metà dell’oceano che li separa dalla loro meta, i due impavidi ragazzi australiani che stanno tenendo con il fiato sospeso i fan che li seguono via computer. James Castrission, 25 anni, e Justin Jones di 24, potrebbero diventare i primi ad aver attraversato in kayak lo stretto di Tasmania. Dalle coste dell’Australia a quelle della Nuova Zelanda: uno dei tratti di mare più pericolosi al mondo, dove le onde hanno la meglio persino su barche supertecnologiche come quelle della mitica regata Sydney-Hobart, figurarsi su un kayak. Eppure finora i due ragazzi, partiti da Forster, nella costa nord del Nuovo Galles del Sud, il 13 di novembre, hanno tenuto duro. Ora sono in mezzo al Pacifico, un buon 40 per cento di rotta macinata a poppa del loro kayak, e davanti un fronte di onde alte cinque metri che da due giorni non li fa dormire. «Salve a tutti, sono Justin, aka Rat 2, qui dal Mar di Tasmania. È stata dura negli ultimi due giorni, avremo dormito più o meno un’ora tra tutti e due, ieri. E quando ho messo il naso fuori dalla tenda stamattina ho capito che anche oggi sarà lo stesso. Ma io e James ci stiamo comunque divertendo un sacco, e vogliamo ringraziarvi per il vostro . Leggere i vostri messaggi di incoraggiamento ci dà una voglia di andare avanti». È questo l’ultimo messaggio, trasmesso ieri dal kayak dei due sportivi. James e Justin sono in costante controllo satellitare con la base di Sydney (il segnale si aggiorna ogni sei minuti). La parte tecnica è stata sponsorizzata da Unwired, un’azienda australiana specializzata in tecnologia senza fili. «Hanno un robusto computer portatile, un telefono satellitare e ci inviano foto e podcast ogni giorno. L’energia per la ricarica arriva da un particolare pannello solare installato sulla parte posteriore della canoa, dove possono dormire qualche ora al giorno», ha detto alla radio australiana Abc David Spence, manager di Unwired. Attraversare il mar di Tasmania con il kayak è stata l’avventura che li ha fatti sognare insieme fin da bambini. Entrambi di Sydney, si allenavano a lunghe pagaiate nelle baia, spingendosi fino all’imboccatura dell’oceano e immaginando un giorno di sfidare quelle onde. Negli ultimi anni hanno iniziato a lavorare sodo per modificare un kayak che potesse reggere a onde di 5-10 metri, e che fosse in grado di tenere provviste all’asciutto pur mantenendo una certa manovrabilità. Il loro kayak ha una «bolla» di vetro resina che contiene tutte le sofisticate attrezzature per comunicare con la base, e un materassino per dormire. Quando il mare diventa molto forte, la prua ha un sistema che aiuta a tenere la prua verso il vento e sulle onde, diminuendo il rischio di imbarcare acqua di fianco e rovesciarsi. L’ultima persona a tentare di traversare l’oceano tra Australia e Nuova Zelanda in kayak era stato Andrew McAuley, australiano pure lui. McAuley, che aveva tentato la traversata da solo, era arrivato in vista della costa della Nuova Zelanda, inviando una sua fotografia, poi era scomparso. L’ultimo suo messaggio, il 9 febbraio scorso, era stato una richiesta di aiuto. Le ricerche erano iniziate subito, ma del giovane non si è più trovata traccia. Giorni dopo un elicottero individuò il kayak, vuoto. Justin e James hanno ancora davanti una buona metà di oceano. Se tutto procede bene, arriveranno in Nuova Zelanda il giorno di Natale.
I loro blog, foto e itinerario del viaggio si trovano su www.crossingtheditch.com.au

Fonte: LaStampa


ANTARTICO, PINGUINI A RISCHIO PER NAVE AFFONDATA

novembre 30, 2007

pinguini.jpgSANTIAGO DEL CILE, 30 NOV – E’ sempre allerta ambiente nell’area dell’Antartico dove una settimana fa e’ colato a picco la nave crociera Explorer, dalla quale ”continua a sprigionarsi del combustibile”: lo ha sottolineato oggi Veronica Vallejos, capo del dipartimento scientifico dell’Istituto antartico del Cile, precisando che a rischio ci sono in particolare una colonia di circa 2.500 pinguini. ”La nave si trova a circa 1500 metri di profondita’, nelle acque dello stretto di Brandfield”, ha commentato Vallejos, rilevando che ”nella zona c’e’ molto vento e onde, e il forte movimento delle acque disperde il diesel fuoriuscito dai serbatoi della nave”. Quando arriva in superficie ”il combustibile si ossigena, e quindi per fortuna si disperde”, ha aggiunto la responsabile dell’Istituto, rilevando inoltre che nella zona ci sono i ghiacciai antartici, che ”fanno da barriera per contenere il combustibile” Ci sono pero’ dei rischi per circa 2.500 pinguini e gli uccelli marini che si trovano sui ghiacciai, visto tra l’altro che ”il diesel – ha concluso Vallejos – e’ un combustibile piu’ tossico del petrolio”.

Fonte: Ansa


La voce di un amico

novembre 30, 2007

acitrezza1891.jpg

Soltanto il mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai fariglioni, perché il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe, e par la voce di un amico.

Giovanni Verga
Foto: Martinez, Aci Trezza 1891


Anche i delfini cullano i propri piccoli. Ecco perchè

novembre 30, 2007

Anche i mammiferi acquatici “trasportano” la prole come forma di cura parentale, esattamente come succede tra i mammiferi terrestri: per quanto estremamente faticoso, trasportare i propri piccoli è una premura che si osserva nei mammiferi arboricoli, terrestri e addirittura in quelli che hanno conquistato il cielo. Dispendioso energeticamente ma comune a tutti. Anche ai delfini.
I piccoli di questi mammiferi sono soliti nuotare al fianco della madre durante i primi periodi di vita e passano un terzo del loro tempo in una sorta di nuoto passivo che sfrutta la scia lasciata dalla madre stessa. Tale comportamento era fin’ora stato interpretato come strategia per potenziare il legame madre-figlio. Grazie ai dati raccolti da Shawn Noren dell’Università di California, Santa Cruz, è ora possibile attribuire a tale attitudine un significato molto più profondo.
I cuccioli che vengono seguiti dalla madre durante le prime circonvoluzioni acquatichdelifnomamma.jpge mostrano il raggiungimento di velocità di nuoto superiori del 28 per cento rispetto ai piccoli che crescono da soli. Anche l’ampiezza del colpo di coda, importante per la propulsione, risulta maggiore nella prole cresciuta beneficiando delle cure parentali.
Tale scoperta potrebbe anche spiegare come mai sono sempre meno i delfini in natura. La pesca di alcune specie ittiche, come il tonno, sfrutta il fatto che i banchi di pesce si “nascondono” sotto i branchi di delfini. Così, quando i pescatori li approcciano con l’intento di catturare le specie sottostanti, ecco che i mammiferi scappano per sfuggire alle reti. Costretti così ad abbandonare i propri piccoli, lasciano la prole al loro destino e ad una crescita che probabilmente non permetterà loro di sviluppare caratteristiche motorie competitive.
La ricerca, della quale si trova notizia sull’Economist di questa settimana, verrà pubblicata sul prossimo numero di Functional Ecology.

MT

Fonte: ModusVivendi Blog


Una finestra sul continente di ghiaccio

novembre 30, 2007

1246.jpgÈ basata su circa 1.100 immagini raccolte in tre anni, dal 1999 al 2001, dal satellite Landsat 7 la nuova e avveniristica mappa dell’Antartide realizzata dalla Nasa, in collaborazione con un team di istituti scientifici americani e britannici. La carta, denominata Lima (acronimo di Landsat Image Mosaic of Antarctica), offre una riproduzione senza precedenti del continente di ghiaccio, totalmente realistica, a colori e con una risoluzione dieci volte maggiore rispetto alle passate fotografie satellitari.
“Lima apre una finestra sull’Antartide che offre grandi opportunità per la ricerca scientifica”, afferma Robert Bindschadler, capo progetto della Nasa: “È  come avere sostituito un televisore in bianco e nero con uno dallo schermo ad alta definizione. I ricercatori polari adesso hanno a loro disposizione uno strumento di inestimabile valore per la pianificazione delle prossime spedizioni”. Lima, infatti, non è soltanto una semplice istantanea dell’Antartide, ma consente di valutare anche i movimenti dei ghiacciai e prevedere le loro dinamiche future. Tutto ciò, così, non solo permetterà di avere un accesso virtuale ad aree di difficile esplorazione, ma anche di mappare in modo più preciso le formazioni geologiche. Lima, infine, sarà utile nello studio degli effetti dei cambiamenti climatici, che in questo continente sono molto più veloci.
Le immagini di Landsat 7 sono state disposte una accanto all’altra come le tessere di un mosaico, ma senza nessun effetto vistoso di “cucitura” nei punti di intersezione. Salvo un’area a forma di ciambella in prossimità del Polo Sud, la riproduzione finale non presenta interruzioni nella ricostruzione del territorio.
La carta è scaricabile gratuitamente sul portale della Nasa.

Fonte: Galileo


Greenpeace denuncia impianto d’ingrasso tonni

novembre 30, 2007

tonno.jpgGreenpeace ha presentato una denuncia alla Commissione Europea contro l’impianto di ingrasso di tonni di Cetara. «La denuncia – sostiene Greenpeace – si basa su una memoria al Consiglio di Stato, dove la De.Mo.Pesca s.a.s., proprietaria dell’impianto, sostiene che su questa attività si è basata tutta la sua campagna di pesca che avrebbe impegnato un centinaio di pescatori e circa settecento altri posti di lavoro nell’indotto. Ovviamente, un giro d’affari non da poco per un quantitativo di tonni che, dai dati del sito internet dell’impresa, si potrebbe stimare in 400 tonnellate di tonni. Sulla base delle dichiarazioni della De.Mo.Pesca s.a.s. il Consiglio di Stato ha emesso un’ordinanza contro la decisione della Regione Campania di bloccare l’impianto di Cetara, considerando che la doverosa comparazione degli interessi coinvolti induce a preferire la prosecuzione dell’attività economica intrapresà». 
«Tuttavia – aggiunge Greenpeace – quest’impianto non è presente nè nella lista degli impianti autorizzati per l’ingrasso di tonno nel 2007, di cui al Decreto ministeriale 20 settembre 2007, nè nel database Iccat degli impianti autorizzati. Sull’Italia pende già una procedura d’infrazione presso la Commissione Europea per aver pescato circa 500 tonnellate di tonni oltre il consentito, nel 2007. A questa cifra andrebbero sommati i tonni ingrassati nell’impianto di Cetara – prosegue l’associazione – occultati in tutte le statistiche di pesca. La Rainbow Warrior di Greenpeace quest’estate ha visitato l’impianto di Cetara per una pacifica dimostrazione: in pieno agosto, con la stagione di pesca chiusa da un mese e mezzo, in quelle gabbie non sembrava esserci alcun tonno. Greenpeace, tuttavia, non si è immersa per verificare la presenza di tonni sul fondo delle gabbie». 
«O la De.Mo.Pesca s.a.s. ha dichiarato il falso al Consiglio di Stato – dichiara Alessandro Gianni, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia – e quest’attività non è mai iniziata, o sono estate eluse tutte le norme relative alle statistiche di pesca dell’Unione Europea. Questo è proprio un impianto fantasma: sarebbe interessante anche un accertamento fiscale su una sedicente attività economica che avrebbe mantenuto qualche centinaio di pescatori e altri operatori dell’indotto, ma di cui non esiste nessuna notizia ufficiale». Greenpeace chiede «che tutte le Autorità a qualsiasi titolo competenti si attivino immediatamente per chiarire il mistero dell’impianto fantasma di Cetara, con gli opportuni controlli amministrativi e fiscali». 
Greenpeace chiede inoltre controlli per escludere l’esistenza di altri impianti fantasma per l’ingrasso tonni in Italia, di verificare la reale consistenza dei quantitativi di tonno pescati dall’Italia nel 2007 e di verificare se a quest’impianto fantasma sono stati erogati contributi economici pubblici». In tal caso, Greenpeace chiede «se non sia il caso di revocare tali contributi ove venisse accertata o la falsa deposizione al Consiglio di Stato o l’abusivo inizio dell’attività dell’impianto. Greenpeace è a disposizione di tutte le Autorità che volessero aver copia del materiale probatorio a sua disposizione».

Fonte: LaStampa


Ecco il pesce “contadino”. Coltiva alghe e poi le mangia.

novembre 29, 2007

damigella.jpgAnche i pesci, così come alcune formiche, termiti, coleotteri e lumache, sono degli agricoltori. Nelle acque dell’arcipelago di Ryukyu, tra Giappone e Taiwan, la damigella bruna (Stegastes nigricans), un piccolo pinnuto di circa 15 centimetri di lunghezza, coltiva (e si nutre) delle alghe rosse del genere Polysiohonia, che non potrebbero vivere senza le cure di questo animale. <<Il pesce dipende dall’alga come fonte alimentare, ma le alghe possono sopravvivere unicamente se vengono coltivate dalla damigella – sottolinea Hiroki Hata biologo marino dell’ Università di Kyoto. Queste alghe crescono unicamente all’interno di aree presidiate dai pesci, che si alimentano escusivamente all’interno di queste zone>>. Le alghe Polysiphonia si sviluppano solo grazie alle amorevoli cure dei pescetti. La conferma è stata ottenuta isolando con delle reti le aree <<coltivate>>. In totale assenza di animali erbivori, le alghe vengono ricoperte e soppiantate da altre specie nel giro di una settimana. Se l’accesso a queste zone viene invece impedito unicamente alle damigelle, sono sufficienti invece un paio di giorni a pesci e invertebrati erbivori per <<spazzolare>> i giardini. Complessivamente i ricercatori giapponesi hanno scoperto che sono quattro le specie di alghe adattatesi a questa particolare vita. Intrusi come ricci e stelle di mare sono malvisti e se tentano di entrare nella zona presidiata dalle damigelle vengono prontamente cacciati. Parallelamente, se alghe di altre specie cercano di insediarsi nella zona <<coltivata>>, vengono sapientemente estirpate dai pesci, per evitare che le proprie beniamine siano private dello spazio necessario a svilupparsi. Hiroki Hata, e Nancy Knowlton dell’Università di La Jolla (California) sono ora in partenza per le barriere coralline di Panama per studiare in questa zona in comportamento delle damigelle brune e capire come può nascere la singola relazione con le alghe. Per il momento l’ipotesi più accreditata è che si formi una <<piantagione>> quando spore o frammenti delle alghe Polysiphonia si insediano naturalmente in qualche angolo della barriera, curato poi dai pesci. I ricercatori ritengono infatti poco probabile che le damigelle possano in qualche modo facilitare la creazione di una nuova zona coltivata, trasferendo una parte delle alghe o dei loro frammenti, in una nuova area da colonizzare. Formiche, termiti e coleotteri scolitidi, oltre che una lumaca marina (Littoraria irrorata) sono invece allevatori di funghi. La relazione fra le termiti e formiche e i funghi coltivati costituisce un impressionante esempio di simbiosi: questi insetti usano materiale vegetale dea loro consumato per nutrire i funghi e consentire la loro crescita, mentre il fungo converte a propria volta piante indigeribili in nutrienti, che gli insetti possono così utilizzare. In realtà il rapporto simbiotico è ancora più complesso, in quanto gli animali si avvalgono della collaborazione di particolari batteri <<ausiliari>> per combattere lo sviluppo di parassiti dei funghi. La formica Myrmelachista schumanni, è invece la responsabile dei <<giardini del diavolo>>, grandi raggruppamenti di alberi nella foresta amazzonica costituiti quasi interamente da una sola specie, Durona irsuta, e coltivati, secondo le leggende locali, da uno spirito malvagio della foresta. La formica fa il nido nel tronco di questi alberi e avvelena con acido formico tutte le piante tranne D.irsuta. In questo modo assicura alle proprie colonie una quantità abbondante di zone dove fare in nido.

Fonte: Aqva