Ambientalisti e subacquei difendono il mare

giugno 15, 2008

E’ stato presentato a Genova il progetto DES ,Diver’s Environmental Survey, promosso dalla associazione ambientalista internazionale Greenpeace Gruppo Locale di Genova, in collaborazione con DAN, Divers alert network, e l’associazione subacquea Nase.
Il progetto intende innanzitutto rendere più forte la collaborazione fra il mondo ambientalista e quello delle immersioni subacquee per coinvolgere i sub in iniziative che li rendano maggiormente responsabili. Si tratta di mettere insieme l’impegno per la prevenzione degli incidenti subacquei con l’attività di monitoraggio dei fondali marini. Con delle semplici osservazioni che riguardano soprattutto la presenza di rifiuti, di attrezzi di pesca, di mucillagini, di specie animali e vegetali, i sub potranno dare delle importanti informazioni sullo stato dei fondali dei nostri mari. Dati e immagini verranno raccolti grazie ad un software. Con il progetto DES, come dicevamo, si intende non solo ottenere una più chiara visione della situazione in cui si trova l’ambiente sottomarino ma anche ottenere dati che riguardano la sicurezza dell’immersione e la prevenzione degli incidenti subacquei. È previsto per questo anche il riempimento di un questionario medico-fisiologico dopo le attività di immersione. Per il progetto che è aperto a chiunque voglia collaborare l’associazione subacquea Nase mette a disposizione le sue strutture.

A cura di Claudio Gallucci

Fonte: MareinItaly

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Subacquea, business emergente

novembre 16, 2007

Nasce a Genova, ma la sede operativa sarà a Chiavari, il gruppo di Confindustria che riunisce le aziende della subacquea che da sole rappresentano la metà del mercato mondiale del settore. Il gruppo si chiama Confisub e riunisce le società più importanti: cinque liguri, con sede tra Genova e Casarza Ligure, e due lombarde dell´hinterland milanese. Le liguri sono Cressi Sub (Genova), Mares (Rapallo), Scubapro Uwatec (Casarza Ligure), Seac Sub (S. Colombano Certenoli) e Tchnisub (Genova). Le lombarde Effesub (Seregno) e Omersub (Carate Brianza).
La “padrona di casa” Marisa Patellani, presidente del gruppo territorale Chiavari e Tigullio di Confindustria, ha espresso naturalmente la sua soddisfazione per la scelta di Chiavari come sede operativa del gruppo. «Pur essendo le nostre le aziende più forti in Italia – spiega il leader di Effesub e presidente di Confisub Enzo Ferrari – il gruppo di Confindustria al quale abbiamo dato vita non vuole essere il “salotto buono” dell´industria subacquea nazionale. Anzi, siamo decisamente aperti all´adesione e alla collaborazione di tutte le società del settore che vogliono unirsi a noi. Piccole o medie non ha importanza, l´unico discrimine è che devono essere produttori».
Un chiarimento doveroso quello di Ferrari, dal momento che un gruppo di settore era già esistito ma a decretarne la fine era stata proprio la commistione delle caratteristiche aziendali e la conseguente confusione nella gestione del gruppo. La nascita del gruppo Confisub è una conseguenza dell´importanza dell´industria italiana del settore nel mondo. «La testa della subacquea mondiale è in Italia e specificamente nel Tigullio – dice Ferrari, spiegando anche la scelta della delegazione Confindustria di Chiavari come sede operativa – anche se la produzione “di primo prezzo” è finita quasi del tutto in Estremo Oriente. Ma le aziende italiane sono il punto di riferimento per tutti, compresi Stati Uniti e Francia».
Oggi insomma maschere, pinne e tubi si fanno quasi tutti in Cina e paesi dell´area, mentre tutte le attrezzature più sofisticate, compresi i computer da sub, sono studiati e sviluppati in Italia. Discorso più complesso per le mute da sub: quelle di minore tecnologia e prezzo più basso sono realizzate nel Far East, quelle più tecniche sono italiane. «Complessivamente le aziende del gruppo danno lavoro diretto a circa 350 addetti – afferma Ferrari – ma l´indotto è molto superiore. Qualche anno fa un´analisi di settore ipotizzava un indotto di circa 5.000 addetti per l´industria subacquea italiana, cifra sicuramente cresciuta da allora visto che il mercato è in espansione Quanto al giro d´affari si parla di 500 milioni di euro».
Se Chiavari è destinata a diventare la capitale dell´industria subacquea, la Fiera di Genova si candida a lanciare il salone nazionale dei prodotti di settore. «In questo momento l´industria subacquea è priva di un manifestazione di settore – dice il direttore generale di Confindustria Genova Paolo Corradi – e sappiamo che la Fiera di Genova si sta muovendo per organizzare un salone nazionale».

Fonte: Espresso


Audrey Mestre

ottobre 11, 2007

3651.jpgAudrey Mestre, il 12 Ottobre 2002, avrebbe dovuto festeggiare l’ennesimo record insieme al marito, il primatista cubano Francisco “Pipin” Ferreras.
Invece quel giorno venne stabilito un primato infausto per la storia dell’apnea: Audrey rappresenta la prima vittima di un tentativo di record della disciplina.

Nasce a St. Denise, in Francia, l’11 Agosto 1974.
Familiarizza con l’acqua fin da piccola, stimolata dal nonno e dalla madre, pescatori sub in apnea. A tre anni vince la sua prima gara di nuoto.
A tredici comincia ad immergersi con l’autorespiratore, appassionandosi alla biologia marina. Nel 1993 si iscrive all’Università  di La Paz, in California, ed è proprio lavorando alla sua tesi di laurea sulla fisiologia marina che, nel 1995, conosce il campione Pipin.993221648.jpg
Entra a far parte del suo team nel 1996, diventando anche sua compagna di vita ed allieva.
Audrey dice di Pipin: “E’ un maestro eccezionale ti insegna tutto, ma veramente tutto senza segreti e non dimentica mai la sicurezza. Sott’ acqua non ha mai avuto attimi di esitazione né provato paura.”
Eppure quel giorno diverse cose non funzionarono. Furono innegabili le carenze organizzative e di assistenza medica. Una cima di discesa ed una zavorra non adeguate alle condizioni meteomarine. Il pallone di risalita che si blocca più volte.
Ancora più carente è  l’assistenza in acqua: troppa distanza tra il sommozzatore altofondalista, a -171 mt, ed il successivo assistente posizionato a -80 mt.
Continuare a discutere sulla morte di Audrey è inutile. Alla luce di questi fatti, viene da chiedersi se sia  corretto sfidare i limiti umani, compiendo gesti che possono costare la vita.
Cosa cerca chi pratica sport estremi, dove ci si espone a rischi che possono sembrare inutili? Insegue un limite fisico o interiore? Cerca la gloria o se stesso?  
Non credo sia possibile dare una risposta.
Quella, è dentro ognuno di noi.
© P.f.d.

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”Ogni volta risalire è una scelta: sono io che torno a riappropriarmi della mia dimensione umana, metro dopo metro, per venire di nuovo alla luce.”
 Umberto Pellizzari


Le pinne

ottobre 2, 2007

Le pinne sono adoperate dal subacqueo come propulsore per incrementare la spinta e facilitare i movimenti in acqua.
CARATTERISTICHE
reaction_0002.jpgE’ possibile suddividerle in due categorie: pinne a calzata chiusa, o a scarpetta, e pinne a reactionara_0000.jpgcalzata aperta o con cinghiolo.
Le prime si usano in acque calde, dove non è indispensabile proteggere i piedi dal freddo. Per lo snorkeling, e in apnea. Grazie al contatto più stretto col piede, garantiscono una migliore spinta propulsiva a parità dello sforzo applicato.
Le pinne col cinghiolo, data la possibilità di regolarne la tensione, si possono utilizzare con calzari di diverso spessore e con suola rigida, sia con gli scarponcini di cui sono dotate le mute stagne.
Altre caratteristiche da tenere in considerazione sono le dimensioni e la rigidità della pala.
Una pala di grandi dimensioni, convogliando una maggior quantità di acqua, offre una spinta maggiore. Di contro, in funzione del materiale con cui è realizzata, aumenta il peso della pinna, portando ad un affaticamento delle gambe nel caso di prolungate percorrenze.
Più rigida sarà la pala, più efficiente sarà la propulsione.  
c4-pinne2.jpgPer l’apnea, dove i volumi delle attrezzature sono ridotti, viene generalmente utilizzata una pinna con pala lunga, circa 70-80 cm, non molto larga, 20-22 cm, e flessibile.
Con l’autorespiratore vengono utilizzate pinne con pale più rigide di medie dimensioni, 35-45 cm di lunghezza e 22- 24 cm di larghezza
MATERIALI
Le pinne, generalmente, sono realizzate con materiali plastici e gomme naturali.
Quest’ultima viene impiegata nella fabbricazione della scarpetta, che, per garantire il massimo del comfort e della robustezza, viene oggi realizzata con spessori e durezze differenziate.x3gialla_0000.jpg
Per la costruzione delle pale vengono privilegiati i materiali plastici che conferiscono maggiore rigidità. Tuttavia, alcune aziende hanno introdotto inserti realizzati in materiali più flessibili, che consentono un accrescimento della spinta a parità di sforzo.
flessione_m.jpgNelle pinne da apnea è diffuso da tempo l’utilizzo del carbonio, che, grazie alle sue caratteristiche meccaniche, garantisce un’elevata flessibilità e robustezza, con un peso notevolmente inferiore.
Una ditta produttrice ha appena lanciato sul mercato un prodotto per le immersioni con autorespiratore dove, ad una scarpetta con cinghiolo, viene abbinata una tecnologica pala in carbonio.
Il cinghiolo realizzato in gomma, può essere sostituito con una molla in acciaio inox. Ha il pregio dell’indistruttibilità, ma crea qualche iniziale difficoltà in fase di calzata e sfilata delle pinne.
COME SCEGLIERLE
La scelta varia in funzione dell’uso e delle peculiarità fisiche di chi le utilizza.
Il primo fattore da tenere in considerazione è il comfort della scarpetta. Nel caso di pinne a calzata chiusa, da utilizzare senza calzare, bisogna controllare che questa fasci il piede senza costringerlo, per evitare possibili crampi. Non vi siano bordi che, sfregando la cute, possano causare irritazioni. E’ comunque possibile utilizzarle con un calzare leggero, in neoprene senza suola.
Le pinne con cinghiolo vanno provate insieme al calzare. E’importante che non “ballino”, ma siano salde al piede, garantendo così un’efficiente pinneggiata.
Se si utilizzano calzari di diverso spessore, o se si possiede una muta stagna, è conveniente tenere quest’ultime in considerazione, al fine di effettuare un acquisto polivalente.
Per quanto riguarda le caratteristiche della pala, bisogna dire che, ad una maggiore durezza, corrisponderà un maggiore affaticamento della gamba. Pertanto, una pinna più efficiente esige un maggior allenamento ed un’ottimale tecnica di pinneggiata.
Inoltre, un maggior volume corporeo o di attrezzature, equivalgono ad una minore idrodinamicità, e quindi, occorrerà una pinna più efficiente.       
Nel caso di immersioni in ambienti ostruiti, e dove sussiste la possibilità di rimuovere sedimento, la lunghezza della pala deve essere ridotta al minimo.
Nulla vieta che, in zone battute da correnti, sia possibile utilizzare una pinna da apnea, preferibilmente con pala in materiale plastico più rigido, anche con l’unità scuba.
Per una pinna di apnea i criteri di scelta sono legati alla corporatura, più o meno pesante, e alle profondità operative.
In funzione del materiale le pinne possono essere più o meno galleggianti. Sono tassativamente da evitare quelle con assetto positivo. masterfrog.jpg
Potrebbe sembrare superfluo, ma una piccola attenzione va posta al loro colore. Una pinna con colori vivaci ci rende più visibili in acqua, ed in caso di emergenza, può essere sventolata in superficie e permetterci di essere individuati per un eventuale recupero. Nel caso dovessimo smarrirle durante l’immersione, diventa più semplice ritrovarle.
mascotte.jpgUn caso a parte è costituito dalla monopinna. Simile alla pinna caudale di un cetaceo è la prediletta dai puristi dell’apnea. Offre una spinta notevole se utilizzata in modo corretto. In questo caso, la pinneggiata classica và sostituita col nuoto delfinato.
MANUTENZIONE
Le pinne vanno sempre sciacquate con acqua dolce dopo l’utilizzo e riposte in un luogo fresco al riparo dal sole. E’ importante non appoggiarvi sopra pesi per evitare che possano assumere dei vizi di forma, conservandole in posizione più naturale possibile.
E’ bene tenere sempre un cinghiolo di scorta completo di fibbie, elemento che più facilmente si deteriora.

© P.f.d.


Fisiologia dell’iperbarismo

settembre 24, 2007

L’aria che respiriamo, e con la quale sono normalmente cariate le bombole utilizzate dai sub, è composta dal 20.96% d’ossigeno(O), il 78% d’azoto(N2), lo 0.04% d’anidride carbonica(CO2) ed un 1% d’altri gas. Tali percentuali, per convenzione e semplicità di calcolo, sono arrotondate al 21% d’ossigeno e 79% d’azoto.
L’ossigeno, gas metabolico, è utilizzato nei processi d’ossidazione dalle nostre cellule. L’azoto, gas inerte, non viene in alcun modo adoperato. Basta analizzare le percentuali dei gas dell’aria espirata, 16,96% di O,78% di N2, 4,04% di CO2 e l’1% d’altri gas, per accorgersi che ad una percentuale d’ossigeno utilizzata, ne corrisponde un’identica di anidride carbonica prodotta. La percentuale degli altri gas e dell’azoto resta invariata. Quest’ultimo, durante la discesa di un sub, con l’aumentare della pressione ambiente e della miscela respirata, entra in soluzione nell’organismo, continuando ad essere assorbito nel corso dell’immersione in funzione della profondità e della durata della stessa. Nella fase di risalita, quando la pressione ambiente diminuisce, l’azoto comincia a liberarsi dai nostri tessuti per essere espulso. Se la variazione sarà molto rapida, compiendo una risalita veloce, l’inerte, non avrà la possibilità di fuoriuscire tranquillamente dal nostro organismo, così com’è avvenuto nel processo di saturazione durante la discesa. Questo potrebbe portare alla formazione di piccole bolle chiamate emboli, causa dell’embolia o malattia da decompressione(MDD). La risalita dovrà quindi essere lenta, per garantire la corretta eliminazione dell’azoto dal corpo del sub.
Se la quantità assorbita eccede i limiti di sicurezza imposti dalla subacquea ricreativa, la semplice lenta risalita, codificata in 10 mt al minuto, potrebbe non essere più sufficiente. In tal caso si dovranno effettuare delle soste chiamate tappe di decompressione.
L’azoto, respirato ad elevata pressione, superati i 30-40 mt, è anche causa della narcosi d’azoto: l’effetto può essere paragonato ad un’ubriacatura, comunemente chiamata effetto Martini. I sintomi possono portare il sub a comportamenti pericolosi per la propria incolumità e quella del compagno. L’iniziale ilarità ed eccessiva sicurezza lasciano solitamente il posto ad insicurezza, depressione, totale disinteresse e difficoltà nella lettura degli strumenti. Fino al sopraggiungere di visione a tunnel e, infine, il più grave black out.
Gli argomenti, in forma poco approfondita, sono frutto di leggi fisiche e sperimentazioni medico-scientifiche, che si basano sullo studio del comportamento dei gas in soluzione nei liquidi, e dei diversi tessuti ed organi del corpo umano in condizioni d’iperbarismo.
LA DIFFUSIONE DEI GAS NEI TESSUTI DEL CORPO UMANO
Per capire il comportamento dei gas a contatto con i liquidi, fenomeno difficilmente riscontrabile otticamente, è possibile fare un esempio con due sostanze comunemente utilizzate: l’acqua e lo zucchero. Immergendo in un bicchiere di liquido una serie di zollette di zucchero, e mescolando in modo che quella inserita in precedenza sia completamente sciolta, si noterà che le zollette successive entreranno in soluzione con maggiore difficoltà. Si arriverà al punto in cui lo zucchero comincerà a depositarsi sul fondo del contenitore. Diremo allora che l’acqua è satura di zucchero. Riscaldando l’acqua, noteremo che il processo avverrà più rapidamente.
La velocità e la capacità di un liquido di fungere da solvente dipendono dalla sua struttura molecolare. In funzione della dimensione delle sue molecole, una sostanza, incontrerà una diversa “resistenza” per passare in soluzione, ed una differente quantità di spazio disponibile da occupare tra le stesse molecole. Infatti, ripetendo l’esperimento con l’alcol, basterà un numero inferiore di zollette per raggiungere la saturazione.
Con altrettanta facilità un gas si scioglie in un liquido, e, se il rimescolamento è il meccanismo che fa sciogliere lo zucchero, per un gas, tale meccanismo è la pressione.
Secondo la legge di Henry, la quantità di gas dissolta in un liquido è direttamente proporzionale alla pressione del gas. Per una corretta formulazione della legge bisogna anche considerare il coefficiente di solubilità del gas, la tipologia e la quantità del liquido, la temperatura ambiente e la dimensione della superficie di contatto tra gas e liquido.
Se esponiamo alla pressione ambiente un liquido puro, che non contiene alcun gas al suo interno, l’aria comincerà ad entrare in soluzione nel liquido. La superficie di quest’ultimo farà da elemento separatore tra i due ambienti. Il processo, all’inizio, avrà una velocità che tenderà a diminuire man mano che il gas disciolto comincerà ad acquisire una sua pressione, chiamata tensione del gas, che opporrà resistenza all’ingresso di quello all’esterno del liquido. La differenza tra la pressione e la tensione di un gas, è chiamata gradiente pressorio.
Non appena la tensione del gas contenuto nel liquido si troverà in equilibrio con la pressione dello stesso, si dirà che il liquido è in saturazione. Con i gas, così come con le sostanze solide, il fenomeno della saturazione è influenzato dalla temperatura, ma, al contrario di quanto avviene con i solidi, la soluzione è favorita dalle temperature fredde. E’ ovvio che, più grande sarà la superficie di contatto tra gas e liquido, più velocemente avverrà il processo. Maggiore sarà la quantità di liquido, più gas vi si scioglierà.
Per quantificare il tempo necessario per raggiungere la saturazione, ad una coppia gas-liquido è assegnato un tempo di emisaturazione o emitempo. Questo non è altro che il tempo necessario perché un gas saturi un liquido al 50% della saturazione totale. Occorreranno circa 6 emitempi per raggiungere la saturazione. Nel primo tempo di emisaturazione il gas saturerà il liquido al 50%. Nel secondo, andando ad occupare un altro 50% dello spazio rimasto disponibile, si dissolverà al 75% della saturazione totale. Seguendo lo stesso criterio, nel terzo raggiungerà l’87,5%, nel quarto il 93,75%, nel quinto il 96,88%, nel sesto il 98,45%. In pratica, per un sistema costituito da una coppia di gas-liquido, con emitempo di 1 minuto, alla pressione di 1 atmosfera è considerata raggiunta la saturazione in circa 6 minuti. Ovviamente, se lo stesso sistema viene sottoposto ad una pressione di 2 atmosfere, di minuti ne occorreranno circa 3.
Come si può notare dalle percentuali sopra esposte, realmente, non si raggiungerà mai la saturazione totale. Il gas continuerà a sciogliersi nel liquido in modo sempre più lento.
Con la diminuzione della pressione del gas al di fuori del liquido, il sistema cercherà di tornare in equilibrio. In questo caso la tensione sarà maggiore della pressione e il gas si troverà in una condizione di sovrasaturazione. Il gradiente pressorio spingerà il gas dissolto nel liquido a fuoriuscire, avviando il processo di desaturazione.
Quanto descritto corrisponde a quello che succede nel nostro organismo in immersione. Durante la discesa e la permanenza sul fondo, respirando ad una pressione identica all’ambiente circostante, e quindi maggiore di quanto non avvenga normalmente, i gas che compongono l’aria si diffonderanno nel sangue attraverso gli alveoli e di conseguenza, tramite i capillari, nei tessuti del nostro organismo: muscolare, connettivo, epiteliale, nervoso, osseo, adiposo, ecc … Questi, composti da alte percentuali di liquidi, si comportano come tali assorbendo i gas, anche se con tempi diversi che variano in funzione della loro densità. Le varie tipologie di tessuti del nostro organismo sono rappresentate matematicamente tramite i loro tempi di emisaturazione e vengono denominati compartimenti tissutali.
I modelli matematici attualmente in uso, prendono in esame tessuti che variano dai 3 ad oltre 600 minuti di emisaturazione. Compartimenti con periodi  brevi vengono chiamati tessuti veloci, quelli con periodi lunghi sono detti tessuti lenti.  
LA FORMAZIONE DELLE BOLLE NEI TESSUTI
Perché in un liquido, saturo di un gas, si formi una bolla, occorre una repentina variazione pressoria di oltre 100 atm. Eppure, in subacquea, basta la differenza di 1 atm di pressione, per crearne all’interno del nostro organismo. Comunque, dopo ogni immersione, usciremo dall’acqua con piccolissime bolle in circolo che prendono il nome di bolle silenti o asintomatiche. E’ accertato che la bolle, durante la desaturazione, si creano a partire da micronuclei gassosi preesistenti nei nostri tessuti. L’origine di questi semi gassosi viene attribuita a movimenti articolari e muscolari, scorrimento di una superficie tissutale sull’altra, apertura e chiusura delle valvole cardiache o variazioni di pressioni del sangue all’interno del sistema circolatorio, che, creando zone di basse pressione a seguito di movimenti vorticosi ne favoriscono lo sviluppo.
Teoricamente, una bolla di dimensioni così piccole, immersa in un liquido, dovrebbe avere vita breve. Secondo la legge di Laplace, la differenza tra la pressione all’interno di una bolla e quella presente al suo esterno è inversamente proporzionale al raggio della bolla stessa. Questo vuol dire che tanto più piccola è una bolla immersa in un liquido, tanto maggiore sarà la pressione del gas al suo interno, rispetto a quella del liquido. Grazie a questo squilibrio la bolla dovrebbe dissolversi in seguito alla fuoriuscita del gas dalla stessa.
Sperimentalmente, invece, è stato appurato che molte bolle, soprattutto se di piccole dimensioni, rimangono stabili all’interno di un liquido per un lungo periodo. Si suppone che a darne stabilità siano delle sostanze chiamate surfattanti. Queste ne irrigidiscono la struttura, annullando le tensioni superficiali. E’importante sottolineare che il surfattante riesce a rendere stabile una bolla soltanto se il diametro di quest’ultima rientra in determinate dimensioni, al di sopra o al di sotto delle quali diventa instabile.
Durante l’immersione, le bolle presenti nei nostri tessuti, verranno alimentate dall’aumento della tensione dell’inerte. Risalendo, con la diminuzione della pressione del gas all’esterno della bolla, quest’ultima tenderà ad aumentare di dimensioni.
Teoricamente, una bolla immersa in un liquido, espandendosi oltre un certo diametro, dovrebbe dissolversi nello stesso liquido. Nel caso che ci riguarda, questa, invece, trovandosi tra i tessuti del nostro organismo, potrebbe occupare eventuali spazi disponibili, perdendo la sua forma sferica, creando ostruzioni del flusso ematico e provocando la malattia da decompressione. 
Il compito di una corretta risalita è quello di riuscire a contenere il diametro della bolla al di sotto della tensione critica. Questa, chiamata anche valore M, o limite di sovrasaturazione, è il valore massimo di pressione di gas inerte che un ipotetico compartimento tissutale può tollerare senza che si presentino sintomi di malattia da decompressione.
Ad ogni compartimento è assegnato un valore M, che è un valore pressorio espresso in metri di colonna d’acqua di mare, o msw (meter of sea water). Più veloce è il compartimento, maggiore sarà il valore M, e viceversa. Nelle immersioni profonde, generalmente sono i tessuti veloci a raggiungere il valore M. In quelle poco profonde, i tessuti veloci non si avvicineranno mai al valore M, per cui saranno quelli lenti a determinarne la durata.
Proviamo a fare un piccolo esempio.
Secondo i parametri utilizzati per formulare il pianificatore per immersioni ricreative, un compartimento tissutale con tempo di emisaturazione di 5 minuti, ha un valore M di circa 30 msw. Se scendiamo ad una profondità di 20 mt, questo tessuto, considerando quanto detto prima sul tempo di saturazione, dopo 5 minuti avrà una pressione tissutale di 10 msw, fino a raggiungere il valore di 20 msw dopo sei emitempi ovvero dopo 30 minuti. Restando comunque ben lontano da quello che è il suo valore M, che non potrà mai raggiungere. Al contrario, un compartimento tissutale con tempo di emisaturazione di 80 minuti, al quale è assegnato un valore M di circa 15 msw, alla stessa profondità di 20 mt, raggiungerà il valore M in due emitempi e quindi in circa 160 minuti. Tornando al compartimento di 5 minuti, se portato ad una profondità di 40 mt, giungerà invece al valore M in circa 10 minuti. 
Considerando tali valori è stata concepita quelle che viene chiamata curva di sicurezza, dove, in rapporto alle profondità, vengono fissati dei valori massimi di tempo, occorrenti per contenere la fase gassosa entro limiti di sicurezza. Restando al di sotto di tali margini è possibile risalire direttamente in superficie, rispettando esclusivamente la velocità di risalita. Superandoli è necessario effettuare delle soste, chiamate tappe di decompressione, necessarie perché le bolle si muovano nel flusso ematico senza ostacoli fino ai polmoni, dove verranno eliminate.
Si ipotizza che i micronuclei gassosi, già presenti nell’organismo del sub prima dell’immersione, possono ridurre la loro dimensione, o addirittura sparire del tutto, se sottoposti ad un rapido incremento pressorio. Questa teoria sostiene i vantaggi di una discesa molto rapida. Di contro, c’è chi sostiene che durante una discesa veloce, i micronuclei, urtando tra di loro potrebbero aggregarsi e diventare più pericolosi durante la risalita. Solo nel caso di discese molto profonde, 90 – 100 mt, si avrebbero dei vantaggi da una discesa molto rapida. In questo caso, l’elevata pressione, sarebbe in grado di far collassate le microbolle.
Comunque, come già detto in precedenza, dopo ogni immersione avremo una certa quantità di bolle asintomatiche in circolo, la cui quantità dipenderà dalla massima profondità raggiunta e dal tempo di permanenza. Questa quantità di inerte presente nel flusso ematico viene definito azoto residuo, ed è indicato tramite una lettera chiamata gruppo di appartenenza dopo una specifica immersione.
Nel caso di immersioni ripetitive, ovvero quelle effettuate nell’arco delle 24 ore dalla prima, si dovrà tenere conto della quantità di azoto non ancora desaturata, considerando l’intervallo di superficie, durante il quale avremo espulso inerte.
Un caso particolare è quello delle immersioni in quota, considerando tali quelle effettuate al di sopra dei 300 mt di altitudine. Durante il tragitto per raggiungere il luogo d’immersione, con la diminuzione della pressione atmosferica, il nostro organismo comincerà a desaturare azoto, trovandoci in una condizione simile a quella di un’immersione ripetitiva. Dovremo quindi considerare la desaturazione in funzione dell’altitudine a cui effettueremo l’immersione, o attendere 12 ore perché il processo si stabilizzi.
Attualmente, non esistono strumenti per misurare le tensioni dei gas inerti disciolti nel corpo di un subacqueo. Alcuni ricercatori hanno proposto degli algoritmi per calcolarle. Per quanto siano frutto di studi su numerose casistiche di incidenti, e siano state fatte un buon numero di sperimentazioni sul campo con l’ausilio dell’ecodoppler, strumento che riesce a registrare la presenza di bolle nel flusso ematico, non sappiamo quanto si avvicinino alla realtà. Le conoscenze, nell’ambito della fisiologia dell’iperbarismo, sono ancora ben lontane dall’avere certezze matematiche.
Bisogna inoltre considerare che, nel caso specifico dell’immersione subacquea, è di fondamentale importanza conoscere il comportamento dei singoli gas che compongono la miscela respirata. Nel caso specifico dell’aria, come detto in precedenza, è l’azoto il responsabile della possibile formazione di bolle durante la risalita. Non dobbiamo altresì trascurare che anche l’ossigeno, se respirato ad elevate pressioni, diventa tossico per il nostro organismo, causando problemi altrettanto seri per la nostra incolumità. Tale consapevolezza diventa ancora più importante nel caso si utilizzino miscele diverse dall’aria, dove possono essere presenti più inerti con coefficienti di solubilità diversi, come nel Trimix dove è presente una certa quantità di Elio, o nel caso di un Nitrox, dove si hanno percentuali d’ossigeno superiori.  
Come si evince nella legge di Dalton, la pressione totale esercitata da un miscuglio di gas, è uguale alla somma delle singole Pressioni Parziali (Pp) dei gas che lo compongono. La pressione parziale d’ogni singolo gas, è quella che questo avrebbe se, da solo, occupasse l’intero volume che contiene il miscuglio gassoso. Comunemente le percentuali dei gas con i quali sono presenti in una miscela sono espresse sotto forma di frazione. Questa non è altro che un numero puro, compreso tra 0 e 1, ed offre il vantaggio che, se moltiplicato per la pressione a cui è sottoposto il miscuglio, dà come risultato il valore della pressione parziale del singolo gas a quella data pressione.
Prendendo ad esempio la composizione dell’aria nella sua espressione più semplicistica, 21% d’ossigeno e 79% d’azoto. Le frazioni dei singoli gas saranno rispettivamente 0,21 e 0,79, che se sommate, ovviamente, danno come risultato quello del volume unitario del miscuglio. Trovandoci ad esempio ad una profondità di 20 mt, ad una pressione ambiente di 3 atm, le pressioni parziali dei gas respirati corrisponderanno a 0,63 atm (0,21 X 3) per quanto riguarda l’ossigeno, e 2,37 atm (0,79 X 3) per l’azoto.
Quest’ultimo, per il suo elevato coefficiente di solubilità lipidica, se respirato a notevoli pressioni parziali, è inoltre causa di quella che prosaicamente viene chiamata ebbrezza degli abissi.
LA NARCOSI DA AZOTO 
Questa è un’alterazione neuro psichica che si manifesta durante le immersioni con l’autorespiratore ad aria compressa, a profondità superiori ai 40 mt. Si registrano comunque casi di narcosi a profondità inferiori. Ha infatti una variabilità sintomatologica individuale, che può anche essere influenzata dalle condizioni psicofisiche giornaliere. Può essere aggravata da cattive condizioni fisiche, come stanchezza, uso di alcolici o utilizzo di farmaci. Da stati di ansia e stress latenti, da cause ambientali o operative, come scarsa visibilità, sforzo e freddo. 
Per comprendere l’ipotesi più accreditata sulla causa del fenomeno, è bene avere una minima conoscenza del funzionamento del sistema nervoso.
Gli organi di quest’ultimo sono costituiti da cellule chiamati neuroni, che hanno la funzione di generare, ricevere, condurre ed elaborare segnali sotto forma di piccoli correnti elettriche. Grazie a questi impulsi hanno luogo le nostre azioni. Dal movimento di un arto, al riconoscimento di un oggetto attraverso il sistema visivo, dai sentimenti fino al pensiero razionale.
Il neurone è costituito da un corpo cellulare, il pirenoforo, da un prolungamento che trasporta gli stimoli nervosi verso la periferia, il neurite o assone, e da numerose ramificazioni, i dendridi, che, viceversa, ricevono gli stimoli dalla periferia.
I neuroni sono in contatto tra loro tramite strutture chiamate sinapsi. All’interno di queste, l’impulso elettrico, o messaggio nervoso, viene trasportato unidirezionalmente dai dendridi di un neurone verso l’assone di un’altro, per mezzo di sostanze chimiche chiamate neurotrasmettitori. Questi si spostano racchiusi in delle vescicole, le cui pareti hanno la stessa composizione della stessa membrana cellulare, ovvero fosfolipidi e colesterolo.
L’azoto, sciogliendosi facilmente nelle membrane lipidiche, altera e degrada le caratteristiche di trasmissione degli impulsi nervosi nelle sinapsi, rallentando di conseguenza il nostro potere d’azione, i riflessi e addirittura i pensieri.
La sintomatologia porta a comportamenti spesso contrastanti. Potremo sentirci euforici o depressi e risulteranno alterate le capacità visive ed uditive fino ad arrivare alla perdita di conoscenza.
La narcosi da azoto è un meccanismo momentaneo e non provoca danni permanenti. Basta infatti risalire di quota, anche di qualche metro, per vederne sparire gli effetti.
IPEROSSIA DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE
Anche l’ossigeno, elemento fondamentale per la nostra sopravvivenza, può diventare molto pericoloso se respirato a pressioni parziali elevate.
Viaggia nel sangue in parte veicolato dall’emoglobina, in parte disciolto nel plasma. Respirandolo ad elevate pressioni, e per un lungo periodo, saturerà il plasma. Di conseguenza, l’emoglobina, dopo aver ceduto l’ossigeno alle cellule del nostro organismo, invece di ricevere l’anidride carbonica si riossiderà, lasciandola nei nostri tessuti. Inoltre bisogna considerare che il cervello ad alte pressioni parziali di ossigeno riduce il flusso ematico per evitarne il sovradosaggio. Rimanendo invariato il consumo metabolico, grazie anche alla maggior quantità di ossigeno presente nelle cellule, si avrà un accumulo di anidride carbonica con conseguente vasodilatazione.
Quella che infatti viene chiamata tossicità dell’ossigeno non è altro che un’intossicazione da anidride carbonica.
L’aspetto più pericoloso è il sopraggiungere di una crisi convulsiva senza che si avvertano segni e sintomi premonitori. Questa ci porterà a perdere la presa sull’erogatore ed impedire qualsiasi forma di autosalvamento.
La predisposizione alla tossicità dell’ossigeno ha una variabilità individuale e può essere influenzata da stress, scarsa condizione fisica, uso di farmaci o alcol, e, ovviamente, fattori che causano un aumento della pressione parziale dell’anidride carbonica nel sangue.
Il limite per la respirazione di ossigeno nelle immersioni sportive è di 1,6 bar di pressione parziale. Limite che, per fare qualche esempio, corrisponde a respirare ossigeno puro a 6 mt di profondità o aria a 66 mt.
Oltre alla pressione, và inoltre considerato il limite di tempo di esposizione. Ad una pressione parziale di ossigeno di 1,6 bar, il limite massimo di tempo per cui è possibile respirarlo è di 45 minuti.
Mentre è possibile assuefarsi alla narcosi d’azoto, le continue e prolungate esposizioni all’ossigeno iperbarico sensibilizzano il nostro organismo predisponendolo negativamente ad esso.

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Lo snorkel

settembre 24, 2007

Lo snorkel, o aeratore, è costituito da un tubo ricurvo, solitamente realizzato in plastica più o meno rigida, al quale è collegato il boccaglio. Il diametro, affinché possa garantire una respirazione agevole deve avere un diametro di circa 2,5 cm. La lunghezza del tubo non deve essere eccessiva, circa 35/40 cm, al fine di non aumentare lo sforzo respiratorio. E comunque, non troppo corto, per evitare che, in caso di mare poco mosso, entri acqua.
Il boccaglio, solitamente realizzato in silicone, deve essere morbido ed adattarsi alla nostra bocca, per evitare fastidi o irritazioni, soprattutto nel caso di prolungati spostamenti in superficie.
Sono sconsigliati quelli con parti corrugate che rendono meno fluido il passaggio dell’aria e favoriscono il ristagno dell’acqua. Altrettanto sconsigliati quelli con valvola di scarico che con l’usura potrebbero favorire fastidiose infiltrazioni d’acqua.
La funzione dello snorkel è quella di consentirci di respirare senza dover uscire la testa dall’acqua. E’scarsamente usato dal subacqueo con l’autorespiratore, che se ne serve per brevi spostamenti in superficie. Invece, diviene di fondamentale importanza per l’apnea e lo snorkeling, perchè consente di osservare il fondale senza interrompere l’osservazione per uscire la testa fuori dall’acqua e respirare. In questo modo si evita di affaticarsi e si prolunga la permanenza in acqua.
Nelle immersioni con autorespiratore viene posizionato sul lato sinistro della maschera, tramite un gancio o un doppio anello, poiché a destra vi è l’erogatore.
In commercio si trovano snorkel e boccagli dal modello anatomico, che si adattano alla conformazione del viso e della bocca. Inoltre, esistono modelli flessibili o telescopici, che vengono apprezzati in subacquea tecnica, perchè è possibile riporli ad esempio nelle tasche del gav, ed estrarli in caso di necessità, evitando in questo modo di aggiungere ulteriori componenti alla numerosa attrezzatura presente.
In vendita, inoltre, è possibile trovare snorkel per asmatici, in cui vi è un alloggio per il farmaco spray, che consente l’insufflazione senza togliere il boccaglio.
Infine, come per la maschera, si consiglia di sciacquarlo dopo l’utilizzo e riporlo lontano dal neoprene, per evitare macchie alle parti in silicone.

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La maschera subacquea

settembre 12, 2007

Il primo acquisto di un sub è la maschera.
E’ un elemento piuttosto semplice, costituita da un telaio, una o più lenti, il bordo o facciale, ed il cinghiolo, necessario a tenerla in posizione sul viso.

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Materiali
Il telaio è costruito in materiale plastico rigido, così come le fibbie sulle quali è fissato il cinghiolo. Le lenti sono realizzate in vetro temperato, considerata la pressione a cui sono sottoposte.
Il bordo, o facciale, è di silicone, spesso trasparente, materiale più morbido e robusto della gomma con cui venivano prodotte in passato.
Oggi si trovano in commercio maschere con lenti in plastica o resina.

Come sceglierla
Il primo fattore da tenere in considerazione è il confort: le dimensioni del bordo devono essere proporzionate a quelle del viso, adattandovisi perfettamente, in modo da garantire una perfetta tenuta. Svuotare continuamente la maschera, durante l’immersione, è parecchio fastidioso. Per accertarsene, al momento dell’acquisto, basta posizionarla sul viso ed inspirare col naso. In questo modo creeremo un effetto ventosa che evidenzierà eventuali infiltrazioni: deve rimanere perfettamente aderente al viso anche senza il sostegno delle mani.
E’ consigliabile provare a simulare lo schiacciamento subito durante l’immersione, spingendo il telaio contro il viso, per controllare che nessuna parte di esso crei fastidi. Inoltre, non bisogna trascurare l’alloggio per il naso, che deve garantire una presa agevole durante la manovra di compensazione.
Per l’apnea, dove si ha poca aria a disposizione, per compensare facilmente lo schiacciamento indotto dall’aumento di pressione, si prediligono quelle di piccole dimensioni con un ridotto volume interno.
Con l’autorespiratore, l’operazione è quasi automatica, dato che l’aria respirata è già a pressione ambiente e ve n’è una maggior quantità a disposizione. Potremo allora acquistare una maschera di dimensioni maggiori con vetri più ampi che offrano un maggiore campo visivo. Questo ci darà la possibilità di tenere sotto controllo gli strumenti senza dover effettuare movimenti eccessivi.
Nella scelta, sono da preferire le maschere con lenti in vetro temperato. Quelle in plastica si graffiano e opacizzano con estrema facilità, compromettendo la visione.
Infine, sconsigliate quelle con valvole per lo svuotamento. Usurandosi, creano infiltrazioni d’acqua.

Utilizzo e manutenzione
Non appena acquistata, la prima operazione da effettuare è la rimozione dei residui che si depositano sulle lenti durante i processi di lavorazione. Questi causano fastidiosissimi appannamenti.
In commercio si trovano prodotti per la pulizia delle lenti da utilizzare prima di ogni immersione.
Tuttavia, si può intervenire anche in modo casalingo, servendosi di prodotti non nocivi al nostro organismo come sgrassatori, dentifricio, o il vecchio sistema dello sfregamento della patata. Se queste operazioni non dovessero essere sufficienti, dopo aver accuratamente smontato i vetri, è possibile bruciare i depositi con un accendino. Intervento drastico, ma risolutivo.
E’ buona regola, comunque, prima di ogni immersione, cospargere le lenti ancora asciutte di quello che è il più naturale degli antiappannanti: la saliva.
Dopo averla sciacquata e posizionata sul viso, si regola il cinghiolo in modo che non sia ne troppo lenta, ne troppo stretta. Nel primo caso potrebbero verificarsi infiltrazioni d’acqua. Nel secondo, il bordo infastidirebbe il viso compromettendone la comodità.
A fine immersione va sciacquata con acqua dolce e posta ad asciugare in un luogo fresco e ombreggiato.
Và conservata in modo da non subire urti che potrebbero danneggiarne le lenti o il telaio. Nel caso del silicone trasparente è meglio riporla separata dal resto dell’attrezzatura, nella sua custodia, al fine di evitarne l’ingiallimento.

Evoluzioni e curiosità
La maschera, materiali a parte, si è evoluta ben poco dalla sua apparizione.
E’ stato ottimizzato il campo visivo, avvicinando i vetri, il più possibile, al viso e inclinandoli verso il basso. Ne esiste un tipo con l’inclinazione regolabile. Invece, in alcuni modelli, sono stati posizionati sul telaio, vetri laterali ed addirittura inferiori.
La possibilità di sostituire le lenti con quelle graduate, o applicane aggiuntive a quelle esistenti, ne ha reso possibile l’utilizzo anche a coloro che hanno problemi di vista.
oceanic-hud.jpgUna delle ultime novità è quella del computer integrato. Applicato nel telaio, dà la possibilità al sub di tenerlo sotto controllo senza dover fare alcun movimento. E’comunque opportuno utilizzare un secondo computer di emergenza da portare al polso.  
Esistono varianti della maschera utilizzate per scopi professionali: una di queste è quella “gran facciale”, in cui il bordo copre il viso per intero. Alcuni modelli sono predisposti per un sistema di neptune2.jpgneptune2.jpgneputune1.jpgneputune1.jpgcomunicazione. La bocca resta libera dall’erogatore, ed è quindi possibile dialogare neptune2.jpgneptune2.jpgtranquillamente col compagno o con la superficie. Spesso viene utilizzata dai video operatori sub, che possono commentare in prima persona le immagini durante le riprese. Non bisogna mai dimenticare di portare con se una maschera di emergenza, da adoperare nel caso di un malfunzionamento dell’erogatore principale.
Nell’ambito della subacquea professionale, lo strumento visivo utilizzato è il casco Kirby Morgan.
Esiste nella versione integrale e light. Nel secondo caso è molto simile ad un gran facciale, con la parte posteriore chiusa da un cappuccio in neoprene.
Al suo interno ha le predisposizioni per applicare il sistema di comunicazione, ed un meccanismo,  comandabile dall’esterno, che consente di tappare il naso per effettuare le manovre di compensazione. E’ collegato con “l’ombelicale” direttamente con la superficie, tramite il quale il sub viene rifornito di aria. Mediante una manopola laterale, in caso di emergenza, è possibile aprire il collegamento con una piccola bombola di emergenza, portata dal sub. Infine, un secondo comando apre un flusso d’aria sul vetro, utilizzato per disappannarlo.

© P.f.d.

Per approfondire l’argomento della visione sub:

Osservare sott’acqua 

Il blu del mare