C’era una volta il Mediterraneo….

ottobre 14, 2007

Bloggers Unite - Blog Action Day

“C’era una volta il Mediterraneo …
Bastava indossare una vecchia maschera in gomma per rimanere letteralmente affascinati.
Il fondo del mare brulicava di forme di vita, che per quantità, varietà, forme e colori non aveva nulla da invidiare alla terraferma.
In pochi metri d’acqua si alternavano, in una frenetica ricerca di cibo, donzelle, tordi, salpe, cefali e occhiate. Tra i sassi e nei buchi degli scogli era un continuo capolino di gamberetti, granchi, bavose, ghiozzi e grosse perchie.
Bastava allontanarsi un poco dalla costa, e scendere qualche metro, per scorgere grossi saraghi e corvine a caccia negli anfratti. Il re di triglie era il padrone del “grotto”. Ad ogni risalita, dovevi attraversare nuvole di scure castagnole, tra le quali, in determinati periodi dell’anno, spiccava il blu elettrico degli avannotti.
Difficile trovare tane di polpi disabitate, tra le quali, furtive si aggiravano le murene, pronte a sferrare l’attacco al loro cibo preferito. Anche a basse profondità, maestose cernie brune, possenti dentici e luccicanti orate predavano indisturbate.
Osservando attentamente tra la posidonia, era facile scorgere cavallucci marini, pesci ago, piccoli nudibranchi multicolori. Al limite del fondale sabbioso, si incontravano seppie pronte a cambiare colore al minimo accenno di pericolo.
Ai pochi temerari che all’epoca, circa 30 anni fa, riuscivano ad indossare l’autorespiratore per esplorare i fondali, si offriva uno spettacolo ancora più vario: i sommi delle secche erano popolati da grossi carangidi, tonni e imponenti pesci luna. Scendendo lungo le pareti, parazoantus, alcionari, spugne, multicolori forme di vita e lunghe antenne che segnalavano la presenza di aragoste, si alternavano ai grandi rami di gorgonie…”

C’era una volta il Mediterraneo. C’era una volta il Mare Nostrum.
Cos’era il mare? Cosa è diventato per noi “uomini moderni”.
Sicuramente il bacino mediterraneo si è svuotato di quelle che erano le tradizioni culturali radicate nelle civiltà costiere. La storia del mare racchiude in sè quella del mondo e dell’uomo. Il mare aveva una personificazione fisica, Nettuno o Posidone, nelle religioni politeiste. Con l’avvento della reigione monoteista si è subito un distacco dal rapporto intimo che si aveva con la natura. Si è rotto un delicato equilibrio. Non si rispettava più madre terra, o fratello mare, come fonti di vita. Nel bene e nel male cambiava il modo di percepire l’ambiente. L’uomo diventava il centro del mondo, il resto elemento da sfruttare per suo benessere. Mi soffermo su “Sfruttare“, parola entrata prepotentemente nei nostri giorni. Non si cerca un punto di coesistenza armonica e di rispetto, si sfrutta: risorse ittiche, giacimenti di idrocarburi ecc…
Nel corso dei secoli, con lo sviluppo economico, nuovi mezzi e scoperte siamo giunti ad un progressivo disastro ambientale. E in meno di una generazione, avidamente, abbiamo distrutto coste e ci siamo circondati di inutili “bisogni”. Economie locali sono state annientate. Popolazioni che per secoli hanno vissuto di pesca, sono state ridotte alla miseria dalle industrie, che non hanno fatto altro che depredare il “mare nostrum”. Giustificate dalle richieste sempre crescenti di prodotti ittici.
Ma quanti di questi prodotti finiscono realmente sulle nostre tavole? Quanto del pescato invece finisce invenduto e buttato?
In alcuni casi, la sconsideratezza dei pescatori locali ha distrutto interi habitat. L’esplosivo veniva utilizzato come sistema di pesca. I fondali di Sferracavallo, Barcarello e molti altri, presentano ancora i segni delle esplosioni. Nessuno ne parla, perchè ovviamente non fa notizia e poi, alla fine, cosa resterebbe da fare per riparare? Istituire inutili aree marine protette in un deserto che non si è ancora ripopolato? In nome di questo ripopolamento, si compiono perfino azioni inutili e dannose per l’ecosistema marino: porzioni di posidonia oceanica vengono prelevate da zone in cui crescono indisturbate, per essere trapiantate nei fondali in cui è stata distrutta. Nel 90% dei casi, la pianta è destinata a morte certa. Quindi, spesso, queste operazioni servono soltanto a ingrassare le  tasche di qualcuno.
Non c’è mai stata una politica che mirasse realmente alla tutela del mare, considerando gli aspetti caratteristici di quel dato bacino marino e degli abitanti. Perchè oltre al Mar Mediterraneo, esistono le popolazioni mediterranee da tutelare.
E di conseguenza, svariate problematiche ambientali si sono accumulate: riscaldamento delle acque, spopolamento ittico, inquinamento. Centinaia di tartarughe muoiono ingoiando sacchetti di plastica scambiati per meduse.
La mucillagine, prima fenomeno occasionale, è diventata una costante.
Non dimentichiamo che un grosso problema è rappresentato dal trasporto marittimo di petrolio greggio e tutto ciò che vi ruota intorno. Questo continuo traffico riversa nel Mediterraneo (secondo dati Unep Map) ben  100-150.000 tonnellate di idrocarburi. Dovuti a incidenti, perdite accidentali, pulizie, perdita di carburante ecc.. Il nostro mare, se confrontato agli altri, ha il livello di catrame più elevato: 38 milligrammi per metro cubo.
Le precauzioni per evitare disastri ambientali sono inesistenti. E tuttora non esistono delle leggi severe che regolamentarizzino questi traffici, spesso fatti da carrette del mare. Eventuali incidenti rappresenterebbero un grave danno per l’ecosistema, perchè è bene considerare che il Mar Mediterraneo ha un tallone d’Achille: lo scarso ricambio delle acque.
Spesso si parla di campagne per la protezione di squali, delfini, foche, balene. Ma tutto resta sempre molto marginale. Presumibilmente per gli interessi che girano tra le varie economie e soprattutto, per il totale disinteresse, non si riesce a prendere provvedimenti efficaci. Abbiamo una reale idea di cosa succederebbe alle acque se si dovessero estinguere gli squali? Probabilmente le generazioni future riusciranno a vedere una foca monaca solo tramite fotografie. Questo mammifero, risente particolarmente degli effetti della contaminazione. Gli idrocarburi ne riducono l’isolamento termico, riducendone la capacità di regolazione della temperatura corporea e provocandone la morte anche nel giro di soli due mesi. Lo scorso anno, in seguito ai bombardamenti alla centrale elettrica presso Jiyyeh, dalle 12 alle 15 mila tonnellate di carburante e olio combustibile per impianto energetico si sono riversate in mare, diffondendosi verso il Nord per effetto del vento dominante e delle correnti del mare. 150 km di costa sono stati inquinati da benzene, benzopirene e tuolene. Idrocarburi altamente cancerogeni. La Riserva Naturale Marina delle isole Palm, Ramine e Sanani, è stata contaminata. Proprio quella sede di avvistamenti della foca monaca. Secondo il Ministero dell’Ambiente libanese non vi è stato solo un danno superficiale: gli idrocarburi sono penetrati in profondità, danneggiando e modificando irrimediabilmente l’ecosistema marino. Le guerre non danneggiano solo gli uomini, ma sovente, non ci si sofferma a pensarci.
Cosa resterà del Mediterraneo per le generazioni future? Resterà immortalato nella sua grandezza da Omero, che con l’Odissea l’ha reso eterno… Resteranno le testimonianze di vecchi pescatori e qualche fotografia, della ricchezza dei suoi fondali, immortalata da subacquei d’altri tempi.
Cosa resterà del Mediterraneo? E’ ancora possibile rimediare?
I controlli, le sanzioni e giuste leggi non sono l’unica soluzione. In nome del progresso abbiamo calpestato tutto.  L’unica utopica soluzione è la cooperazione di istituzioni e singoli individui.
Educhiamo al rispetto per l’ambiente, e le forme di vita, le generazioni future, affinchè non commettano i nostri stessi errori.
Retorico?
Probabile, ma non esiste altro rimedio.
Foto: ©P.f.d.
Testo: ©P.f.d. & ©G.d.M.


“Bentornato”

ottobre 8, 2007

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Ed alla fine il mare è tornato.
Ho sempre pensato che durante i mesi estivi si prendesse una bella vacanza, lontano dalla folla dei bagnanti.
E adesso, smontati gli ultimi ombrelloni, lui, torna a me.
Al mio amore immenso.
La spiaggia si svuota. Restano in pochi. I temerari che, tra una folata di vento e l’altra, cercano di carpire l’ultimo raggio di sole.
L’odore di abbronzanti e cibarie è sparito. Non ci sono più urla e schiamazzi divertiti. Nessun bambino sguazza tra le onde.
Il mare restituisce il suo profumo. I suoi colori. L’argento increspa le onde.
Il mare torna a cantare.
Torna a borbottare nel mesto sciabordio della risacca.
Storie lontane.
Tornano gli innamorati alla riva del mare. Le mani strette, un pò infreddolite.
I primi maglioni cingono le spalle, e i sussurri di amore eterno si mischiano all’aria.
La sabbia è umida.
La malinconia si attacca addosso come quei granelli. Senza spiegazione, ti lascia priva di parole.
In un silenzio incantato ti ritrovi. Come se in quei mesi estivi non avessi avuto preso parte ai tuoi giorni.
Li hai trascorsi attendendo questi momenti.
Il ritrovarsi di vecchi amici.
Il ritrovarsi di amori mai finiti.
L’acqua lambisce i piedi lasciandoti un pò infreddolito…
Guardi il mare e sorridi mentre gli sussurri…”Bentornato…”

Testo e foto: ©G.d.M


Amare il mare

ottobre 6, 2007

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Qualcuno pensa che  amare il mare significhi mettersi un erogatore in bocca e scendere negli abissi,
dove la voce dell’infinito ha il suono del respiro.
Qualcuno pensa che vivere il mare da trent’anni sia sufficiente garanzia di amore.
Qualcuno pensa che per amare il mare bisogna conoscere il nome dei suoi figli e le loro caratteristiche.
Qualcuno pensa che per amare il mare bisogna saper fare i nodi o andare in barca.
Qualcuno pensa che amare il mare significhi conoscere il motivo del suo colore, del perchè sia salato…
Qualcuno pensa che queste cose assicurino un rapporto privilegiato con la grande madre.
Per amare il mare basta una giornata d’inverno. Il profumo della salsedine che si attacca sulla pelle.
Per amarlo basta il suo canto sommesso, il colore cupo che assume a gennaio.
Per amarlo basta la sua rabbia…O una notte quieta e sonnolenta d’estate, quando il mare mormora di voci lontane e la pace di Dio la senti scendere dentro l’anima.
La voce del mare è per tutti quelli che la sanno ascoltare in giorni di vento e non risveglio. Muti e rabbiosi. In cui, solo lui, può essere l’unico conforto.
Per amarlo basta guardare la danza della pioggia sulle sue onde.
Acqua nell’acqua, danza festosa e millenaria.
Qualcuno ha guardato il mare, senza mai vederlo appieno.


Testo e foto ©G.d.M


Aguamala

ottobre 5, 2007

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I capelli le ondeggiano al vento.
Increspati. Annodati dal sale.

“Osserva il mare dal suo scoglio.”

Il mare non è per tutti. Potrebbero dirvelo gli uomini del porto.
Quelli che il mare lo hanno dentro sanno.
Dicono che abbia gli occhi strani. Persi in non si sà cosa.
Lei è lì.
In giorni di sole. In giorni di vento.
Ha la pelle dell’acqua, così dicono.
Liscia come seta.
Levigata.
La pelle dell’acqua.
Osserva il mare.
Silenziosamente.
In giorni di sole, in giorni di vento.
Come un fantasma.
Senza sorriso.
Gli uomini del porto dicono che è innamorata del mare.

“Non sà amare null’altro che l’acqua di mare.”

Non guardarla negli occhi.
Sono fondale da non esplorare.
Segreta memoria custodita dal mare.
Così sono i suoi occhi.

“Non guardarla negli occhi…”

Dicono che la sua pelle abbia il profumo intenso del sale.
Potrebbe stordirti se la respirassi da vicino.
Potresti non fare ritorno da quel mare.
Dalla sua pelle che profuma di sale.

“Lei non sà amare null’altro che l’acqua di mare.”

Aguamala.
Non buona.
Acqua salata che non disseta.
Non è mare da navigare.
Così dicono.

©G.d.M.

schizzo di Gustav Klimt, “Portrait of young woman”


Ritorno alla Secca della Formica

settembre 6, 2007

Da istruttore, così come compagno d’immersione, ho la tendenza a sentirmi responsabile di chi scende con me, rivolgendogli una considerevole attenzione qualunque sia il suo livello di preparazione. Per quanto lo faccia in modo molto discreto, questo, spesso, mi porta a non avere col “mio mare” il rapporto che vorrei.
Per questo motivo, ogni tanto, scatta la voglia di organizzare un’immersione “mia”, che vada al di là del semplice contatto con le splendide forme di vita acquatiche. Non che questo non sia appagante, ma quello che mi spinge a caricarmi di notevoli e pesanti volumi d’attrezzatura, alzarmi presto la domenica mattina dopo una settimana di lavoro, va ben oltre: “ascoltare” le emozioni e le sensazioni che un tuffo nel blu regala. La ricerca di un contatto interiore con l’elemento mare diventa in alcuni momenti una necessità fisiologica e mentale di cui non riesco a fare a meno.
Decido di accettare l’invito di “Fofò”, Alfonso Santoro, e tornare a tuffarmi alla Secca della Formica, appoggiandomi al suo diving: il Blue Shark. Non ho ben capito se abbia intenzione di fare un’immersione insieme. Valuto la possibilità di scendere da solo, nell’eventualità Alfonso debba gestire qualche gruppo.
Non sono assolutamente un fautore dell’immersione in solitaria, anzi, esattamente il contrario: questa, soprattutto se profonda e con decompressione, richiede una grande esperienza, preparazione tecnica e psichica. E’necessario saper gestire lo stress, che in una situazione d’emergenza, trasformandosi in panico, porterebbe a compiere gesti inconsulti, pericolosi per la nostra incolumità. Sott’acqua può succedere di tutto. L’esperienza mette in condizione di poter prevedere eventi negativi, ponendosi in anticipo domande a cui trovare soluzioni. Il risultato è un’attrezzatura personalizzata, che consenta di fronteggiare qualunque evenienza.
Sono necessarie notevoli scorte d’aria, e di eventuali miscele, per evitare le conseguenze negative di una risalita di emergenza.
Generalmente, un sub in configurazione tecnica diventa simile ad un albero di natale, addobbato con bombole, bomboline, e svariati accessori subacquei!
La sera prima dell’immersione mi dedico all’assemblaggio ed al controllo dell’attrezzatura.
Comincio dal bibo a bombole separate: per quanto sia più ingombrante e pesante di un semplice monobombola, è molto più stabile sulle spalle, meno sporgente, ed il posizionamento dei rubinetti offre una migliore presa nel caso sorga la necessità di doverne azionare uno. In questa configurazione ogni bombola è dotata del suo erogatore, manometro e frusta gav. Garantendo così il massimo della sicurezza, perchè, nel caso di un guasto ad uno dei due sistemi, si continuerà ad avere la piena disponibilità dell’altro. Bisogna tener presente che, in immersione, si deve respirare alternando la fonte d’aria, per mantenerne sempre uguale la scorta nelle bombole.
Predispongo le due bombole decompressive da portare attaccate sui fianchi: una caricata con Ean 40 (aria arricchita d’ossigeno fino ad un 40 %), mentre l’altra con ossigeno puro. Queste garantiscono una più rapida e sicura decompressione. Ne utilizzo due in alluminio da 7 lt. Per quanto, a parità di volume, fuori dall’acqua siano più ingombranti e pesanti di quelle in acciaio, in immersione hanno un assetto quasi neutro, consentendo una migliore gestione nel caso debbano essere movimentate. Ognuna di essa ha ben in evidenza l’adesivo che ne indica il contenuto.
Per un calcolo corretto dei tempi di decompressione, l’utilizzo di miscele diverse prevede l’uso di un computer multimiscele. Controllo il settaggio dei parametri del mio.
Carico la cesta con tutto il resto dell’attrezzatura, ricontrollando mentalmente la mia check list per essere sicuro di non dimenticare nulla.
Alle 10 sono al diving con Erika. La solita calorosa accoglienza dello staff predispone positivamente ad una bella immersione. Dopo un affettuoso saluto, Alfonso esordisce: “Se ti va, in modo autonomo e discreto, possiamo fare strada insieme, vorrei farti vedere una cosa che ho trovato tra i cespugli di corallo nero. Poi, se vuoi, ci dividiamo.”
Accetto di buon grado la proposta. I suoi ritrovamenti sono sempre interessanti.
Carico l’attrezzatura sul gommone, saluto Erika, che pazientemente decide di rimanere nella spiaggia antistante il diving, e salgo sull’imbarcazione che in pochi minuti di navigazione raggiungerà il sito d’immersione.
Durante la navigazione compio il mio solito rito: mi isolo mentalmente dall’ambiente circostante, cercando la concentrazione necessaria prima di un’immersione impegnativa.
Indosso i vari elementi dell’equipaggiamento. Posiziono in vita la cintura di zavorra, alla quale aggancio le tasche prima di fissarle sulle cosce. Contengono tutti gli accessori necessari per le emergenze. Indosso i guanti, rigorosamente tagliati in modo da lasciare le dita scoperte per una migliore sensibilità. Piazzo i due computer ai polsi e predispongo maschera, pinne, cappuccio e bombole laterali in modo da poter recuperare il tutto agevolmente dopo aver indossato il pesante gruppo bombole. Come ultima operazione, non meno importante delle altre, apro i rubinetti delle bombole!
Il gommone è già ormeggiato sulla secca. Indosso il resto dell’attrezzatura e vado in acqua. Alfonso dall’imbarcazione mi dice che se voglio lo posso aspettare nel bassofondo sotto il gommone. Scendo, mi posiziono in assetto neutro un metro sopra il fondo, e approfitto dell’attesa per controllare tutto l’equipaggiamento. Provo il cambio dei due erogatori principali, verificandone il posizionamento, così come dei rispettivi manometri. Raggiungo agevolmente gli erogatori di emergenza e il doppio comando del gav. Provo a sganciare e riposizionare le bombole laterali. Stringo per bene l’imbraco del gav e i cinghioli delle pinne quando vedo arrivare il mio compagno d’immersione.
Basta un piccolo gesto, un ok, e cominciamo a pinneggiare verso la parte esterna della secca. Controllo il computer … sono già al secondo minuto d’immersione. Fofò nuota qualche metro sopra di me. Con l’attrezzatura ingombrante che indosso, per riuscire a mantenere un’andatura decente nel nuoto orizzontale, devo cercare di assumere una posizione più idrodinamica possibile. Socchiudo un po’ gli occhi, cerco di visualizzare mentalmente la mia postura e provo a sentire l’acqua che scorre su di me … Vado abbastanza veloce.
All’ottavo minuto d’immersione siamo già ai primi rami di corallo nero, – 52 mt.
Controllo i manometri che indicano la mia scorta d’aria: ognuno segna 150 bar.
Con Alfonso, di tanto in tanto, ci scambiamo qualche occhiata. Non abbiamo bisogno di darci alcun ok. Se qualcosa non dovesse andare bene lo capiremmo dallo sguardo.
Seguo lateralmente il profilo della roccia fino a ritrovarmi nella parte inferiore del piccolo orlo.
Il computer emette un piccolo suono: – 60 mt, decimo minuto d’immersione … E’ scattata la deco.
Continuo a seguire l’orlo al limite della sabbia. Alzo gli occhi cercando il mio compagno d’immersione. Mi fa cenno di raggiungerlo. Risalgo di qualche metro.
-54 mt, undicesimo minuto d’immersione.
Alfonso mi indica qualcosa: il suo occhio esperto e attento è riuscito ad individuare un’esemplare della rara Eunicella Verrucosa. Col suo colore bianco candido, il ramo, alto non più di 30 centimetri, si confonde con quello del vicino corallo nero. Per quanto piccolo, è veramente bello.

Dopo qualche istante, mi comunica che inizia a risalire. Con gesti molto pacati mi fa capire che se voglio soffermarmi un altro poco, posso farlo tranquillamente. Decido di rimanere.
Reprimo l’istinto di chiedergli la scorta d’aria e gli do un ok.
Riguadagno la base dell’orlo e mi giro verso il blu. Scendo qualche metro più giù, seguendo il fondale sabbioso che degrada dolcemente.
-67 mt, dodicesimo minuto d’immersione.
Sono solo … Mi fermo.
Devo mantenere alto il livello di concentrazione. Per quanto sia allenato ai tuffi profondi con l’aria, la narcosi d’azoto potrebbe insinuarsi in modo subdolo. Controllo i manometri: 120 bar … Controllo il computer … Ho una notevole quantità di deco da fare, ma conosco bene il profilo d’immersione. So che i cambi miscela, durante la risalita, la faranno diminuire parecchio.
Mi concentro su me stesso. In assetto neutro, quasi parallelo al fondo, poggio solo le punte delle pinne sul fondale sabbioso inanimato, come per voler mantenere un contatto con la realtà. Seguo con lo sguardo il fondo. Il suo colore, grigio-blu scurisce fino a perdersi in una fascia di blu scuro, quasi nero. Continuo a seguire verso l’alto questa progressione di varianti monocromatiche: il nero torna ad essere blu degradando verso tonalità più chiare.
Cerco la superficie con lo sguardo. Non riesco a vederla, c’è troppa acqua sopra di me …
Torno a concentrarmi sulla fascia scura, che come l’orizzonte, separa otticamente due elementi che si fondono l’uno nell’altro. Una striscia di mistero che stuzzica la fantasia e spinge a volerne carpire i segreti, ma allo stesso tempo, l’ignoto, incute timore. Mi viene in mente una definizione: “Il punto di non ritorno”.
Restare sospeso nell’elemento liquido e sentirmi tutt’uno con l’acqua mi da un senso di pace che non riesco a ritrovare in nessun luogo …
Respiro molto lentamente. Anche la mia frequenza cardiaca sembra rallentata. E’ frutto della vasocostrizione periferica indotta dalla pressione, o di una regressione fisiologica e mentale alla nostra origine acquatica?
Sono sempre più solo con me stesso ed i miei pensieri .… Rifletto sulla mia vita e mi dico: “Non devo lasciarmi travolgere dagli eventi negativi, devo reagire, voglio continuare ad inseguire i mie sogni!”
Il tempo… Scorre lentissimo… In questo momento è solo una definizione legata a quel punto di contatto tra le mie pinne ed il fondo.
La dilatazione temporale potrebbe essere il frutto di una leggera forma narcotica alla quale, a quella profondità, nessuno è totalmente indenne. E’questa consapevole autoanalisi a farmi capire di essere perfettamente lucido!
Erika è su che mi aspetta … E’ tempo di risalire.
Mi stacco dal fondo e giro per intraprendere la via del rientro. Guardo il computer mentre scatta il quindicesimo minuto d’immersione. Controllo i manometri: 100 bar. Ho consumato veramente poco, non era solo una mia sensazione.
Pinneggio seguendo l’andamento del fondo, cercando di rispettare al massimo la corretta velocità di risalita.
Verso i 34 mt, al diciottesimo minuto, ritrovo alla mia destra Alfonso. Mi fermo e ne approfitto per fare un Deep Stop: un minuto di sosta. Ci scambiamo un paio di segnali e proseguiamo verso la superficie insieme.
-29 mt, ventesimo minuto d’immersione.
Cambio erogatore e comincio a respirare l’Ean 40 dalla bombola che porto sul fianco sinistro.
Imposto la miscela sul computer. Il tempo deco di 20 minuti dopo poco diminuisce a 12.
Continuiamo a risalire un po’ più lentamente verso le tappe deco.
-5 mt, trentesimo minuto d’immersione.
Levo la protezione dal boccaglio dell’erogatore dell’ossigeno, necessaria per evitare che qualcuno, magari in preda al panico dettato da un’emergenza, possa maldestramente utilizzarlo ad una profondità errata, e comincio a respirarlo.
Cambio la miscela sul computer che, alla fine, mi indica solo 6 minuti di decompressione.
Poco sotto di me Alfonso è alle prese con un grosso polpo che, giocando, gli si è avvinghiato su per il braccio. Lo carezza con delicatezza, finché l’animale decide di mollare la presa e recuperare il fondo, il suo habitat naturale.
Quando mi raggiunge, ha ancora 10 minuti di deco da fare, mentre a me ne restano solo 4. Decido di prolungare la mia e restare con lui. Un po’ di desaturazione in più ad ossigeno puro non può farmi che bene. Oltretutto è stato un compagno perfetto per quest’immersione.
Finita la deco risaliamo sul gommone dove, oltre ai gruppi condotti professionalmente dal suo staff, ci sono dei nuovi ospiti: tre sub di un altro diving. Rimaniamo esterrefatti quando, accompagnandoli alla loro imbarcazione, ci rendiamo conto che all’appello della guida ne mancava uno soltanto! I nostri sguardi non hanno bisogno di commenti…
Appena giunto al diving, mentre abbraccio Erika, penso ai miei due figli. Getto un occhio al “mio mare” e penso: “Loro m’impongono di continuare ad inseguire i miei sogni … Ma con i piedi per terra!”
15/07/07
Testo © P.f.d.
Foto © G.d.M.

 


Immersione alla Secca della Formica

settembre 6, 2007

Dopo due settimane d’inattività, a causa di una forma d’otite acuta, il desiderio di tornare nel blu è molto forte. Appena ricevuto il consenso dell’otorino, la prima meta a cui penso è la Secca della Formica, un luogo sempre fonte di sorprese. Nonostante centinaia d’immersioni, l’idea di ritornarvi è in ogni modo allettante.
Da quando è stata dichiarata riserva archeologica, si è popolata di specie ittiche, normalmente molto diffidenti, che sembrano avere fatto l’abitudine alla presenza del subacqueo, lasciandosi osservare senza che si diano ad una fuga precipitosa.
Decido di organizzarmi appoggiandomi al diving di un mio caro e vecchio amico: Fofò, sub “vecchia maniera”, profondo conoscitore della zona. Come pochi sanno fare, in acqua, riesce a comunicare ed infondere un notevole senso di sicurezza. Le sue movenze, frutto di tanti anni di esperienza, sono sempre in perfetta armonia con l’elemento acqua che lo circonda.
Giunti al diving, con Erika e Francesco, il mio compagno d’immersione, l’accoglienza dello staff è  splendida come sempre. Fofò non esita a farmi vedere con orgoglio un articolo sul giornale locale. Vi è pubblicata una sua foto che ritrae Salvo, un socio della struttura che mi ospita, ed elemento del nucleo sommozzatori della Polizia di Stato, nel momento del ritrovamento di un’anfora risalente a 2300 anni fa. E’ uno di quegli eventi che, ben lontani dall’implicare fama e gloria, colorano la carriera di un sub di grandi soddisfazioni personali.
Tra una battuta e l’altra inizia il rito dell’assemblaggio dell’attrezzatura. Ho deciso di scendere in configurazione non molto pesante, con un monobombola da 15 lt sulle spalle, senza tralasciare quelle che ritengo dotazioni d’emergenza essenziali: doppio computer, maschera d’emergenza, doppio sistema di taglio, pallone d’emergenza, ecc … Compreso il mio fido ed inseparabile bombolino da 7 lt.
Francesco scende con un più capiente 18 lt. Corsi a parte, non abbiamo fatto molte immersioni insieme. Ma ha sempre dimostrato molta attenzione e meticolosità, osservanza dei limiti, buona acquaticità ed un ottimo autocontrollo in situazioni difficili.
Sistemata l’attrezzatura sul gommone e salutata Erika, che ha deciso di rimanere a godersi il sole sul molo della vecchia tonnara di Solanto, ci dirigiamo a velocità di crociera verso la Secca della Formica, raggiungendola in pochi minuti di navigazione. Il mezzo è assicurato su una della due grosse cime predisposte per l’ormeggio: per la tutela del sito è vietato l’utilizzo dell’ancora.
Sull’imbarcazione vi sono altri due gruppi di sub. Dal breafing delle guide percepisco che uno di loro ha intenzione di raggiungere la mia stessa meta.
Indosso il gruppo sul gommone, comunicando al mio compagno la posizione dell’erogatore d’emergenza. Aggancio la bombola d’emergenza sul fianco e vado in acqua. Francesco mi passa la sua bombola e, appena pronto, ci dirigiamo poco più avanti, verso il secondo sommo della secca. Gli altri sub sono già scomparsi sotto la superficie, quando ci diamo l’ok per andare giù anche noi. Sotto il pelo dell’acqua mi concentro sull’orecchio appena guarito. Dopo aver appurato che la manovra di compensazione funziona alla perfezione e senza alcun fastidio, mi dirigo verso la meta. Per raggiungerla dobbiamo percorrere un po’ di strada. Farlo sul fondo ci porterebbe ad un assorbimento d’azoto molto elevato. Quindi preferisco mantenermi ad una profondità di 25-30 metri seguendo il lato sinistro della secca.
Arrivati ad un masso che conosco bene, prima di doppiarlo e seguirne il fianco che precipita verso il fondo, chiedo a Francesco se tutto è ok. Contraccambia il mio segnale e proseguiamo.
Scendiamo lungo la parete adornata di splendidi rami di gorgonie. Col faro ne illumino qualcuna per restituirle il suo splendido colore rosso.
Verso i 45 mt una grossa spugna attira la nostra attenzione. Riconosco la sua forma a calice, ma di queste dimensioni non ne vedevo da tanti anni. Altezza e diametro raggiungono circa gli 80 cm.
Proseguiamo seguendo il fondale che adesso degrada dolcemente. Dalla sabbia fanno capolino altre forme di spugne. Mi soffermo su una di color arancio a forma di cuscino e, poco più avanti, ve ne sono di color lilla a forma di tubercolini.
– 48 mt: ottavo minuto d’immersione.
Francesco, poco distante da me, osserva altri organismi. I suoi movimenti sono composti e rilassati. Il ritmo respiratorio correttamente cadenzato. Si mantiene ad una distanza corretta con un ottimo assetto. Mi avvicino a lui e, col segnale prestabilito, gli chiedo di comunicarmi la sua riserva d’aria. Con gesti molto tranquilli controlla il manometro, comunicandomi i suoi 160 bar, e mi chiede se con l’orecchio va tutto bene. La mia risposta positiva lo fa sorridere … ma non per l’effetto della narcosi d’azoto!
Gli faccio cenno di proseguire e, mentre giro per riprendere la direzione, mi accorgo che si sofferma a controllare il computer. Tiene sotto controllo l’immersione: è un segnale positivo. Al contrario, molti sub, quando scendono con guide o in compagnia d’istruttori, tendono a trascurare gli strumenti, fidandosi del controllo di chi li accompagna. Non considerano che un istruttore è un essere umano, e come tale non è infallibile.
Poco oltre, una cima totalmente ricoperta da spugne ed altri organismi, che si protende per la sua lunghezza verso la superficie, m’indica che sono vicinissimo alla meta.
Sott’acqua non esistono strade o cartelli. Con l’esperienza si acquisisce l’attitudine all’orientamento subacqueo. Si cominciano a memorizzare istintivamente la conformazione del fondale, l’andamento, scogli, elementi naturali e artificiali riconoscibili, e quant’altro può tornare utile per ritrovare siti di particolare interesse. Senza trascurare che bisogna saper tornare alla propria imbarcazione!
-52 mt: undicesimo minuto d’immersione.
Lo sperone di roccia ricoperto da un gruppo di cespugli bianchi è davanti a noi. Le punte ondeggiano nel lieve movimento dell’acqua come candide piume. E’ il corallo nero. Sotto il bianco cenosarco si nasconde un fusto nero come l’ebano. Ci avviciniamo per osservarlo: piccolissimi polipi si protendono dal fusto per carpire all’acqua il nutrimento di cui hanno bisogno per accrescere la base su cui vivono.
L’osservo come se fosse la prima volta … Lo sguardo di Francesco esprime il mio stesso stupore.
-54 mt, tredicesimo minuto d’immersione: è tempo di risalire. Il computer segna 10 minuti di decompressione. Faccio cenno al mio compagno d’immersione e, senza esitare, c’incamminiamo verso la via del rientro.
Durante la discesa ho notato la presenza di poco pesce. Decido di seguire il fianco destro della secca. La presenza di una corrente un po più sostenuta, su questo versante, potrebbe regalarci qualche altra emozione.
-24 mt. Noto un paio di tane di polpo vuote … La terza è abitata. L’inquilino è molto grosso, peserà almeno un paio di chili. Ci soffermiamo. Il polpo accenna ad uscire incuriosito, provo ad accarezzarlo, ma si ritrae nella tana proteggendosi con il cumulo di pietre predisposte a mo di barricata.
Oltre alla curiosità, lo scopo è quello di fare un deep stop: un minuto di sosta, ad una quota intermedia rispetto alla profondità massima raggiunta, favorirà la nostra desaturazione.
Riprendiamo la risalita, e appena doppiato uno scoglio, a 18 mt, una gran quantità di pesce interrompe il nostro cammino. La mia scelta di risalire sul lato destro della secca è risultata corretta… Saraghi Pizzuti e Maggiori, splendide Orate e Dentici continuano a cibarsi incuranti della nostra presenza. Tutti di grossa taglia, che superano abbondantemente il chilo di peso … che meraviglia!
Cercando di disturbare il meno possibile questo splendido spettacolo, proseguiamo verso i 3 mt, dove effettueremo la nostra decompressione. Sono solo pochi minuti … Ma già non vedo l’ora di tornare al diving, riabbracciare la mia Erika, e raccontarle la splendida immersione.
08/07/2007testo e foto © P.f.d.

 


Gli occhi del mare

settembre 5, 2007

Gli occhi del mare non hanno luoghi conosciuti.
Vivono lontano dagli sguardi.
Dentro.
Nelle strade dell’anima.

©G.d.M