Fanghi tossici in mare

1974767.jpgStoccare i sedimenti inquinanti in casse marine. Lo prevede un decreto del ministro Pecoraro Scanio. Che alza anche i limiti consentiti per le sostanze pericolose  I canali di VeneziaChe idea: creare decine di discariche a cielo aperto con vista mare, anzi sul mare. E riempirle di fanghi industriali, liquami tossici e veleni vari dragati dalle aree industriali e portuali più devastate d’Italia. Con quantitativi di metalli, pcb e idrocarburi contaminati anche 100 mila volte superiori ai limiti europei che rischiano di inquinare ancor di più i nostri mari. È tutto scritto in un ‘Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare’, che paradossalmente è il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, approvato in dicembre dalla Conferenza Stato-Regioni e in attesa del parere del Consiglio di Stato prima di entrare in vigore.
Un decreto che sta mettendo in allarme gli esperti di molte regioni, le associazioni ambientaliste a partire da Legambiente, nonché alcuni tecnici del ministero che hanno avvertito il governo dei pericoli contenuti nel provvedimento. Finora, invano. Il decreto “disciplina le operazioni di dragaggio nei siti di bonifica di interesse nazionale”. Una danza macabra di tecnicismi, cifre, rimandi a leggi, regolamenti, codicilli da perderci la testa. Cerchiamo di districarci con l’aiuto di una tabella.
In Italia la gestione dei sedimenti portuali non è mai stata risolta una volta per tutte. Ogni anno si dragano milioni di metri cubi di materiali sott’acqua per garantire l’operatività dei porti. Dopodiché non si sa che fare dei fanghi, spesso altamente inquinati e inquinanti. Il problema è particolarmente drammatico nei 50 siti classificati “di interesse nazionale”, dove i sedimenti marini sono troppo contaminati e necessitano di speciali cautele. Tra i più a rischio, quelli di Bagnoli, Priolo, Gela, Livorno, Piombino, Mestre. Decine di bombe ecologiche a orologeria. È per disinnescarle che nasce, con molto ritardo, il decreto del governo. Che però, secondo molti esperti, non rispetta le linee guida emesse dagli istituti tecnici e dallo stesso ministero: il ‘Quaderno Icram'(Istituto centrale ricerca applicata al mare) del 2002 e il ‘Manuale Ministero-Icram-Apat’ (Agenzia protezione ambiente e servizi tecnici) del 2007, adottati come base per ogni futura legge da una recente risoluzione della commissione Ambiente della Camera.
In pratica il decreto fa di tutt’erba, anzi erbaccia, un fascio. In un’unica soluzione, prevede lo stoccaggio di tutti i sedimenti contaminati in grandi ‘casse di colmata’ sul mare: grandi vasche costiere protette da sbarramenti, impermeabilizzate da teli di plastica e destinate a diventare in futuro suoli utilizzabili per scopi portuali. Di fatto, discariche marine a cielo aperto. Oggi possono ospitare materiali con basse concentrazioni inquinanti, come quelle fissate dal ‘protocollo di Venezia’ del 1993 per la gestione dei sedimenti dragati dai canali della Laguna. Il protocollo prevede diversi utilizzi dei fanghi a seconda del grado di contaminazione: se i valori sono tollerabili, possono essere travasati nelle vasche a contatto col mare; se superano i massimi consentiti, vanno prima trattati per ridurne la pericolosità e poi collocati in siti lontani da mare. Altri limiti fissa la legge sulle bonifiche dei suoli industriali e urbani (decreto n. 152/2006). E finora nelle ‘casse di colmata’ finivano fanghi al di sotto dei valori di contaminazione per i suoli industriali (addirittura ridotti del 10 per cento per cautela).
Il ministro Alfonso Pecoraro ScanioChe cosa cambia col nuovo decreto? Si innalzano i valori-limite di centinaia di volte, con rischi altissimi per l’ambiente. Le discariche marine, infatti, non sono affatto sicure: il pericolo di versamenti o sgocciolamenti di percolato è sempre in agguato. I dati confrontati in tabella sono emblematici. Due esempi. Secondo il decreto 152/2006 le casse di colmata potevano ospitare non più di 4,5 milligrammi di mercurio per chilogrammo; col decreto, fino a 1000 (oltre 200 volte di più). Peggio ancora per i pesticidi, il cui livello massimo passerebbe da 0,1 a 10.000 mg/kg (100 mila volte di più). Tant’è che, al ministero, qualcuno si domanda che senso abbia dragare, trasportare e riversare quei fanghi dai fondali alle vasche senza prima trattarli per renderli innocui, aumentando il rischio di dispersione di sostanze cancerogene (secondo l’Airc, Agenzia internazionale ricerca sul cancro) nell’ecosistema marino: cioè ai pesci e quindi alle nostre tavole. Tanto varrebbe lasciarli dove sono.
Il decreto va pure in controtendenza con le norme europee. La direttiva sulle acque di Bruxelles (n.60/2000) raccomanda di ridurre entro il 2020 le emissioni di sostanze ‘prioritarie’ (già esistenti in natura) ed eliminare le ‘prioritarie pericolose’ (derivanti dalla sintesi di materiali organici prodotti dall’uomo). E l’Italia che fa? Aumenta le une e le altre. Rischiando l’ennesima procedura d’infrazione e sforando gli stessi limiti fissati dal decreto italiano 367/2003 sui sedimenti marini. Le sostanze ‘pericolose’ e ‘prioritarie pericolose’ si annidano nei fanghi di dragaggio: muoverli e trasportarli significa disperderle aumentando l’inquinamento marino.
Cui prodest questa follia? Lo smaltimento dei rifiuti tossici, anche in mare, è un business colossale. Sta per nascere, anche su questo fronte, un’apposita Autorità per la bonifica dei siti: un ente che, stando alle prime indiscrezioni, sarebbe controllato da capitali privati e gestirebbe i siti da bonificare e le attività economiche collaterali. Il decreto poi, stanziando soldi pubblici per le discariche marine, è tutta manna per le aziende inquinanti, che potranno gettarvi di tutto: una normativa più seria le costringerebbe a un’azione di trattamento e bonifica molto onerosa. Non solo: si parla di un accordo delle regioni Toscana e Campania col ministero per traghettare i fanghi del porto di Bagnoli in quello di Piombino: per tre anni una serie di navi ‘bettoline’ dragheranno i fondali del porto campano, ‘aspireranno’ fanghi altamente inquinanti grazie ai nuovi, altissimi limiti consentiti e li depositeranno a centinaia di chilometri, nella ‘cassa di colmata’ di Piombino (dove già la Lucchini ha montagne di polveri tossiche da smaltire).
Il tutto al costo di decine di milioni di euro, sottratti ai fondi destinati alle ‘energie rinnovabili’. Con questi fondi si progetta pure di costruire qualche nuova strada ad hoc. “E dire”, scuote il capo un tecnico, “che Pecoraro Scanio aveva persino cambiato nome al ‘Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio’, aggiungendo le parole ‘e del Mare’. Oltre al danno, la beffa”.

di Marco Travaglio

Fonte: L’Espresso

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: