La nave del capitano Kidd

kiddships.jpgUn molo, il porto di Londra, la nebbia, una pioggia sottile. Dovunque l’odore del mare. Una folla impassibile assiste alla morte di colui che già da tempo era divenuto leggenda: il capitano William Kidd. Siamo nella capitale inglese, l’8 maggio 1701: la corte di sua maestà Guglielmo III ha diramato, già da alcuni giorni, l’ordine di condanna tramite impiccagione di dieci pirati. L’odore di rum si mescola a quello delle onde. Tutti sbronzi, pirati e boia. Al primo tentativo la corda si spezza, e il capitano Kidd cade a terra, nel fango. La seconda volta, tutto va liscio. Il corpo del bucaniere, dopo alcuni spasmi, si acquieta, scosso solo dal vento che spira dal mare. Se ne è andato, il capitano, con tutti i suoi segreti, con quel tesoro mai trovato, che giace nelle profondità di un oceano caldo e lontano, nello spazio e nel tempo, oceano di gioventù e di irrequietezza, lontano dalle fredde acque di Scozia che avevano visto, nel 1645, il trascorrere dei suoi primi giorni. Oggi, nell’Isola di Catalina, Repubblica Domenicana, al largo delle sue coste. Nell’acqua cristallina, sono chiaramente visibili i resti di numerosi cannoni e di un’ancora. E’ questo lo spettacolo che si è presentato agli occhi di Charles Beeker, docente presso l’Università dell’Indiana, specializzato in archeologia subacquea. Il primo sentimento è stato lo stupore, stupore che è aumentato quanto, dopo i primi accertamenti, si è stabilito che i resti appartengono al naufragio di una nave, che probabilmente faceva parte della flotta di uno dei più celebri bucanieri delle coste caraibiche, il Capitano William Kidd. Una nave che, come narra la leggenda, fu conquistata nelle acque dell’Oceano Indiano e strappata alla Spagna e che si dice custodisse il tesoro del capitano, circa 400 mila sterline, accumulate nel corso di innumerevoli scorribande, nei caldi mari dell’Africa e del Caribe, contro Spagna e Francia.
Una nave, dunque, la Quedagh Merchant, abbandonata poi nel 1699, quando il bucaniere rinnega la vita di scorribande, per andare a New York, a difendersi dalle accuse di pirateria.
Difendersi, sì, perché all’epoca, molti pirati erano “autorizzati”, avevano una sorta di licenza concessa dai vari stati, affinché questi uomini, con le loro navi e i loro equipaggi, distruggessero le flotte e i commerci delle nazioni rivali.
E sembra che anche il nostro capitano avesse una simile “lettera di corsa” (da cui deriva anche il nome di “corsari”), una sorta di licenza di uccidere, concessa dall’Inghilterra. Ma a nulla valgono le sue parole e per il bucaniere si aprono le porte dei tribunali inglesi, che negano con decisione l’esistenza di una simile autorizzazione.
Da qui all’impiccagione, il passo è breve. Il suo tesoro diventa già un mito all’epoca, le coste newyorkesi vengono scandagliate con estrema cura. Ma nulla appare, e solo in questi giorni, il mare restituisce, dalle sue insondabili profondità, i resti della nave del capitano.
Come è possibile che tutto ciò si sia conservato, senza essere toccato, per oltre trecento anni? E soprattutto, la nave conserva ancora i resti dell’oro che portava a bordo?
A questi interrogativi risponderanno i ricercatori dell’Università dell’Indiana, che sperano così di far luce su alcuni punti oscuri relativi alla pirateria nei Caraibi.
Gli scienziati, che hanno ottenuto una specifica licenza dallo stato domenicano, saranno anche agevolati dall’esistenza di una cospicua documentazione scritta, a cui essi faranno continuamente riferimento nell’analisi dei dati materiali che emergeranno dal mare.
Con l’intento di far emergere anche la verità su questa figura, tra le più misteriose ed inquietanti della zona, per ridargli forse la dignità che un tribunale gli tolse, per restituire agli occhi del mondo lo splendore del suo tesoro.

Di Isabella Berardi

Fonte: ilReporter

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