La salute dell’oceano passa per il nematode

1320706.jpgIl depauperamento delle specie che vivono nelle profondità marine pone una severa minaccia al futuro degli oceani: è questa la conclusione di un nuovo studio, pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Current Biology”, che ha visto una forte partecipazione italiana.
In uno studio su scala globale, i ricercatori del Dipartimento di scienze marine dell’Università politecnica delle Marche di Ancona, in collaborazione con i colleghi dell’Università di Ghent, in Belgio, e del National Oceanography Centre di Southampton, in Inghilterra, hanno esaminato la biodiversità dei nematodi e di molti altri indicatori indipendenti del funzionamento e dell’efficienza dell’ecosistema in 116 siti marini molto profondi.
I nematodi sono gli animali più abbondanti sulla Terra e rendono conto di più del 90 per cento di tutte le forme di vita che vivono sul fondo dell’oceano. Precedenti studi hanno anche suggerito che tali organismi rappresentato dei buoni indicatori della diversità delle specie che vivono nelle profondità.
Il funzionamento dell’ecosistema bentonico implica diversi processi, che consistono nella produzione, nel consumo e nel trasferimento di materia organica verso livelli più elevati della catena alimentare, nella decomposizione della materia organica e infine nella rigenerazione dei nutrienti.
Secondo l’analisi dei dati raccolti, una maggiore diversità di nematodi è in grado di supportare tassi esponenzialmente più alti dei processi che avvengono negli ecosistemi, garantendo al contempo l’efficienza con cui tali processi si svolgono.
Poiché l’efficienza riflette l’abilità di un ecosistema di sfruttare l’energia disponibile in forma di fonti alimentari, i risultati suggeriscono che una maggiore biodiversità può aumentare la capacità dei sistemi bentonici di svolgere i processi biologici e biogeochimici cruciali per il suo funzionamento.
“Per la prima volta abbiamo dimostrato che l’ecosistema del mare profondo è strettamente dipendente dalle specie che abitano sul fondo”, ha spiegato Roberto Danovaro, dell’Università politecnica delle Marche. “Ciò dimostra che occorre preservare la biodiversità e specialmente quella del’ecosistema bentonico; in caso contrario le conseguenze sarebbero senza precedenti. Dobbiamo imparare a preoccuparci di specie che sono lontane da noi e sono sostanzialmente invisibili.” (fc)

Fonte: LeScienze

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