Frenate la pesca o mangeremo meduse

over.jpgSolo il 10% dei pesci di grandi dimensioni (presenti nelle acque mondiali negli Anni 50) è ormai rimasto negli oceani: tonno, pesce spada, merluzzo, razza, tanto per citarne qualcuno, sono sull’orlo dell’estinzione. Ma gli uomini negano la realtà dei dati concedendo ancora margini alla pesca industriale, un’arma di distruzione di massa, l’attività umana più distruttiva al mondo. E i consumatori non se ne accorgono perché ci sono troppi pesci nei mercati e troppo pochi negli oceani e perché c’è stata un progressiva sostituzione alimentare che ha imposto lentamente nuove abitudini alimentari a proposito di pesce. Nei nostri menu i pesci grossi sono stati sostituiti da quelli piccoli, temporaneamente più abbondanti, e prima o poi dovremmo abituarci a nutrirci di plancton e meduse, ammesso che i giapponesi ce ne lascino, visto che già ne consumano decine di migliaia di tonnellate sotto forma di wafer. Ben lontana dall’essere una considerazione marginale, la constatazione che stiamo esaurendo il patrimonio ittico del pianeta al ritmo di 100 milioni di tonnellate l’anno significa che abbiamo raggiunto uno dei limiti della crescita umana.
Basta porre attenzione al mercato del pesce: l’incremento esponenziale dei prezzi negli ultimi trent’anni è la testimonianza più diretta dell’impoverimento della risorsa. E noi abbiamo speso sempre di più per stare attenti alla dieta, oppure perché va di moda (contemporaneamente pollo e maiale sono diminuiti di prezzo). Ma ormai le platesse non superano i sei anni di età quando vengono pescate, mentre potrebbero raggiungere facilmente i quaranta e così il merluzzo bianco, che neppure ci arriva, quando potrebbe invecchiare fino a venti. Questo «raschiamento della catena alimentare» è un’ottima metafora delle reti a strascico ancora all’opera nei nostri mari: per ottenere 1 kg di sogliole si uccidono sedici kg di altri animali marini; in totale 27 milioni di tonnellate di pesce vengono ributtate (morte) in mare ogni anno. Se si guardano le dimensioni si comprende che il vero problema delle risorse ittiche mondiali non è l’inquinamento, ma la pesca industriale.
Il problema è che il pesce viene consumato con molte meno riserve mentali rispetto alla carne (i pesci non urlano) e che i pescatori industriali hanno la bella faccia di George Clooney nella «Tempesta perfetta». D’altro canto la tecnologia ha, sulla risorsa ittica, l’effetto opposto di quello avuto sull’agricoltura: se un tempo volevi il doppio del pesce bastava raddoppiare le navi o mettere un sonar, se oggi raddoppi le navi e le tecnologie raccogli solo la metà del pesce. E i pescatori, a differenza degli agricoltori, non seminano.
L’overfishing è poi fuori da ogni controllo e ancora si usano le malefiche reti pelagiche derivanti che uccidono tutti gli animali, altro che prelievi selettivi. Non esiste un solo metodo di pesca industriale che cattura unicamente la preda-bersaglio: per avere 15 kg di gamberi devi catturarne 85 di altre specie. In più non c’è un solo settore industriale al mondo sovvenzionato come la pesca e un sussidio provoca quasi sempre un danno ambientale.
Soluzioni ci sarebbero, una in particolare, obbedire alla grande legge della pesca per cui limitando lo sforzo di cattura l’attività tornerà a essere redditizia in poco tempo. Come si fa? Prima di tutto vietando semplicemente la pesca della maggior parte delle specie, poi imponendo una riduzione della tecnologia a bordo dei battelli oceanici, riducendo le flotte, ponendo limiti al pescato e creando aree marine protette anche negli oceani. Questa ultima soluzione è poi particolarmente adatta al Mediterraneo e al nostro Paese, dove ci sono già 25 aree marine protette che presto diventeranno il doppio e che sono state promosse da governi di opposto segno politico. Bisognerà poi anche evitare di dare retta a quegli scienziati che hanno già dimostrato di non comprendere il problema del mare, come accaduto ai Grand Banks di Terranova, patria per secoli del merluzzo mondiale. Negli Anni 80 era stato previsto che ancora oggi dovessero pullulare di vita, ma i fondali sono da tempo desolantemente privi di pesce: nel 1993 fu dichiarata una moratoria alla pesca che ancora oggi viene regolarmente prorogata e nessuno può dire se i merluzzi torneranno mai.

Di Mario Tozzi
Immagine: ©WWF

Fonte: La Stampa

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