Il mio inferno nell’Oceano

ottobre 7, 2007

«Abbiamo visto la barca affondare in un minuto»
Pierpaolo Mori( testimonianza raccolta da Francesca Forleo)

Abbiamo dovuto raggiungere il mercantile a remi, non avevamo più razzi da sparare sulla zattera, li avevamo già usati tutti e nove, uno per ogni nave che abbiamo visto passare in otto giorni. Poi finalmente, all’alba del 3 ottobre, la nona alba, abbiamo visto passare quel rimorchiatore che andava piano perché stava trainando una piattaforma. Siamo riusciti a raggiungerlo con le ultime forze che ci erano rimaste. L’acqua in dotazione alla zattera era praticamente finita e così il cibo, non facevamo un pasto completo da una settimana. In certi momenti si va avanti con le energie nervose e così è stato per noi. Quella nave è stata la nostra salvezza. È stato come rinascere.

Cronaca di un incubo

Avevamo derivato per 140 miglia, 280 chilometri dal momento del naufragio a 11 gradi Nord e 65 Est. Eravamo partiti da due giorni dalle Maldive diretti nel Mar Rosso. Io ero sceso a riposare un po’ in cabina dopo 48 ore di navigazione faticosa. Lieby era rimasta nel pozzetto. All’improvviso ho sentito un boato come se avessimo incocciato contro qualcosa, ma mi è sembrato strano, Lieby l’avrebbe visto, eravamo su una barca da oceano, l’ecoscandaglio se ne sarebbe accorto! In realtà chi sa perché si era staccata la chiglia e abbiamo cominciato a imbarcare acqua tanto velocemente che non ho avuto nemmeno il tempo di lanciare l’allarme con il satellitare.

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Pierpaolo Mori al timone di “Gi.Go.2”, la barca affondata

Ho dovuto scegliere, insomma: o davo l’allarme o ci mettevamo in salvo sulla zattera. Ho scelto la seconda ipotesi e tutt’ora credo di aver fatto bene. Non penso che avrei fatto in tempo a fare entrambe le cose e credo che avremmo rischiato la vita. La barca è affondata in meno di un minuto. L’abbiamo vista inabissarsi increduli. È stata una sensazione indescrivibile. L’incubo è cominciato così. Era notte, faceva freddo, ci siamo coperti con i teli e abbiamo fatto un calcolo di ciò che avevamo a disposizione.
Era chiaro che avremmo dovuto razionare con attenzione le porzioni di cibo e soprattutto l’acqua. Siamo stati anche fortunati a pescare qualcosa, sulla zattera c’era qualche lenza di fortuna. Abbiamo preso dei pesci volanti e una tartaruga. Ma il sole di giorno era mortale, dovevamo continuamente bagnare i teli-tenda per evitare di disidratarci. Otto giorni su una zattera, alla deriva, non sono esattamente una passeggiata. Sono un’avventura infernale.
Ora però sto bene, stiamo bene entrambi anche se certamente andremo in ospedale a farci visitare. Sulla nave mercantile l’equipaggio che ci ha salvati ci ha accolti incredulo ma, essendo gente di mare, i marinai hanno pensato innanzitutto a rifocillarci, a darci da mangiare, da bere, a rivestirci dopo che il medico di bordo ci ha praticato le prime cure. Certamente eravamo in stato di choc, credo che in parte lo siamo anche adesso. Io ho voluto telefonare subito in Italia, per parlare con i miei familiari.
Ho chiamato mia nonna, mio fratello Gianluca e la mia ex moglie a Sestri Levante. Volevo che sentissero dalla mia voce che stavo bene, ero sfinito ma anche ansioso di mettermi in contatto con loro e parlargli di persona. Poi naturalmente ho chiamato l’armatore, che è anche un grande amico. Ci conosciamo da dieci anni, due estati fa avevamo cominciato questo giro del mondo in cui mi aveva voluto come skipper. Eravamo partiti nel 2005 fa da Lavagna, e quest’estate ad agosto abbiamo percorso insieme le 4000 miglia da Darwin in Australia alle Maldive. Io ero tornato in Italia prima di ripartire per il passaggio da Malè al Mar Rosso, che doveva essere una passeggiata.
Se penso a quello che abbiamo passato ho ancora i brividi. Sul mercantile per tre giorni e tre notti, dall’alba del tre a oggi, ci siamo riposati, abbiamo dormito e mangiato cercando di recuperare le forze. Non so esattamente cosa sia successo in Italia in relazione al nostro caso. Mi hanno accennato a una mobilitazione generale in Italia, ma non conosco bene la dinamica del salvataggio. So solo che le nostre preghiere sono state ascoltate. Mi dicono che si è mosso un ministro (Pierluigi Bersani, ndr), lo ringrazierò al mio rientro.
Ora desidero soltanto tornare a casa, sbarcare in India e prendere un volo per l’Italia. Spero che questo possa accadere al più presto possibile, appena l’ospedale ci dirà che siamo abbastanza in forma per ripartire. Ho parlato con il console di Mumbay (l’ex Bombay) che sta organizzando il rientro. È stata un’avventura terribile ma in mare tutto può succedere. Siamo stati fortunati perché adesso siamo qui a raccontare.

Fonte: Il Secolo XIX


La zattera della Medusa

agosto 10, 2007

“- l’acqua arriva alle ginocchia, la zattera scivola sotto la superficie del mare, schiacciata dal peso di troppi uomini – sto per morire non morirò sto per morire non morirò – l’odore, odore di paura, di mare e di corpi, il legno che scricchiola sotto i piedi, le voci, le corde per aggrapparsi, i miei vestiti, le mie armi, la faccia dell’uomo che – sto per morire non morirò sto per morire non morirò sto per morire – le onde tutto intorno, non bisogna pensare dov’è la terra? chi ci porta, chi comanda? , il vento, la corrente, le preghiere come lamenti, le preghiere di rabbia, il mare che grida, la paura che…”

Alessandro Baricco, “Oceano mare”

La storia
Il 2 luglio 1816, la fregata francese Medusa, in navigazione da Brest verso il Senegal, s’incaglia in una secca a circa 160 km dalla Mauritania. Probabilmente a causa dell’ incompetenza del capitano Hugues Duroy de Chaumaray, che, oltretutto, non disponeva di carte nautiche aggiornate.
Le sei scialuppe presenti potevano accogliere solo 250 dei 400 componenti dell’imbarcazione: ovviamente, vi presero posto i personaggi più in vista, tra cui il governatore del Senegal, Julien Désiré Schmaltz, la moglie e la figlia, il capitano, i notabili, le loro famiglie e i bagagli.
Si costruì allora una zattera in grado di trasportare il restante equipaggio e le provviste. Vi si imbarcarono 145 uomini e una donna. Dopo un tratto di navigazione, la cima si ruppe, (o venne tagliata?), e gli uomini si ritrovarono in balia del mare, privi di carte nautiche e qualunque strumento per la navigazione.
Con loro trasportavano 12kg di gallette, qualche barile di vino  e alcune botti d’acqua.
Durante la prima notte il mare trascinò nel suo abisso buona parte dell’equipaggio.
Nella seconda, quelli rimasti aprirono un barilotto di vino e si ubriacarono. Gli episodi che seguirono sono incerti. Gli uomini si rivoltarono agli ufficiali e sessanta di loro, nell’oscurità, perirono a colpi di sciabolate.
Rimasero in 67.
Gli squali cominciarono a circondare l’imbarcazione.
I restanti erano provati dalla fame e dalla sete.
Stremati dagli stenti si avventarono famelicamente su un cadavere.
Un superstite raccontò che per rendere meno disgustosa la carne umana proposero di farla seccare.
Morirono altri dodici uomini.
Il 4 giorno rimasero in 40.
Durante la notte si verificò un altro ammutinamento e, dopo lo scontro uomini-ufficiali, rimasero in 30.
Il sesto giorno si decise di alleggerire la zattera gettando in mare i moribondi. Tra di loro vi era anche l’unica donna.
Questo permise di reggere altri sei giorni prima di essere raccolti da una nave di passaggio: l’Argus.
I superstiti recuperati furono 13, ma 5 di loro non sopravvissero.
Scoppiò un grave scandalo in seguito alla vicenda.  E il 3 marzo 1817  de Chaumaray venne condannato a 3 anni di prigione.
© G.d.m.

Dipinto di Thèodore Gèricault, “La zattera della Medusa”