Biologi, il catalogo è questo

giugno 26, 2008

Da oggi i biologi marini hanno un faro nel caotico mondo della classificazione: con un inventario di circa 122.500 voci, è stato infatti inaugurato il World Register of Marine Species, ovvero il primo registro mondiale delle specie marine.

Per ufficializzare l’evento, il 20 e 21 giugno si sono riuniti a Ostenda, in Belgio, i rappresentanti degli 80 paesi (tra cui l’Italia) che hanno partecipato alle ricerche. Il progetto, avviato nel 2000, si concluderà entro l’ottobre del 2010 ed ha finora classificato la metà delle specie conosciute (circa 230mila, mentre il numero reale supererebbe il milione), raccogliendo in un archivio multimediale anche 56mila immagini e link alla classificazione tassonomica.

Dei nomi forniti dai 34 inventari regionali consultati, quasi un terzo (oltre 55mila) si sono rivelati dei sinonimi (alias) indicanti una stessa specie, denominata in modi diversi dai ricercatori che agivano all’insaputa gli uni degli altri proprio a causa dell’assenza di un inventario comune facilmente consultabile. Il migliore esempio della confusione generata dalla mancata condivisione delle informazioni è rappresentato da una spugna marina, l’Halichondria panacea, che nella letteratura tassonomica è citata dal 1766 con 56 sinonimi.

Il sistema tassonomico, che prevede due nomi in latino per indicare genere e specie, era stato elaborato nel Diciottesimo secolo da Linneo. Il Registro Mondiale chiarirà ora per sempre il nome valido per ogni specie, anche attraverso iniziative online come la ZooBank, che d’ora in poi assegnerà un’unica registrazione ufficiale, consultabile da tutti, a ogni nuova specie animale identificata. Secondo Mark Costello, ordinario dell’Università australiana di Auckland e cofondatore del WoRMS, questo progetto sarà un punto di riferimento per i biologi e i ricercatori di tutto il mondo che studiano dall’industria della pesca, alle specie invasive, agli effetti dei cambiamenti climatici. (f.g.)

fonte: Galileo


Socievole è meglio

giugno 17, 2008

Competizione per le risorse e lotta per la sopravvivenza? Non sempre è il modo giusto di affrontare le difficoltà su questo pianeta. Lo dimostrano alcuni organismi marini che si organizzano in gruppi sociali per cooperare a beneficio di tutti. Lo studio, nato da una collaborazione tra microbiologi e biologi computazionali del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Massachusetts Institute of Technology, è stato pubblicato sull’ultimo numero di Science. Martin Polz e Eric Alm evidenziano come questo sia il primo metodo scientifico per differenziare accuratamente per nicchia ecologica e “professione” ampi gruppi di microbi nell’oceano. Una ricerca che potrebbe rivelarsi davvero importante, dal momento che i microrganismi guidano la totalità delle reazioni chimiche di base che avvengono negli oceani.
La maggiore difficoltà nel classificare questi organismi dipende dal fatto che non possono essere studiati “macroscopicamente” come si fa con animali più grandi, né in coltivazioni di laboratorio, perché, in assenza del contorno ecologico naturale, si modifica il loro modo di vivere e organizzarsi in gruppi. Quindi l’unico modo per studiare i batteri marini è di farlo nella loro habitat, un’impresa, però, molto complessa.
I ricercatori hanno semplificato il problema dividendo i numerosi batteri in popolazioni in base all’analisi genica e ai diversi habitat naturali. L’ausilio dell’informatica è stato fondamentale in quanto da appena otto litri d’acqua sono stati isolati mille differenti ceppi di batteri. Scegliendo i geni giusti da usare come traccianti e incrociando le informazioni con quelle sull’habitat preferito, è stato possibile individuare 25 gruppi. Queste colonie interagiscono tra di loro dividendosi i compiti, e traggono reciproco vantaggio delle differenti abilità. Se da una parte questo semplifica il metodo di classificazione, dall’altra fa emergere nuove e inaspettate differenze rispetto alla sistematica tradizionale, che risulta meno precisa: basti pensare che dei 25 gruppi individuati ben 17 risultano attualmente classificati sotto una sola specie. (m.f.)

Fonte: Galileo


Oceani ed estinzioni di massa

giugno 17, 2008

Per spiegare le periodico estinzioni di massa che si sono verificate durante la storia della Terra, sono stati considerati due fattori scatenanti: la caduta di meteoriti o gigantesche eruzioni vulcaniche.

Ora uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Nature”, avanza una nuova ipotesi, secondo cui il fattore scatenante di alcune estinzioni degli ultimi 500 milioni di anni sarebbe in ogni caso l’oceano, e in particolare i suoi flussi di marea che si ripetono con intensità fortissime nel corso delle ere geologiche.
“Le espansioni e le contrazioni di questi ambienti hanno effetti assai profondi sulla vita sulla Terra”; ha spiegato Shanan Peters, docente di geologia e geofisica dell’Università del Wisconsin a Madison e autore dell’articolo.
In breve, secondo Peters, le variazioni negli ambenti oceanici collegati al livello del mare esercitano una influenza decisiva sui tassi di estinzione determinando  quali specie animali e vegetali debbano sopravvivere o meno, e in generale la composizione della vita negli oceani.
Gli studiosi ritengono che fin dall’avvento della vita sulla Terra, avvenuta circa 3,5 miliardi di anni fa, si siano verificate 23 estinzioni di massa, molte delle quali hanno riguardato semplici forme di vita come microrganismi unicellulari. Nel corso dei passati 540 milioni di anni, vi sono state anche cinque estinzioni di massa ben documentate, primariamente di piante e animali marini, con una perdita del 75-95 per cento delle specie.
Nella maggior parte dei casi, gli scienziati sono riusciti a individuare le cause di questi drammatici eventi: nel caso dei dinosauri, per esempio, gli scienziati hanno trovato i crateri d’impatto, che suggeriscono una correlazione causale con la caduta di meteoriti. Ma per le restanti estinzioni di massa le cause sono rimaste per lo più misteriose.
Peters ha misurato due principali tipi di ambienti di fondali marini, preservati nei sedimenti geologici: il primo derivato dall’erosione della terraferma e l’altro composto principalmente da carbonato di calcio, che viene prodotto in situ da organismi dotati di guscio e da processi chimici.
Nel corso di centinaia di milioni di anni, gli oceani del mondo, si sono espansi e contratti in risposta agli spostamenti della tettonica delle placche e ai cambiamenti climatici. Vi sono stati periodi della storia del pianeta in cui vaste aree dei continenti furono invase da acque poco profonde.
Quando tali mari epicontinentali si sono asciugati, gli animali come i mosasauridi – i “serpenti marini del Cretaceo” – e gli squali giganti si estinsero, e cambiarono drasticamente le condizioni delle profondità marine in cui si era stabilita una notevole biodiversità.
Il nuovo studio non preclude altre influenze sui processi di estinzione, ma fornisce un legame comune tra tutti gli eventi in un arco temporale significativo della storia naturale della Terra. (fc)

Fonte: LeScienze


Alghe tossiche, l´Apat al lavoro e i risultati saranno on line

giugno 13, 2008

FIRENZE. La stagione calda e balneare si avvicina e si torna a parlare di alghe, in particolare di quelle tossiche per l’uomo come l’Ostreopsis ovata (Nella foto). L’Apat insieme al sistema delle Agenzie ambientali regionali, ha promosso un incontro per fare il punto sulla microalga che negli ultimi anni ha destato allarme nei bagnanti e nell’indotto turistico di molte coste italiane. La microalga diventa pericolosa in fase di fioritura, quando rilascia tossine nocive per l’uomo. E’ sempre nella memoria di tutti l’episodio verificatosi in Liguria nel 2006, quando circa 200 persone manifestarono problemi respiratori, congiuntiviti e dermatiti a causa della fioritura di Ostreopsis ovata. «Le agenzie regionali stanno lavorando molto sul problema delle alghe tossiche in Italia – ha affermato Giancarlo Viglione, presidente dell’Apat – Un lavoro in grande sinergia fra Ministero dell’ambiente e della salute, Apat, Arpa regionali, Icram e altri Enti. La collaborazione è già concreta e reale, al servizio dell’ambiente e della salute dei cittadini».

La sinergia tra enti ha permesso di mettere a punto protocolli operativi per il monitoraggio continuo dell’alga tossica, l’eventuale intervento presso le aree a rischio di fioritura e la gestione dell’emergenza. Le analisi sulle acque effettuate dalle Agenzie regionali per l’ambiente rilevano la presenza dell’Ostreopsis su gran parte delle coste italiane, ma le cause che favoriscono l’insediarsi ancora non sono state ben chiarite. L’alga si concentra quasi sempre in prossimità di zone rocciose, dentro baie chiuse o semichiuse e fiorisce con il raggiungimento di alte temperature dell’acqua. Le regioni più colpite dal fenomeno risultano essere Liguria, Lazio, Sicilia, Toscana e Puglia, ma tutte quelle affacciate sul mare hanno fissato punti di campionamento nei quali, da giugno a settembre, saranno effettuati controlli. Apat informa che sarà probabilmente creato un sito web intergrato dove raccogliere i bollettini inviati dalle agenzie regionali per rendere più immediata l’informazione.

Fonte: Greenreport


Ora è più chiaro, anzi trasparente

febbraio 9, 2008

1405.jpgSeguire “dal vivo” i processi che portano alla formazione di metastasi o la produzione di nuove cellule ematopoietiche da cellule staminali è ora possibile grazie a un pesciolino completamente trasparente. Si tratta di una variante dello zebrafish (un minuscolo pesce molto usato in laboratorio) creata da Richard White e colleghi del Childrem’s Hospital di Boston, che ha permesso per la prima volta di osservare in tempo reale come il cancro si diffonde in un organismo. Normalmente lo zebrafish è trasparente solo nel suo stadio embrionale ma la sua pelle diventa  opaca dopo quattro settimane dalla nascita. La nuova variante è stata ottenuta da un incrocio genetico tra due ceppi con pigmentazione e caratteristiche della pelle diversi. Il risultato è un tipo di pesce che rimane trasparente per tutto l’arco della vita.
Utilizzando la variante trasparente come modello animale, i ricercatori hanno indotto la formazione di un melanoma nella cavità addominale e lo hanno reso fluorescente per poterne seguire l’evoluzione. Le cellule tumorali hanno cominciato a diffondersi dalla cavità addominale nei cinque giorni successivi l’induzione della neoplasia, per recarsi al bersaglio finale, la pelle (dove il melanoma si sviluppa): “Questo ci dice che le cellule tumorali non si diffondono a caso nel corpo”, commenta White, “ma ‘sanno’ dove andare. Ancora però non sappiamo perché ‘decidano’ di muoversi”.
Lo zebrafish trasparente è stato usato anche per studiare cosa accade dopo il trapianto di cellule staminali. I ricercatori sono infatti riusciti a seguire la ‘ripopolazione’ di cellule ematopoietiche (dalle quali derivano le cellule del sangue e del sistema immunitario) a seguito di un trapianto di midollo osseo sul piccolo pesce. Secondo White si tratta di un sistema dalle grandi potenzialità: farmaci e geni possono essere testati e i risultati si vedono in diretta. È come poter vedere un film invece che accontentarsi di fotografie. (f.c.)

Fonte: Galileo


Il delfino non è un dottore

febbraio 7, 2008

1980532.jpgUna delle zooterapie (terapie psicologiche che si basano sull’effetto del contatto con animali) più seguite è il nuoto con delfini. Lori Marino, neurologa che studia il comportamento dei cetacei, e Scott Lilienfeld, psicologo della Emory University in Georgia, Usa, hanno esaminato la letteratura medica per verificarne l’efficacia. E hanno pubblicato i risultati del loro lavoro su ‘Anthrozoss’, rivista scientifica che si occupa dei rapporti fra uomini ed animali.
La conclusione dei due studiosi è che gli appena cinque studi pubblicati sull’argomento presentano tali lacune nel metodo e nel trattamento dei dati raccolti, da portarli a concludere che non c’è nessuna prova a favore. Secondo i due ricercatori, nuotare insieme a un delfino non produce alcun beneficio a lungo termine. “Al massimo”, concede Marino, “si registra un miglioramento di breve durata dell’umore, dovuto all’eccitazione della nuova esperienza”.

Al contrario, sostengono i due studiosi, è certo che i pazienti, messi a nuotare con delfini del peso di diversi quintali, sono a rischio di subire danni fisici o infezioni. Ma danni ben peggiori rischiano di subirli i delfini stessi. In molti paesi è consentito usare a questo scopo delfini catturati in natura, non solo quelli allevati in cattività. La cattura di questi socievolissimi cetacei comporta l’uccisione di decine di esemplari che permette, poi, di isolare quelli più giovani e addomesticabili, pagati anche 50 mila dollari l’uno. Se la delfino-terapia si dovesse diffondere ulteriormente, tempi ancora più bui si preannuncerebbero per i più intelligenti fra i cetacei.

Alessandro Saragosa

Fonte: L’espresso 


PESCE AL MERCURIO? DIPENDE DALLA QUANTITA’ DEI CONSUMI

febbraio 1, 2008

ROMA – Sì a un menù a base di pesce, ma limitare le specie di grossa taglia a una volta alla settimana. E’ questo il suggerimento che arriva dal Cnr, alla luce dell’allarme lanciato negli Stati Uniti sull’elevato tasso di mercurio riscontrato in alcune specie ittiche a New York, dove sono stati scoperti livelli di metallo fuori norma soprattutto nel sushi, con oltre 8,1 microgrammi a porzione.

“Troppo spesso si scrive senza essere debitamente documentati”, afferma all’Ansa Nicola Pirrone, ricercatore dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr di Rende in provincia di Cosenza che, insieme alla comunità scientifica, ha inviato una lettera al New York Times che aveva pubblicato la notizia.

Tutto dipende dalle quantità e provenienza del pesce consumato, spiega il ricercatore che invita a fare un’attenta e reale valutazione del rischio. Il mercurio si accumula soprattutto nei predatori di grossa taglia e proviene dall’inquinamento industriale riversato nell’acqua, ma anche dall’andamento climatico (nell’ambito delle Nazioni Unite, il Cnr sta lavorando per mettere a punto un protocollo di intesa tra tutti i paesi in modo da ridurre la presenza del metallo in atmosfera).

Può portare alterazioni nello sviluppo cerebrale dei bambini e, a un livello più alto, alterazioni neurologiche e cardiovascolari negli adulti, ma solo se ingerito in quantità massicce e non certo in una porzione di pesce. A stabilire il livello di metalli presenti nelle parti commestibili dei prodotti ittici, è l’Ue con il Regolamento n.221/2002, che prevede un quantitativo massimo di mercurio di 0,5 milligrammi per kg di prodotto fresco, ad eccezione di alcune specie come il tonno, la palamita, il pesce spada, l’anguilla, il branzino, lo scorfano e il luccio, dove è tollerata la presenza di 1 milligrammo di mercurio per kg. “Queste specie – spiega il Centro studi della Federcoopesca-Confcooperative – sono all’apice della catena alimentare e si nutrono con grossi quantitativi di altri pesci che potrebbero avere nelle loro carni tracce di mercurio”.

I parametri stabiliti dall’Ue tutelano i consumatori, afferma la Lega Pesca, anche perché per incidere seriamente sulla salute, occorre mangiare 35 kg di pesce l’anno e solamente delle specie che toccano i massimali di mercurio. Ma gli italiani non sono grandi consumatori di pesce: la media pro-capite è di 23-25 kg, compresi i molluschi, che fanno la parte del leone. I facili allarmismi dunque sono da mettere al bando dal mondo della ricerca. Una cosa è certa: il pesce nella dieta non deve mancare; è bene quindi, consiglia infine Pirrone, prediligere pesci piccoli, come sardine e alici di cui l’Italia è ricca, che tra l’altro costano anche meno di tonni e pesce spada.

Fonte: Ansa