Pirati del mare, quasi un attacco al giorno

pirati_attacco.jpgDopo un quadrienno di continuo calo, nel 2007 gli atti di pirateria nel mondo segnano un aumento del 10%, arrivando a quota 263. Sembra strano, all’inizio del terzo millennio, sentir parlare di pirateria. A tutt’oggi, invece, alcune parti del mondo sono considerate ad alto rischio. In particolare, l’area del Corno d’Africa con la Somalia, lo Stretto di Malacca, il Bangladesh, l’Indonesia e lo Stretto di Singapore. E anche zone di fronte alle coste di Tanzania, Kenya e, sull’Atlantico, della Nigeria. Teatro di attacchi sono state anche le acque del mare Arabo, del Sud America e dei Caraibi. Nell’anno appena passato, in particolare, la Nigeria e la Somalia sono stati i punti più caldi del mondo.
Alcune navi italiane sono state coinvolte, nel 2005 e nel 2006, in tentativi di attacchi da parte di pirati. Tanto che per far fronte a quell’emergenza si erano mosse Confitarma e la Marina militare italiana, che ha mandato nelle zone ad alto rischio, a più riprese, pattugliatori e fregate. A metà dicembre, peraltro, è scattato l’allerta per un presunto attacco a un’unità italiana al largo della Somalia. Per fortuna, in quel caso, si è trattato di un falso allarme. Ciò non toglie che le acque somale restino tra le più pericolose del mondo. Lo confermano le statistiche contenute nell’ultimo rapporto sulla pirateria, riferito all’intero 2007, che è stato appena presentato dall’Icc International maritime bureau (Imb), l’organismo preposto a fare periodicamente il punto sugli atti di pirateria. Nel 2007, dunque, gli attacchi a navi sono stati 263, contro i 239 registrati nel 2006. Negli anni precedenti, invece, erano stati in costante discesa: 445 nel 2003, 335 nel 2004, 276 nel 2005. Una riduzione dovuta al sempre maggior controllo delle Marine di tutto il mondo.
L’anno scorso, per la prima vota dal 2003, il numero di atti di pirateria nel mondo è cresciuto. Ed è aumentata anche la quantità di dirottamenti di navi, passata da 14 nel 2006 a 18 nel 2007, con 292 membri di equipaggi presi in ostaggio e 63 rapiti con richiesta di riscatto. Inoltre i pirati si sono dimostrati meglio armati e più audaci nell’assaltare e ferire membri dell’equipaggio di navi. Il rapporto certifica, infatti, una crescita del 35% nel numero di incidenti che hanno comportato l’uso di armi da fuoco (sono stati in tutto 72). Inoltre sono 64 i membri di equipaggi feriti nel 2007, contro i 17 del 2006. «La significativa crescita di questi numeri – afferma Pottengal Mukundan, direttore di Imb – può essere direttamente attribuita all’aumento degli incidenti in Nigeria e Somalia».
In Nigeria, l’anno scorso, sono stati registrati 45 incidenti in totale (25 dei quali a Lagos), contro i 12 del 2006. In Somalia, invece, sono stati contati 31 casi di pirateria. Nel 2006 erano stati 10. Inoltre, il maggior numero al mondo di rapimenti è avvenuto nelle acque somale, dove i pirati hanno preso in ostaggio 154 membri di equipaggi, nel corso di 11 dirottamenti di navi.
Sono invece in diminuzione gli attacchi nelle zone in cui è stata rafforzata la vigilanza sul mare. Ad esempio in Indonesia, dove gli incidenti sono stati 43, contro i 121 del 2006. Analoga la situazione nello stretto di Malacca, dove gli attacchi sono in continua diminuzione dal 2004 (l’anno scorso sono stati 7 contro gli 11 del 2006). Il Bangladesh, infine ha avuto il più grande miglioramento, scendendo da 47 attacchi registrati due anni fa a 15 nel 2007.
L’anno scorso non c’è stato alcun coinvolgimento di unità italiane in atti di pirateria. Cosa che invece è avvenuta nel 2005 e nel 2006 e ha fatto entrare in azione la Marina italiana. Nel luglio di due anni fa, lungo le coste della Somalia furono attaccate, a una settimana di distanza, la petroliera Cielo di Milano della d’Amico di Navigazione e la portacontainer Jolly Marrone, del gruppo Messina. Subito Confitarma chiese l’intervento dell’Italia. E il ministero della Difesa, spiega l’ammiraglio Fabio Caffio, dello Stato maggiore della Marina, «decise di intervenire. È scattata quindi l’operazione “Mare sicuro”, portata avanti con il pattugliatore di squadra Granatiere, che ha battuto la zona per 92 giorni e ha portato all’interruzione degli attacchi ai mercantili nazionali».
Alcuni mesi dopo, però, il 7 marzo 2006, un nuovo episodio: «Un tentativo di attacco – racconta Caffio – alla cisterna Enrico Ievoli di Marnavi, al largo dello Yemen, sventato da un elicottero della Marina partito dalla fregata Euro». In questo momento, conclude l’ammiraglio, «nell’area del Mare Arabico non ci sono unità militari italiane. Ma, in caso di emergenza pirati, le navi mercantili italiane possono emettere un segnale di pericolo che viene accolto dal Comando generale delle capitanerie di porto». In questo modo si possono immediatamente allertare le unità, anche di altre Marine, presenti sul luogo.

Fonte: Aqva

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