Il pescatore di Cefalù

gennaio 17, 2008

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Una volta un pescatore di Cefalù, nel tirare in barca la rete, la sentì pesante pesante, e chissà cosa credeva di trovarci.
Invece ci trovò un pesciolino lungo un mignolo, lo afferrò con rabbia e stava per ributtarlo in mare quando udì una voce sottile che diceva:
– Ahi, non mi stringere così forte.
Il pescatore si guardò intorno e non vide nessuno, ne’ vicino ne’ lontano, e alzò il braccio per buttare il pesce, ma ecco di nuovo la vocina:
– Non mi buttare, non mi buttare!
Allora capì che la voce veniva dal pesce, lo aprì e ci trovò dentro un bambino piccolo piccolo, ma ben fatto, coi piedi, le mani, la faccina, tutto proprio a posto, solo che dietro la schiena aveva due pinne, come i pesci.
– Chi sei?
– Sono il bambino di mare.
– E che vuoi da me?
– Se mi terrai con te ti porterò fortuna.
Il pescatore sospirò:
– Ho già tanti figli da mantenere, proprio a me doveva toccare questa fortuna di averne da sfamare un altro.
– Vedrai… – disse il bambino di mare.
Il pescatore lo portò a casa, gli fece fare una camicina per nascondere le pinne e lo mise a dormire nella culla del suo ultimo nato, e non occupava nemmeno mezzo cuscino con tutta la persona.
Quello che mangiava, però, era uno spavento: mangiava più lui di tutti gli altri figli del pescatore, che erano sette, uno più affamato dell’altro.
– Una bella fortuna davvero ! – sospirava il pescatore.
– Andiamo a pescare? – disse la mattina dopo il bambino di mare con la sua vocetta sottile sottile.
Andarono, e il bambino di mare disse:
– Rema diritto fin che te lo dico io. Ecco, siamo arrivati. Butta la rete qua sotto.
Il pescatore ubbidì, e quando ritirò la rete la vide piena come non l’aveva mai vista, ed era tutto pesce di prima qualità.
Il bambino di mare battè le mani: – Te l’avevo detto, io so dove stanno i pesci.
In breve tempo il pescatore arricchì, comprò una seconda barca, poi una terza, poi tante, e tutte andavano in mare a buttare le reti per lui, e le reti si riempivano di pesce fino, e il pescatore guadagnava tanti soldi che dovette far studiare da ragioniere uno dei suoi figli per contarli.
Diventando ricco, però, il pescatore dimenticò quel che aveva sofferto quando era povero. Trattava male i suoi marinai, li pagava poco, e se protestavano li licenziava.
– Come faremo a sfamare i nostri bambini? – essi si lamentavano.
– Dategli dei sassi, – egli rispondeva, – vedrete che li digeriranno.
Il bambino di mare, che vedeva tutto e sentiva tutto, una sera gli disse:
– Bada che quel che è stato fatto si può disfare.
Ma il pescatore rise e non gli diede retta.
Anzi, prese il bambino di mare, lo rinchiuse in una grossa conchiglia e lo gettò in acqua.
E chissà quanto tempo dovrà passare prima che il bambino di mare possa liberarsi.

Gianni Rodari
Dipinto di Salvatore Miglietta


Buonanotte madama balena!

dicembre 15, 2007

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Buonanotte madama balena
dalla pelle azzurra e serena.
Vedo che in cielo ti sei messa a nuotare,
ma come fai senza l’acqua del mare?
E come potrai addormentarti
se non ci sono le onde a cullarti?
… Quando sei stanca,
se vuoi, vieni da me,
nel mio lettino c’è posto per te!

Giusi Quarenghi
 


La leggenda di Sedna

agosto 17, 2007

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Taliayuk era una splendida fanciulla che trascorreva i giorni ad ammirare il suo riflesso negli specchi d’acqua e a pettinare i lunghi capelli neri.
In molti si contendevano il suo amore, ma la giovane non voleva sprecare la sua bellezza per nessuno.
Il padre le disse che avrebbe dovuto prendere marito, perchè erano troppo poveri e non avevano da sfamarsi a sufficienza, e così,un giorno, la diede in sposa ad un uomo uccello, che la portò con sè sulla sua isola, ove trascorreva interi giorni in solitudine, abbandonata alla sporcizia, su di una pelle animale ad attendere il marito. L’unico alimento con cui poteva sfamarsi era il pesce che le portava il consorte al ritorno.
Taliayuk lasciò ai venti il suo lamento di dolore, affinchè giungesse all’accampamento del padre, che la andò a prendere per riportarla a casa.
Accortosi della fuga della moglie, l’uccello scatenò una tempesta e attaccò il kayak per riprendersi la giovane.
Il padre, intimorito dall’attacco, si rese conto che l’uomo era all’oscuro di tutto. Gettò la figlia in mare e disse al dio uccello della tempesta di riprendersi la sua sposa.
Taliayuk si aggrappò con tutte le forze al kayak, rifiutandosi di tornare col marito.
La canoa stava per ribaltarsi ed allora, il padre, con un colpo di remi mozzò le prime falangi della figlia, che non appena toccarono l’acqua generarono i narvali. A quei colpi ne seguono altri: dalle falangi mediane nacquero balene bianche e beluga, mentre dalle ultime le foche.
Dopo un colpo in pieno viso, la giovane sprofonda nelle acque gelate. Qui diviene Sedna, dea del mare, con la parte inferiore del corpo simile alla coda di un pesce. Spirito potente ed inquieto, che prova odio per il genere umano.
Quando è furente con gli uomini che perpetrano inutili crudeltà agli animali, increspa il mare e scatena tempeste e uragani.
Per ingraziarsi la dea, gli Inuit, tramite uno sciamano, inviano un messaggero a pettinare e intrecciare i lunghi capelli che lo spirito non può più curare perchè priva delle mani.
Solamente quando si rabbonisce libera i suoi figli, per permettere alla popolazione di sfamare le loro famiglie.
I cacciatori, per ringraziarla, versano dell’acqua dolce nella bocca dell’animale catturato.

Leggenda del popolo eschimese Inuit.

©G.d.M.
Scultura di Michel Butor Art Inuit 1986


La sirena di Palermo

agosto 17, 2007

Una volta un pescatore di Palermo trovò nella rete, insieme ai pesci, una piccola sirena. Si spaventò, e stava per lasciar ricadere la rete in mare, ma si accorse che la sirena piangeva e non ne ebbe più paura.
– Perché piangi? – le domandò.
– Ho perduto la mia mamma.
– E com’è successo?
– Giocavamo a nasconderci tra gli scogli. Mi sono allontanata troppo dalle mie compagne e non le ho più ritrovate. Sono due giorni che nuovo in cerca di loro, in cerca di qualcuno, non conosco la strada per tornare a casa.
– Eh, il mare è grande! – disse il pescatore, sorridendo alla sirena. Era una sirena bambina, appena più alta di una bambola. I suoi capelli biondi erano fradici. Dalla vita in giù le sue squame di pesce scintillavano al sole.
– Portami con te, – disse la sirena. – Io non so dove andare.
– Ti porterei, – rispose il pescatore. – Ma ho già cinque figli da mantenere, la casa è piccola e io guadagno poco.
– Portami con te, – pregò di nuovo la sirena bambina. – Io non occupo molto posto. Ti prometto che starò buona e non avrò quasi mai appetito.
– Sentiremo quando sarà mezzogiorno.
– Allora mi porti?
– Nasconditi in quella cesta. Non voglio che la gente ti veda.
– Sono brutta?
– Anzi, sei tanto bellina. Ma la gente trova sempre da ridire e da chiacchierare.Così il pescatore portò a casa la sirena bambina. Sua moglie brontolò un poco, ma non troppo: la sirena era graziosa, i suoi occhi erano buoni e allegri. I bambini del pescatore erano addirittura felici.
– Finalmente ci hai portato una sorella, – dicevano. Erano cinque maschi e a metterli vicini le loro teste scure sembravano i gradini di una scala.
– Faremo così, – disse il pescatore, – le prenderemo una carrozzella, perché deve stare sempre seduta. Le metteremo davanti una coperta e diremo che ha le gambe malate. Diremo che è figlia di un parente di Messina, e che è venuta a stare un po’ con noi.
 E così fecero.
Il pescatore e la sua famiglia abitavano in un povero vicolo, in un quartiere di vicoli poveri e stretti. Le case erano brutte e la gente stava quasi sempre fuori. Nel vicolo, poi, c’erano tante bancarelle, vi si vendeva di tutto: pesci, formaggi, abiti usati, qualsiasi cosa. Di sera ogni bancarella accendeva un lume ad acetilene, e quella luminaria metteva addosso una festosa allegria.
La piccola sirena, seduta nella carrozzella fuori della porta di casa, non si stancava mai di quello spettacolo. Tutti la conoscevano, ormai. Ogni donna che passava, pensando alla sua malattia, si fermava a farle una carezza e le diceva una parola gentile. I giovanotti scherzavano con lei e fingevano di litigare tra loro per sposarla. I figli del pescatore non parlavano che di lei, erano molto orgogliosi della sua bellezza e le portavano le piccole meraviglie che riuscivano a trovare, vagando tutto il giorno per i vicoli: una scatola di cartone, un giocattolo di plastica, tante cose così.
La piccola sirena adesso si chiamava Marina.
Una sera la portarono a vedere il teatro dei pupi. Chi non l’ha visto non sa com’è bello. Sul palcoscenico del teatro i guerrieri, nelle armature splendenti, compiono imprese meravigliose, battendosi in duello con coraggio. Le principesse portano anche loro la corazza e la spada, e non sono meno ardimentose dei paladini. I loro nomi sono nobili e sonori: Orlando, Rinaldo, Carlomagno, Guidosanto, Angelica, Brandimarte, Biancofiore.
Marina era incantata e felice. Quando poi fu l’ora di andare a letto, cominciò anch’essa a raccontare. Sapeva storie meravigliose, le aveva imparate quando viveva nel mare con le altre sirene. Per esempio, sapeva la storia di Ulisse e dei suoi viaggi, e di quella volta che passò con la sua nave accanto all’isola delle sirene. Chi udiva il canto delle sirene subito si gettava in mare per rimanere con loro. Ulisse voleva udire quel canto, ma non voleva dimenticare e perdere la strada di casa. E così l’astuto capitano riempì di cera le orecchie dei suoi marinai, perché badassero alla nave, ma nelle proprie orecchie non mise nulla: poi si fece legare all’albero maestro, per non provare la tentazione di gettarsi in mare. Le sirene gli cantarono le loro canzoni più belle ed egli pianse ascoltandole, pregò i suoi compagni di scioglierlo. Ma i suoi compagni avevano le orecchie tappate, non udivano e non capivano nulla. Da quella volta Marina non cessò mai di raccontare. Erano storie di tutti i popoli e di tutti i tempi; delle genti che l’una dopo l’altra avevano messo piede sulla terra siciliana o ne avevano corso il mare: Fenici, Cartaginesi, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli, Italiani… E storie di pesci, di mostri sepolti negli abissi marini, di navi affondate e spolpate lentamente dall’acqua.
Intorno alla sua carrozzella, nel povero vicolo, c’era sempre un crocchio di bambini. Sedevano silenziosi sui gradini della casa del pescatore, si accoccolavano sul selciato, spalancavano i loro occhi di carbone e di diamante, e non erano mai stanchi di ascoltare.
Ogni donna che passava si fermava un momento, e quando andava via si asciugava una lagrima.
– Quella bambina è una sirena, – dicevano i vecchi pescatori. – Guardate come ha incantato tutti. E’ proprio una sirena.
Più nessuno, ormai pensava a lei come a una povera bambina infelice perché non poteva camminare. La sua voce era chiara e squillante, e nei suoi occhi c’era sempre una luce di festa.

Gianni Rodari
Disegno di Gianni Deconno, tratta da “Creativa.mente” Laboratorio delle Libere Parole


Sirene

agosto 17, 2007

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Camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo che canteranno per me
Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

T. Eliot, Prufrock e altre osservazioni


Perchè i pesci aprono e chiudono la bocca

agosto 17, 2007

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Un giorno di molti secoli fà, nessuna creatura era dotata del linguaggio e la terra, tristemente, era avvolta dal silenzio.
Allora, Vainamoinen, signore del canto, ordinò a ciascuna delle creature del pianeta di scegliersi un linguaggio.
Per onoralo, il vento scelse il fragoroso rombo che facevano gli stivaloni del dio.
Il fiume, non volendo essere da meno, volle il rumore strisciante prodotto dal mantello. Invece, gli uccelli scelsero le note melodiose che emetteva la sua arpa.
Mentre in in cielo e terra si affaccendavano nelle scelte, creando finalmente chiacchericcio e confusione, i pesci, in fondo al mare, erano all’oscuro dell’intera faccenda.
Notarono che le creature della terra ferma cominciarono ad aprire e chiudere la bocca sempre più spesso. Giorno dopo giorno.
Per adeguarsi al cambiamento, da quel giorno, decisero di comportarsi come gli esseri di sopra, aprendo e chiudendo la bocca.

©G.d.M.

Leggenda finlandese


Il leviatano

agosto 17, 2007

Ecco, la tua speranza è fallita,
al solo vederlo uno stramazza.
Nessuno è tanto audace da osare eccitarlo
e chi mai potrà star saldo di fronte a lui?
Chi mai lo ha assalito e si è salvato?
Nessuno sotto questo cielo.
Non tacerò la forza delle sue membra:
in fatto di forza non ha pari.
Chi gli ha mai aperto sul davanti
il manto di pelle
e nella sua doppia corazza chi può penetrare?
Le porte della sua bocca chi mai ha aperto?
Intorno ai suoi denti è il terrore!
Il suo dorso è a lamine di scudi,
saldate con stretto suggello;
l’una con l’altra si toccano,
sì che aria fra di esse non passa:
ognuna aderisce alla vicina,
sono compatte e non possono separarsi.
Il suo starnuto irradia luce
e i suoi occhi sono
come le palpebre dell’aurora.
Dalla sua bocca partono vampate,
sprizzano scintille di fuoco.
Il suo fiato incendia carboni
e dalla bocca gli escono fiamme.
Nel suo collo risiede la forza
e innanzi a lui corre la paura.
Le giogaie della sua carne sono ben compatte,
sono ben salde su di lui, non cascanti.
Il suo cuore è duro come pietra,
duro come la pietra inferiore della macina.
Quando si alza,
si spaventano i forti
e per il terrore restano smarriti.
La spada che lo raggiunge non vi si infigge,
né lancia né freccia né giavellotto;
stima il ferro come paglia,
il bronzo come legno tarlato.
Non lo mette in fuga la freccia,
in pula si cambian per lui
le pietre della fionda.
Come stoppia stima una mazza
e si fa beffe del vibrare dell’asta.
Al disotto ha cocci acuti
e striscia come erpice
sul molle terreno.
Fa ribollire come pentola il gorgo,
fa del mare come un vaso di unguenti.
Dietro a sé produce una bianca scia
e l’abisso appare canuto.
Nessuno sulla terra è pari a lui,
fatto per non aver paura.
Lo teme ogni essere più altero;
egli è il re su tutte le fiere più superbe.

Giobbe (41, 1-27)
Illustrazione di Gustave Dorè