Il Dory dei grandi banchi

gennaio 5, 2008

dory1.jpgQuando si parla del “dory”, più che di una barca da pesca dell’Ottocento sembra di descrivere un prodotto industriale: pensato per la costruzione in serie, progettato per il massimo della leggerezza per essere calato ed issato a bordo delle golette, costruito in dimensioni e caratteristiche standard in molte migliaia di esemplari all’anno, rifinito con banchi di voga smontabili per essere accatastato sul ponte uno dentro l’altro ed infine dipinto con curiosi colori antinebbia: sembrerebbe quasi la descrizione di un container…
Anche la forma lascia perplessi: una barca con il fondo piatto per l’Atlantico del Nord?
Eppure il comportamento in mare di questa barca era eccezionale: nonostante le dimensioni ridotte, un dory di 15 piedi (la lunghezza si misura sul fondo della barca), poteva portare fino ad una tonnellata di pesce, era capace di resistere alle ondate atlantiche ed aveva una notevole stabilità che consentiva ai due uomini di equipaggio di stare anche in piedi, quando era necessario per le manovre di accostamento alla goletta. Quello che sembra poco usuale nel disegno del dory, era un adattamento alle tecniche di pesca che, per più di un secolo, sono state utilizzate sui Grandi Banchi di Terranova. Per la pesca del merluzzo, in questo tratto di mare convergevano centinaia di golette da pesca, dagli Stati Uniti e dal Canada, ma anche dall’Europa.

La città dei dories
Kipling, in “Capitani Coraggiosi”, descrive così lo spettacolo della flotta da pesca al largo di Terranova: “Il sole, che da una settimana si nascondeva, ora appariva all’orizzonte e la sua luce, ancora bassa e rossastra, colorava le vele d’ancoraggio di una flottiglia di golette, ancorate, rispettivamente a nord, a ovest e a est. Dovevano essere quasi un centinaio, di tutte le forme e strutture possibili, compresa una nave francese a vele quadre che spiccava lontanissima e tutte, con moto ritmico, sembravano farsi a vicenda una riverenza. Come api da un fitto alveare, i dories si staccavano da ogni goletta ed il brusio delle voci, il fracasso del sartiame e degli alberi, lo sciacquio dei remi, si propagavano per miglia sulle onde del mare.
I colori delle vele mutavano rapidamente, nero, grigio perla e bianco, mentre il sole saliva alto, e altre golette apparivano attraverso la bruma che si dileguava verso sud. I dories si affannavano a raggrupparsi, separarsi, riunirsi di nuovo, tutti vogando nella stessa direzione. I pescatori si lanciavano grida di saluto, fischiavano, zufolavano, si chiamavano e l’acqua, intorno, si intorbidiva per tutti i rifiuti gettati da bordo. “E’ una città” esclamò Harvey. “E’ una vera città!”. Di questa “città” che si formava in una delle zone più ricche di pesce del mondo, un triangolo di 250 miglia di lato, i dories erano una parte essenziale. Essi costituivano il più importante strumento di pesca di cui disponevano le golette.

Chi ammirava queste splendide navi a vela, dalle linee eleganti come quelle di uno yacht, (basti ricordare la più famosa, la “Bluenose”) poteva anche non notare le strane imbarcazioni impilate una sopra all’altra come scatole cinesi, che ne ingombravano i ponti. Eppure la capacità di pesca delle golette si esprimeva proprio con il numero di dories che erano in grado di trasportare e così si parlava di golette da otto, da dieci, da dodici…
La tecnica di pesca prevedeva che la nave si ancorasse al largo e calasse a mare i dories, che si allontanavano e pescavano per conto loro con i palamiti. Alla sera il merluzzo pescato in giornata veniva pulito sul ponte della goletta e salato immediatamente. In casi eccezionali era possibile anche pescare con la lenza direttamente dalla goletta, ma issare i grossi pesci a murata era molto più faticoso, mentre il rendimento della pesca era più basso. La nave tornava in porto solo quando le stive erano piene di merluzzo salato.
Se gran parte del pescato era costituito da questo pesce, erano anche possibili altri tipi di prede. Issare a bordo una passera (halibut), che poteva superare i tre metri di lunghezza ed i 100 chili di peso, metteva a dura prova le doti di stabilità della barca.
Nonostante abbia avuto una grande diffusione, il dory è un tipo di imbarcazione relativamente recente. La discussione su chi lo abbia “inventato” è ancora aperta. C’è chi sostiene che la sua origine sia da ricercarsi in Massachussets, mentre altri tirano in ballo il “bateau” fluviale dei boscaioli canadesi e persino la “nacelle” provenzale. Howard Chapelle mette in rilievo come si possa parlare di un “dory dei Banchi” solo dagli anni cinquanta dell’800, con l’affermarsi della tecnica di pesca a partire dalle golette.

Questo tipo di pesca è stato utilizzato in modo massiccio fino alla Prima Guerra Mondiale ed è stato gradualmente soppiantato, a partire dal 1930, dall’uso di pescherecci a motore attrezzati con frigoriferi. Ultimi utilizzatori di navi a vela e di dories per la pesca sono stati i portoghesi: un loro brigantino, il “Gazela Primeiro”, ha svolto campagne sui Banchi fino al 1969!
Oggi il dory, sempre più raro, è ancora utilizzato per la pesca sotto costa e se appare a bordo dei pescherecci è solo nella veste di barca di servizio. Qualcosa dell’epopea della pesca sui Grandi Banchi però è rimasto nella memoria…. Ancora oggi l’immagine del dory è molto forte: nel New England e nelle Province Marittime canadesi il dory, nell’immaginazione collettiva, “è” la barca. Se chiedete ad un bambino di fare il disegno di una barca, state pur certi che vi schizzerà il profilo di un dory, magari color banana.

Un museo per ricordare un maestro d’ascia
A Shelburne, nella provincia canadese della Nova Scotia, è oggi possibile visitare il “J.C. Williams Dory Shop”, uno dei cantieri storici che furono impegnati nella produzione di questa barca per un periodo di novant’anni: dal 1880 alla sua chiusura, nel 1971.
Nel 1983 fu riaperto come museo, dedicato interamente alla storia del dory, dal principe Carlo d’Inghilterra. Gli oggetti esposti sono un omaggio alla vita di un maestro d’ascia leggendario: Sidney Mahaney. Egli iniziò a lavorare qui nel 1914 come apprendista, all’età di 17 anni ed ha continuato a costruire questo tipo di barche fino alla chiusura del cantiere. Naturalmente anche a casa sua, nel tempo libero, arrotondava la paga fabbricando dories… Nel corso della sua vita produttiva egli ha costruito, da solo o con altri, più di 10.000 dories!
Ancora tra il 1983 ed il 1993, anno della sua morte, Mahaney ha passato parte delle giornate estive nel museo, facendo dimostrazioni sulla tecnica di costruzione. Non c’è da stupirsi che tra i souvenir del museo siano in vendita anche suoi autografi.

Le caratteristiche della barca
Le dimensioni prevedevano cinque lunghezze standard (sempre misurate sul fondo): 12, 13, 14, 15 e 16 piedi. Le barche più piccole, utilizzate soprattutto dai portoghesi, portavano un solo uomo.
Ordinate, dritti di prua, specchi di poppa erano ricavati da legno di quercia, mentre il fasciame era di pino. I banchi di voga, smontabili per poter accatastare una barca sull’altra, non contribuivano a dare rigidità dello scafo, che risultava molto flessibile. Il fondo era piatto, mentre i fianchi erano realizzati con la tecnica del clinker, con chiodi ribattuti nel legno, utilizzando da 3 a 5 tavole per lato.
Se uno dei pregi del dory con un certo carico era la stabilità, a barca vuota era tutto un altro discorso: in caso di capovolgimento, poi, il fondo perfettamente liscio e senza chiglia non offriva alcun appiglio ai pescatori caduti in mare che tentassero di risalire sullo scafo. Come sicurezza, proprio per questo, il cavicchio che fungeva da tappo di scarico per la pulizia aveva, dalla parte esterna, un anello di cima che poteva essere utilizzato da chi fosse caduto in mare per passarci dentro un braccio e salire a cavalcioni dello scafo.
Anche se spesso i dories erano forniti di vela, il fondo liscio e senza alcun tipo di chiglia e la necessità di caricarlo spesso fino ai bordi, ne limitava l’uso alle andature portanti.
L’usura a cui veniva sottoposta la barca, che cozzava spesso contro i fianchi della goletta e che veniva continuamente issata e calata in mare con i paranchi, accorciava la vita utile di un dory dei Banchi: la durata media non superava i tre anni. D’altro canto, quando i dories venivano utilizzati solo per la pesca sotto costa e non sottoposti quindi ad un simile trattamento, arrivavano anche ai quindici anni.

Tecniche di costruzione
Per la costruzione dei dories si impiegavano metodi di lavoro che rendevano possibile dory.jpgl’approntamento di migliaia di nuove barche ogni stagione. I principali centri di produzione erano Shelbo urne e Lunenburg in Nova Scotia (Canada); Gloucester, Beverly, Essex, Newburyport, Amesbury, Salisbury (Massachussets); Portland, Cundy’s Harbor (Maine).
Proprio la necessità della produzione in grande serie rese sempre più difficile (e costoso) il reperimento degli storti in legno duro per ricavarvi le ordinate.
A Shelbourne nel 1887 Isaac Crowell trovò la soluzione, realizzandole con due pezzi di legno dritto. Venivano poi tenute insieme rivettandole con piastre di lamiera stagnata (“clips”).
Questa tecnica, debitamente brevettata, non incontrò l’incondizionata approvazione di tutti i costruttori e rimase tipica dell’area di Shelbourne. I cantieri di Lunenburg, l’altro grande centro di costruzione della Nova Scotia, si rifiutarono di adottarla…. Ancor oggi, in Nova Scotia, se un dory non ha le “clips”, è stato fatto a Lunenburg.
Per aumentare la produttività, si utilizzava un sistema di costruzione simile a quello di una catena di montaggio, che ben si adattava alla semplicità costruttiva della barca.

I vari momenti della costruzione erano i seguenti:
1
le “clips” venivano tagliate dalla lamiera stagnata;
utilizzando delle sagome, si tracciava la forma delle ordinate sul legname duro di magazzino. Il legname per ogni ordinata veniva tagliato in due parti distinte con la sega a nastro e posto sul banco da lavoro insieme con due “clips” metalliche. Queste erano poi rivettate tra di loro sull’incudine. Dritti di prua e specchi di poppa, dopo esser stati tracciati con le sagome, venivano tagliati da pezzi di legno duro con la sega a nastro e rifiniti con l’ascia e la pialla;
2 il fondo veniva assemblato su due alti cavalletti usando tavole dritte di pino. Dritto di prua, specchio di poppa ed ordinate vi venivano poi montate;
dopo che cinque scafi erano giunti a questo stadio di costruzione, erano trasportati ad un’altra serie di cavalletti, dove veniva praticato un taglio lungo tutto il margine di ogni fondo. Erano poi accatastati nelle vicinanze;
3 ogni fondo veniva riportato sul cavalletto, dove veniva montato il fasciame a “clinker”, con la falchetta, il capo di banda e le serrette;
4 mentre due o tre uomini lavoravano a fasciare il dory, un altro era impegnato alla sega a nastro, preparando assi per il fasciame;
5 infine lo scafo veniva capovolto, scartavetrato, rifinito e dipinto con i colori tradizionali. In questo modo un cantiere, con cinque o sei lavoranti, riusciva a produrre fino a 350 dories all’anno: in media, uno al giorno. Si trattava certamente di un lavoro ripetitivo, alienante e molto noioso… D’altra parte è proprio questo metodo di lavoro che permetteva dei risultati eccezionali in termini di produttività. Si ricorda il caso del cantiere Hiram Lowell di Amesbury, che nel 1911 ricevette da armatori portoghesi un ordine urgente per 200 dories. Utilizzando una forza lavoro di 25 operai che lavoravano su tre turni e facendo ricorso a questo tipo di tecniche produttive, il cantiere riuscì nell’impresa di costruire 200 barche in 18 giorni!!

Per saperne di più
Della vasta bibliografia sul dory, si possono segnalare i seguenti titoli:
“Capitani coraggiosi” di Kipling rende bene l’atmosfera della pesca sui Banchi. Questo racconto è frutto di una documentazione di prima mano dell’autore, che aveva conosciuto i pescatori del porto di Gloucester.
“American small sailing craft” di Howard I. Chapelle dedica un capitolo al dory.
“Dories and dorymen” di Otto P. Kelland, stampato a St. John, Terranova nel 1984 è ricco di interviste agli ultimi pescatori che hanno svolto campagne di pesca sui Banchi.
“The dory book” di John Gardner mostra invece come la vitalità del disegno si sia espressa in una serie di modelli che ne sono derivati: dories con chiglia e velatura, altri con poppa a specchio, adattati al motore fuoribordo, ecc..

Fonte: Nautica.it

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Portolanonline, nuovo compagno sul web per i lupi di mare

novembre 2, 2007

normal_portolanonline2.jpgUn nuovo portale, Portolanonline, basato su Google Maps e dedicato al turismo marittimo. Un unico luogo web dove reperire informazioni su porti, attrazioni, ristoranti, locali ed eventi sportivi e culturali prima di attraccare, con la mappa a fare da collante fra i diversi settori: informazioni tecniche (porti, servizi, marine) e e turistiche quali ristoranti, discoteche, bar, club nautici, scuole di vela e di sub.
Il sito nasce da un’idea di Stefano Ferri, ingegnere e windsurfer e si sviluppa come una carta geografica direttamente navigabile tramite mouse e visibile con diversi livelli di zoom. Attualmente conta circa 700 porti, indicati da un’icona raffigurante un’ancora bianca su sfondo blu, i cui dati sono stati estrapolati e rielaborati dai vari portolani disponibili in commercio. Ma a questi si stanno aggiungendo altre categorie: ristoranti (icona rossa), noleggio barche (icona verde), spiagge (icona gialla), scuole (vela, sub), uffici turistici (icona marrone). In futuro sarà inserito un calendario di manifestazioni sportive e informazioni turistiche più dettagliate nei dintorni del porto, come mostre, luoghi di interesse storico, parchi marini e aree protette.
Un servizio web che non intende in alcun modo sostituirsi, però, ai metodi tradizionali: “Per le informazioni tecniche fa sempre fede il sito del Ministero dei trasporti e il portolano ufficiale cartaceo che deve essere sempre presente in barca. Noi non offriamo dati irreperibili altrove; li aggreghiamo, per dare un servizio semplice e completo e aiutare i navigatori a pianificare vacanze e weekend in barca”, spiegano dal sito.

Fonte: Panorama.it


Perchè il mare è salato?

agosto 18, 2007

“In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.(…) Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona.”
Genesi

Penso che in principio, quando enormi masse di vapore acqueo si condensarono, depositandosi sugli avvallamenti della crosta terrestre appena solidificata, dando vita agli oceani, le acciughe salate non esistessero ancora! Fu proprio allora che il mare cominciò a salarsi: l’opera di dilavazione ed erosione delle rocce, da parte dell’acqua, arricchiva la stessa di sali minerali. Nel mare, ne sono presenti oltre 80, con una concentrazione di circa 35 per mille.
I più abbondanti sono: cloruro di sodio(78%), il comune sale da cucina, e cloruro di magnesio(11%), responsabile del leggero sapore amaro. I restanti, presenti in piccole quantità, vengono chiamati Oligoelementi. Sono fondamentali per la sopravvivenza di molte specie. I più importanti sono i nitrati e i fosfati. Insieme alla luce, costituiscono i “nutrienti” fondamentali per i vegetali.
Non tutti i mari hanno lo stesso grado di salinità. Questo fenomeno non dipende dalla quantità di acciughe salate presenti, ma dalla latitudine: nella zone tropicali il sole è più caldo, facendo evaporare l’acqua più velocemente, aumentando così la concentrazione di sale nel mare. Anche la temperature dell’acqua è un fattore non trascurabile: la solubilità risulta avvantaggiata da quelle più alte.
La maggior concentrazione di sale si registra nel Mar Morto. Qui le acciughe non potrebbero nemmeno sopravvive: la concentrazione di sale è di circa 300-350 g per litro d’acqua.
Per quanto in un chilometro cubo di acqua di mare siano presenti circa 4 grammi di oro, la vera ricchezza venne considerata il sale: per secoli ha rappresentato “l’oro bianco” di diversi popoli. Ad esempio, l’economia della costa occidentale della Sicilia, nella storia, è stata legata alla produzione, al trasporto e alla commercializzazione del sale.
Fin dall’antichità veniva utilizzato per la conservazione di alimenti. Acciughe comprese…Bistrattato dalle diete salutiste, ha un ruolo fondamentale nell’alimentazione, perchè apporta all’organismo i sali minerali. Anche se è bene non abusarne.
Conoscere il grado di salinità di un determinato liquido è importante per chi si accinge ad immergervisi. Avrete notato una sostanziale differenza nel nuotare in mare o in piscina. La spiegazione, la si può riassumere, enunciando il principio di Archimede: “Un corpo immerso in un fluido, riceve una spinta dal basso verso l’alto, pari al peso del volume del fluido spostato”. Quindi, più sale è presente nell’acqua, maggiore sarà la spinta positiva.
Ogni sub, infatti, dovrà adattare il proprio assetto modificando la zavorra in funzione del luogo d’immersione.
Una spiegazione scientifica sostiene che nel mare non c’è il sale, ma ioni di Na+ avvolti nella nube elettronica dell’atomo dello ione Cl- ….e adesso, chi lo dice alle acciughe?!

© P.f.d.


Il blu del mare

agosto 18, 2007

bio001ph02.jpgGià da piccolo subivo il fascino dei misteri del mare. Mi chiedevo spesso perché avesse proprio quel colore. Quando per la prima volta indossai una maschera in pochi metri d’acqua, questa mi apparve trasparente, cristallina.

Chiedendo, qualcuno mi rispose: “Il mare è blu perché riflette il colore del cielo”.

Quella spiegazione era solo una piccola verità. Perché, quando il maestrale caricava il cielo di nuvole e increspava la sua superficie, quel blu diventava solo un po’ più plumbeo.

Mi sentii realmente avvolto dal blu quando cominciai ad incrementare la profondità delle mie apnee. Già a 15 metri i colori sparivano, come sopraffatti dal mare. Però, bastava semplicemente accendere una torcia e i colori, come per magia, si riaccendevano.

Dovetti aspettare il mio primo corso sub per capirci realmente qualcosa…
Il primo che cercò di dare una spiegazione scientifica del fenomeno fu il fisico indiano Chandrasekhara Venkata Raman. Durante una traversata che dall’Inghilterra lo avrebbe portato alla terra natia, osservò che, anche con le onde e il cielo nuvoloso, il colore del mare, comunque, non cambiava. Formulò l’ipotesi che le molecole dell’acqua diffondessero la luce, dando così al mare il suo colore caratteristico. Dopo due anni di studi, scoprì quello che tutt’oggi viene chiamato “effetto Raman”. Ben lontano dalla spiegazione del blu.

Uno dei risultati certi della diffusione della luce nel mare, causata dalle particelle in sospensione nel liquido, è quello di far sparire le ombre già da pochi metri di profondità.

Quello che realmente determina il colore del mare è il fenomeno dell’assorbimento. cf002_04.jpg
La luce del sole, o radiazione luminosa, è formata da onde elettromagnetiche che costituiscono il cosiddetto spettro elettromagnetico. Questo si suddivide in alcune regioni, che, procedendo nel senso della frequenza decrescente, comprendono: raggi gamma, raggi x, ultravioletti, infrarossi, microonde e radioonde.

La  luce visibile ha lunghezze d’onda inferiori all’infrarosso, comprese tra 400 e 750 nm(nanometri). Queste vengono viste dall’occhio umano come colori differenti che, seguendo sempre l’ordine decrescente sono: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto.

A causa della natura dell’energia luminosa, l’acqua assorbe i raggi luminosi in funzione della profondità. Il processo inizia eliminando le lunghezze d’onda dello spettro visibile che si trovano verso la regione del rosso. Dopo pochi metri, questo colore si percepisce come nero.

Continuando a scendere, anche gli altri colori spariscono in successione, secondo l’ordine dello spettro visibile. Le onde elettromagnetiche vengono assorbite dalla colonna d’acqua prima che possano raggiungere l’occhio umano.
L’acqua limpida fornisce la massima trasparenza alla lunghezza d’onda di 480 nm, visibile all’occhio umano come blu. Questa riesce a raggiungere anche i 400 mt di profondità, dando al mare il suo inconfondibile colore.

© P.f.d.


La rosa dei venti

agosto 18, 2007

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Per un sub, come per chiunque vada per mare, è importante imparare a conoscere i venti. In base alla provenienza si possono prevedere le condizioni meteomarine, evitando spiacevoli sorprese.
A seconda della zona geografica in cui ci si trova, lo stesso vento può pulire o sporcare il mare e consentirci o meno di mettere l’imbarcazione in acqua per goderci la nostra “avventura”.
Per denominare i venti la “gente di mare” fa ricorso alla rosa dei venti: questa non è altro che una rappresentazione grafica della loro provenienza.
Già nel medioevo i naviganti la associavano alla bussola, accomunando i venti ai punti cardinali. Apparve per la prima volta in una carta nautica del 1375: l’Atlante Catalano.
Secondo l’ipotesi più antica, il suo centro corrisponderebbe all’isola di Creta. Questo spiegherebbe l’origine dei nomi della maggior parte dei venti: effettivamente, da quella posizione, il libeccio proviene dalla Libia, lo scirocco dalla Siria, la tramontana spira attraverso i monti, “trans montes”, della Macedonia e della Grecia. Levante e ponente con riferimento al sorgere e al tramontare del sole, l’ostro, il cui nome deriva dal latino “auster”, per la sua provenienza australe.
Le perplessità nascono sul maestrale e sul grecale.
Tali dubbi accreditano l’altra ipotesi, secondo cui, al centro della rosa dei venti corrisponderebbe l’isola di Malta. In questo modo coinciderebbero sia gli altri venti, che il grecale e il maestrale, rispettivamente provenienti da Grecia e Venezia. Quest’ultima, considerata a quei tempi la maestra dei mari.
Come scritto sopra, ai punti cardinali si associano i venti:
Tramontana da Nord
Grecale da Nord-Est
Levante da Est
Scirocco da Sud-Est
Ostro da Sud
Libeccio da Sud-Ovest
Ponente da Ovest
Maestrale da Nord-Ovest

© P.f.d.


Fasi lunari e maree

agosto 18, 2007

“E’ tutta colpa della luna, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti”

Otello – W. Shakespeare

Come tutti gli eventi avvolti da mistero, anche le maree hanno sempre stimolato l’immaginario dell’uomo, dando origine a credenze popolari legate alla luna e al suo influsso sul nostro pianeta.

Sono superstizioni senza fondamenti scientifici gli effetti delle fasi lunari sull’agricoltura o sulle precipitazioni, sulle gravidanze così come sul ciclo mestruale, sul comportamento umano o addirittura sulla crescita dei capelli.

Durante una conferenza scientifica mondiale sul tema, alcuni ricercatori dell’Accademia Galileana di Scienze, Lettere e Arti di Padova, hanno dichiarato di aver individuato molte specie animali e vegetali, i cui cicli riproduttivi sono legati ai ritmi lunari.

Delle circa 600 specie trovate, molte, appartengono al regno animale marino: i coralli rilasciano le cellule sessuali solo in presenza della luna piena. Il pittoresco “granchio violinista” attende i pleniluni per l’accoppiamento. Il verme Eunice Viridis, oltre che alle fasi lunari, è legato anche ai cicli solari per coordinare l’atto riproduttivo, risalendo in superficie in concomitanza dell’ultimo quarto di luna del mese di maggio.

L’effetto più tangibile dell’influsso del nostro satellite sulla terra sono le maree.

Il fenomeno fu correttamente collegato alle fasi lunari già dagli antichi greci, e descritto nei resoconti delle spedizioni militari da Giulio Cesare.

Solo in seguito alle scoperte sulle leggi gravitazionali, è stato possibile darne una spiegazione scientifica: “due corpi si attraggono in modo reciproco in funzione della propria massa e della distanza che li separa”.

La luna, infatti, esercita la sua forza d’attrazione sulla terra, che si ripercuote sulla massa liquida, più facilmente deformabile di quella solida. In misura minore, anche il sole, concorre al fenomeno delle maree.

Il risultato di queste energie è un innalzamento del livello delle masse liquide, che si riflette anche nella parte opposta del Globo. In altri due punti, diametralmente opposti, avremo un conseguente abbassamento.

Questi moti danno vita all’alta e bassa marea: queste, legate al passaggio della luna, occorrono nello stesso luogo con un intervallo di 6 ore 12 minuti e 30 secondi.

Ai primi e ultimi quarti di luna corrisponderanno le piccole maree. In questi periodi, il sole e la luna formano un angolo retto rispetto alla terra. In prossimità degli Equinozi, ovvero delle lune piene e nuove, avremo le grandi maree. I tre corpi celesti si troveranno in allineamento.

Una serie d’aspetti astronomici, geografici e metereologici ne influenzano l’ampiezza: i primi sono la massa della luna, la sua distanza, l’inclinazione della sua orbita sul piano equatoriale così come quelle del sole e le forze centrifughe generate dall’asse di rotazione del sistema Terra-Luna. I secondi sono rappresentati da: superficie delle acque, differenziale di profondità dei fondali e forma a cuneo delle baie. Infine, gli aspetti metereologici: intensità e direzione dei venti e differenziali di pressione atmosferica. images2.jpg

images.jpgI livelli d’innalzamento delle acque sono più accentuati vicino le coste, dove raggiungono anche i 20 metri d’escursione. In mari aperti come gli oceani, o chiusi, ad esempio il Mediterraneo, toccano il metro d’altezza.
Un luogo ove sono particolarmente evidenti gli effetti delle maree, per la rapidità e ampiezza del fenomeno, è Mont Saint Michelle. Il luogo del … “castello incantato”

© P.f.d.


La vita negli abissi

agosto 13, 2007

“A 500 metri comunicai che tutto era nero come l’inferno. Avevo esaurito le mie migliori similitudini. Un banco di pesci lanterna, sprigionanti luci d’un color verde pallido, passò a un metro dalla mia finestra. Poco dopo le tre, quando toccammo i 520 metri, ordinai un’altra sosta per eseguire un rilievo con la massima accuratezza. Per quanto mi sforzassi a concentrare lo sguardo, non riuscivo più a scoprire traccia d’azzurro. Tutto era nero, nero, nero, e nessuno dei miei strumenti rivelava all’occhio una molecola di luce. Avevo così raggiunto uno dei principali obiettivi di quest’immersione: di scendere cioè sotto il livello del lume percepibile da occhio umano. Avevamo raggiunto la zona che i raggi stessi del sole non possono penetrare; che da due miliardi d’anni non vedeva né giorno né notte, né estate né inverno, né flusso di tempo finché non venimmo noi a registrarlo.”
William Beebe
, 1932

Quasi tutta l’attività umana in mare si svolge nella zona chiamata Zoccolo Continentale che è un’area di bassofondale relativamente profondo, circa 100-200 mt, che circonda le grandi coste.
La sua estensione, in funzione della località geografica, varia da poche a diverse centinaia di chilometri. Occupa circa l’8% della superficie del pianeta mare. Talvolta degrada dolcemente in una serie di gradoni, ma molto spesso in modo repentino, con pareti che sprofondano verticalmente a profondità che superano anche i 9000 mt. Qui lascia posto a scenari apocalittici quasi del tutto inesplorati.
Dorsali oceaniche con “camini”, i black smokers, dai quali fuoriesce acqua ad una temperatura di circa 400° C, si alternano a zone dove emissioni di gas, reagendo con le basse temperature, si trasformano in strati di ghiaccio. Infatti a 3000 mt. si registrano temperature di circa 2°C.
La totale assenza di luce, ed un’elevata pressione ambiente, contribuiscono a rendere questi luoghi poco ospitali. In tempi non molto lontani si pensava che non vi potesse sopravvivere alcuna forma di vita. Eppure, gli esseri degli abissi, erano già conosciuti dai pescatori. Spesso ritrovavano tra le maglie delle reti strane forme di vita: animali con denti smisurati, dotati d’organi luminescenti ed occhi enormi, a volte totalmente inesistenti.
Queste creature spinsero l’uomo ad approfondire le conoscenze di quel mondo senza luce.
Nel XX secolo la realizzazione di macchine atte all’esplorazione delle profondità abissali, hanno portato l’uomo oltre i limiti fisici consentiti. Dalla Batisfera di William Beebe, che nel 1932 raggiunse la profondità di 900 mt. I ROV(remotely operated vehicles), robot semiautonomi, collegati con un cavo alla superficie. Fino a giungere agli ultramoderni AUV(autonomus underwater vehicles), capaci di raggiungere in totale autonomia profondità di circa 6000 mt, e restare in “apnea” per ore. Il loro utilizzo è finalizzato allo studio ed il monitoraggio ambientale, per la scoperta ed il recupero di tesori e per operazioni di salvataggio.
Le macchine hanno portato la luce tra crepacci e fondali rimasti nell’oscurità per milioni d’anni, documentandone sia l’ambiente che le forme di vita presenti.
Si è scoperto che le creature del luogo, per adattarsi alle estreme condizioni di vita, hanno messo in atto strategie evolutive non indifferenti: metabolismo lentissimo, bocche enormi dotate di lunghi denti aguzzi, e stomaci capaci di ingerire corpi più grandi del loro. Nella maggior parte dei casi si tratta di carnivori o soprofagi, ovvero che si nutrono delle carcasse dei pesci di superficie che, alla morte, precipitano negli abissi.
Una delle caratteristiche più diffuse è la bioluminescenza, ottenuta grazie a batteri che vivono in simbiosi con gli abitanti degli abissi. Circa i due terzi di queste forme di vita possiedono organi luminosi che utilizzano per illuminare l’ambiente o in tecniche predatorie, diventando attraenti esche vibranti.
Nelle vicinanze dei getti d’acqua calda, dove si rilevano elevatissime concentrazioni d’anidride solforosa, prolificano i batteri che costituiscono il primo anello della catena alimentare degli abissi.
C’è chi sostiene si sappia più dell’universo che delle profondità marine, infatti, bisogna ricordare che, ad oggi, solo un 5% dei fondali oceanici è stato mappato ed esplorato. Di conseguenza, si deduce che le specie e gli esseri “estremofili” catalogati siano solo una minima parte di quelli realmente esistenti.
Recentemente, Claire Nouvian, giornalista appassionata degli abissi marini, in collaborazione con l’Università di Chicago ed il sommergibile Johnson Sea Link, dopo ripetuti “tuffi” è riuscita a fotografare oltre 200 specie, alcune delle quali sconosciute alla comunità scientifica.
Lei stessa dichiara in un’intervista: “Purtroppo, al momento, non sappiamo cosa sta avvenendo là sotto. Forse anche a migliaia di metri di profondità l’azione dell’uomo sta avendo conseguenze disastrose per l’ambiente, ma non ne siamo al corrente. Quando succede qualcosa alle barriere coralline le conseguenze sono subito visibili ai nostri occhi, ma ciò che succede là sotto è del tutto sconosciuto. Ecco perché è importante studiarlo più di ogni altra parte del pianeta”.
Una spessa coltre di mistero e oscurità continua ad avvolgere gli abissi marini.

    
    
   
   
   
   

Foto: thedeepbook