Il Giappone a caccia di megattere Greenpeace pronta a intervenire

immagine1.jpgIl Giappone rompe l’ennesima moratoria e domani metterà in mare una grossa flotta per riprendere la caccia alle megattere, le grandi balene protette a livello internazionale dal 1963, quando, a causa dell’intensa caccia, nell’emisfero boreale il loro numero si era ridotto del 90%. Da allora l’uccisione di questa specie è proibita con l’eccezione di piccoli programmi in Groenlandia, nell’isola caraibica di Saint Vincent e nelle isole Grenadine dove è autorizzata per la sussistenza delle popolazioni locali.
Chi ama il whale-watching apprezza le megattere soprattutto per le loro pinne pettorali, lunghe fino a un terzo del corpo, per la grande mole, misurano fino a 15 metri, e per gli spettacolari balzi che compiono in acqua durante la stagione degli amori per corteggiare i partner. Gli scienziati studiano anche il loro «canto», suoni melodiosi emessi dai maschi della specie per comunicare sott’acqua anche a grande distanza e che, secondo una ricerca appena conclusa da un gruppo di studiosi australiani, rappresenterebbero una forma di linguaggio perfettamente articolato.  Grandi, di colore grigio molto chiaro, sono state, si ritiene, fonte d’ispirazione per la mitica balena bianca, Moby Dick.
Ma per i giapponesi le megattere, così come altre varietà di balene protette , e insieme ai delfini, sono solo una prelibatezza proibita in più da acquistare al grande mercato del pesce di Tokyo. Tanto che le moratorie via via poste alla caccia alle specie minacciate di estinzione fin dal 1982 sono state sistematicamente violate, ricorrendo al fragile espediente della caccia a scopo di studio. L’esemplare viene catturato e ucciso, ufficialmente, per essere esaminato dagli studiosi. Dopo, giusto per non sprecare nulla, la carcassa viene devoluta all’industria alimentare.
Quando l’wc, l’International whale commitee,  la Commissione baleniera internazionale, si accordò per la moratoria internazionale sulla caccia commerciale alle balene nel 1982, infatti, il Giappone e la Norvegia si opposero. Nel 1987, su pressione degli Stati Uniti, il Giappone ritirò l’obiezione, trovando però l’escamotage della «caccia scientifica». Secondo le regole dell’IWC, infatti, ai Paesi era consentita una limitatissima caccia ai fini di ricerca. Il Giappone mise subito in piedi un programma in questo senso, salutato con grande favore dalla stampa nazionale e dall’industria baleniera, allo scopo di «studiare» i cetacei in Antartide, che costò la vita a 330 balenottere minori.
Da allora, i giapponesi continuano ad aumentare le quote annue auto-assegnate per le balenottere,  fino a 440 per ogni stagione di caccia. A partire dal 1994, poi, il Giappone ha aperto un’ area di caccia «scientifica» nel Pacifico settentrionale, catturando annualmente oltre cento balenottere minori.
Ora tocca alle megattere. Quest’anno, riferisce Greenpeace, la caccia baleniera «scientifica» prevede, nella zona protetta dell’Oceano Antartico, l’uccisione di oltre mille balene, comprese cinquanta balenottere comuni e cinquanta megattere. L’Agenzia della Pesca giapponese oggi ha confermato, annunciando che domani partiranno dal porto di Shimonoseki alla volta del Pacifico meridionale quattro grandi navi baleniere scortate da due battelli di osservazione. I 239 uomini che costituiscono l’equipaggio della flotta dovranno, secondo gli obiettivi fissati dall’Agenzia, uccidere 935 capodogli dell’Antartico e una cinquantina di balenottere.  La missione ufficialmente si propone di «studiare gli organi interni» degli animali. Poi la carne finirà a tavola e gli scarti, secondo fonti inglesi, smentite con sdegno dal governo giapponese, persino nel cibo per animali.
Ad attendere la flotta baleniera al varco c’è la nave di Greenpeace, con a bordo anche tre attivisti italiani: Caterina Nitto (secondo ufficiale), Gianluca Morini (radio operatore) e Simona Fausto (assistente cuoco). Secondo il momvimento ambientalista – e il resto del mondo –  «Queste balene non devono essere uccise: le megattere, oltre a essere rare, sono molto sensibili e vivono in branchi, hanno vere e proprie relazioni familiari. Anche ucciderne una soltanto potrebbe provocare gravi conseguenze».
Di CARLA RESCHIA

Fonte: La Stampa.it 

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