Ritorno alla Secca della Formica

settembre 6, 2007

Da istruttore, così come compagno d’immersione, ho la tendenza a sentirmi responsabile di chi scende con me, rivolgendogli una considerevole attenzione qualunque sia il suo livello di preparazione. Per quanto lo faccia in modo molto discreto, questo, spesso, mi porta a non avere col “mio mare” il rapporto che vorrei.
Per questo motivo, ogni tanto, scatta la voglia di organizzare un’immersione “mia”, che vada al di là del semplice contatto con le splendide forme di vita acquatiche. Non che questo non sia appagante, ma quello che mi spinge a caricarmi di notevoli e pesanti volumi d’attrezzatura, alzarmi presto la domenica mattina dopo una settimana di lavoro, va ben oltre: “ascoltare” le emozioni e le sensazioni che un tuffo nel blu regala. La ricerca di un contatto interiore con l’elemento mare diventa in alcuni momenti una necessità fisiologica e mentale di cui non riesco a fare a meno.
Decido di accettare l’invito di “Fofò”, Alfonso Santoro, e tornare a tuffarmi alla Secca della Formica, appoggiandomi al suo diving: il Blue Shark. Non ho ben capito se abbia intenzione di fare un’immersione insieme. Valuto la possibilità di scendere da solo, nell’eventualità Alfonso debba gestire qualche gruppo.
Non sono assolutamente un fautore dell’immersione in solitaria, anzi, esattamente il contrario: questa, soprattutto se profonda e con decompressione, richiede una grande esperienza, preparazione tecnica e psichica. E’necessario saper gestire lo stress, che in una situazione d’emergenza, trasformandosi in panico, porterebbe a compiere gesti inconsulti, pericolosi per la nostra incolumità. Sott’acqua può succedere di tutto. L’esperienza mette in condizione di poter prevedere eventi negativi, ponendosi in anticipo domande a cui trovare soluzioni. Il risultato è un’attrezzatura personalizzata, che consenta di fronteggiare qualunque evenienza.
Sono necessarie notevoli scorte d’aria, e di eventuali miscele, per evitare le conseguenze negative di una risalita di emergenza.
Generalmente, un sub in configurazione tecnica diventa simile ad un albero di natale, addobbato con bombole, bomboline, e svariati accessori subacquei!
La sera prima dell’immersione mi dedico all’assemblaggio ed al controllo dell’attrezzatura.
Comincio dal bibo a bombole separate: per quanto sia più ingombrante e pesante di un semplice monobombola, è molto più stabile sulle spalle, meno sporgente, ed il posizionamento dei rubinetti offre una migliore presa nel caso sorga la necessità di doverne azionare uno. In questa configurazione ogni bombola è dotata del suo erogatore, manometro e frusta gav. Garantendo così il massimo della sicurezza, perchè, nel caso di un guasto ad uno dei due sistemi, si continuerà ad avere la piena disponibilità dell’altro. Bisogna tener presente che, in immersione, si deve respirare alternando la fonte d’aria, per mantenerne sempre uguale la scorta nelle bombole.
Predispongo le due bombole decompressive da portare attaccate sui fianchi: una caricata con Ean 40 (aria arricchita d’ossigeno fino ad un 40 %), mentre l’altra con ossigeno puro. Queste garantiscono una più rapida e sicura decompressione. Ne utilizzo due in alluminio da 7 lt. Per quanto, a parità di volume, fuori dall’acqua siano più ingombranti e pesanti di quelle in acciaio, in immersione hanno un assetto quasi neutro, consentendo una migliore gestione nel caso debbano essere movimentate. Ognuna di essa ha ben in evidenza l’adesivo che ne indica il contenuto.
Per un calcolo corretto dei tempi di decompressione, l’utilizzo di miscele diverse prevede l’uso di un computer multimiscele. Controllo il settaggio dei parametri del mio.
Carico la cesta con tutto il resto dell’attrezzatura, ricontrollando mentalmente la mia check list per essere sicuro di non dimenticare nulla.
Alle 10 sono al diving con Erika. La solita calorosa accoglienza dello staff predispone positivamente ad una bella immersione. Dopo un affettuoso saluto, Alfonso esordisce: “Se ti va, in modo autonomo e discreto, possiamo fare strada insieme, vorrei farti vedere una cosa che ho trovato tra i cespugli di corallo nero. Poi, se vuoi, ci dividiamo.”
Accetto di buon grado la proposta. I suoi ritrovamenti sono sempre interessanti.
Carico l’attrezzatura sul gommone, saluto Erika, che pazientemente decide di rimanere nella spiaggia antistante il diving, e salgo sull’imbarcazione che in pochi minuti di navigazione raggiungerà il sito d’immersione.
Durante la navigazione compio il mio solito rito: mi isolo mentalmente dall’ambiente circostante, cercando la concentrazione necessaria prima di un’immersione impegnativa.
Indosso i vari elementi dell’equipaggiamento. Posiziono in vita la cintura di zavorra, alla quale aggancio le tasche prima di fissarle sulle cosce. Contengono tutti gli accessori necessari per le emergenze. Indosso i guanti, rigorosamente tagliati in modo da lasciare le dita scoperte per una migliore sensibilità. Piazzo i due computer ai polsi e predispongo maschera, pinne, cappuccio e bombole laterali in modo da poter recuperare il tutto agevolmente dopo aver indossato il pesante gruppo bombole. Come ultima operazione, non meno importante delle altre, apro i rubinetti delle bombole!
Il gommone è già ormeggiato sulla secca. Indosso il resto dell’attrezzatura e vado in acqua. Alfonso dall’imbarcazione mi dice che se voglio lo posso aspettare nel bassofondo sotto il gommone. Scendo, mi posiziono in assetto neutro un metro sopra il fondo, e approfitto dell’attesa per controllare tutto l’equipaggiamento. Provo il cambio dei due erogatori principali, verificandone il posizionamento, così come dei rispettivi manometri. Raggiungo agevolmente gli erogatori di emergenza e il doppio comando del gav. Provo a sganciare e riposizionare le bombole laterali. Stringo per bene l’imbraco del gav e i cinghioli delle pinne quando vedo arrivare il mio compagno d’immersione.
Basta un piccolo gesto, un ok, e cominciamo a pinneggiare verso la parte esterna della secca. Controllo il computer … sono già al secondo minuto d’immersione. Fofò nuota qualche metro sopra di me. Con l’attrezzatura ingombrante che indosso, per riuscire a mantenere un’andatura decente nel nuoto orizzontale, devo cercare di assumere una posizione più idrodinamica possibile. Socchiudo un po’ gli occhi, cerco di visualizzare mentalmente la mia postura e provo a sentire l’acqua che scorre su di me … Vado abbastanza veloce.
All’ottavo minuto d’immersione siamo già ai primi rami di corallo nero, – 52 mt.
Controllo i manometri che indicano la mia scorta d’aria: ognuno segna 150 bar.
Con Alfonso, di tanto in tanto, ci scambiamo qualche occhiata. Non abbiamo bisogno di darci alcun ok. Se qualcosa non dovesse andare bene lo capiremmo dallo sguardo.
Seguo lateralmente il profilo della roccia fino a ritrovarmi nella parte inferiore del piccolo orlo.
Il computer emette un piccolo suono: – 60 mt, decimo minuto d’immersione … E’ scattata la deco.
Continuo a seguire l’orlo al limite della sabbia. Alzo gli occhi cercando il mio compagno d’immersione. Mi fa cenno di raggiungerlo. Risalgo di qualche metro.
-54 mt, undicesimo minuto d’immersione.
Alfonso mi indica qualcosa: il suo occhio esperto e attento è riuscito ad individuare un’esemplare della rara Eunicella Verrucosa. Col suo colore bianco candido, il ramo, alto non più di 30 centimetri, si confonde con quello del vicino corallo nero. Per quanto piccolo, è veramente bello.

Dopo qualche istante, mi comunica che inizia a risalire. Con gesti molto pacati mi fa capire che se voglio soffermarmi un altro poco, posso farlo tranquillamente. Decido di rimanere.
Reprimo l’istinto di chiedergli la scorta d’aria e gli do un ok.
Riguadagno la base dell’orlo e mi giro verso il blu. Scendo qualche metro più giù, seguendo il fondale sabbioso che degrada dolcemente.
-67 mt, dodicesimo minuto d’immersione.
Sono solo … Mi fermo.
Devo mantenere alto il livello di concentrazione. Per quanto sia allenato ai tuffi profondi con l’aria, la narcosi d’azoto potrebbe insinuarsi in modo subdolo. Controllo i manometri: 120 bar … Controllo il computer … Ho una notevole quantità di deco da fare, ma conosco bene il profilo d’immersione. So che i cambi miscela, durante la risalita, la faranno diminuire parecchio.
Mi concentro su me stesso. In assetto neutro, quasi parallelo al fondo, poggio solo le punte delle pinne sul fondale sabbioso inanimato, come per voler mantenere un contatto con la realtà. Seguo con lo sguardo il fondo. Il suo colore, grigio-blu scurisce fino a perdersi in una fascia di blu scuro, quasi nero. Continuo a seguire verso l’alto questa progressione di varianti monocromatiche: il nero torna ad essere blu degradando verso tonalità più chiare.
Cerco la superficie con lo sguardo. Non riesco a vederla, c’è troppa acqua sopra di me …
Torno a concentrarmi sulla fascia scura, che come l’orizzonte, separa otticamente due elementi che si fondono l’uno nell’altro. Una striscia di mistero che stuzzica la fantasia e spinge a volerne carpire i segreti, ma allo stesso tempo, l’ignoto, incute timore. Mi viene in mente una definizione: “Il punto di non ritorno”.
Restare sospeso nell’elemento liquido e sentirmi tutt’uno con l’acqua mi da un senso di pace che non riesco a ritrovare in nessun luogo …
Respiro molto lentamente. Anche la mia frequenza cardiaca sembra rallentata. E’ frutto della vasocostrizione periferica indotta dalla pressione, o di una regressione fisiologica e mentale alla nostra origine acquatica?
Sono sempre più solo con me stesso ed i miei pensieri .… Rifletto sulla mia vita e mi dico: “Non devo lasciarmi travolgere dagli eventi negativi, devo reagire, voglio continuare ad inseguire i mie sogni!”
Il tempo… Scorre lentissimo… In questo momento è solo una definizione legata a quel punto di contatto tra le mie pinne ed il fondo.
La dilatazione temporale potrebbe essere il frutto di una leggera forma narcotica alla quale, a quella profondità, nessuno è totalmente indenne. E’questa consapevole autoanalisi a farmi capire di essere perfettamente lucido!
Erika è su che mi aspetta … E’ tempo di risalire.
Mi stacco dal fondo e giro per intraprendere la via del rientro. Guardo il computer mentre scatta il quindicesimo minuto d’immersione. Controllo i manometri: 100 bar. Ho consumato veramente poco, non era solo una mia sensazione.
Pinneggio seguendo l’andamento del fondo, cercando di rispettare al massimo la corretta velocità di risalita.
Verso i 34 mt, al diciottesimo minuto, ritrovo alla mia destra Alfonso. Mi fermo e ne approfitto per fare un Deep Stop: un minuto di sosta. Ci scambiamo un paio di segnali e proseguiamo verso la superficie insieme.
-29 mt, ventesimo minuto d’immersione.
Cambio erogatore e comincio a respirare l’Ean 40 dalla bombola che porto sul fianco sinistro.
Imposto la miscela sul computer. Il tempo deco di 20 minuti dopo poco diminuisce a 12.
Continuiamo a risalire un po’ più lentamente verso le tappe deco.
-5 mt, trentesimo minuto d’immersione.
Levo la protezione dal boccaglio dell’erogatore dell’ossigeno, necessaria per evitare che qualcuno, magari in preda al panico dettato da un’emergenza, possa maldestramente utilizzarlo ad una profondità errata, e comincio a respirarlo.
Cambio la miscela sul computer che, alla fine, mi indica solo 6 minuti di decompressione.
Poco sotto di me Alfonso è alle prese con un grosso polpo che, giocando, gli si è avvinghiato su per il braccio. Lo carezza con delicatezza, finché l’animale decide di mollare la presa e recuperare il fondo, il suo habitat naturale.
Quando mi raggiunge, ha ancora 10 minuti di deco da fare, mentre a me ne restano solo 4. Decido di prolungare la mia e restare con lui. Un po’ di desaturazione in più ad ossigeno puro non può farmi che bene. Oltretutto è stato un compagno perfetto per quest’immersione.
Finita la deco risaliamo sul gommone dove, oltre ai gruppi condotti professionalmente dal suo staff, ci sono dei nuovi ospiti: tre sub di un altro diving. Rimaniamo esterrefatti quando, accompagnandoli alla loro imbarcazione, ci rendiamo conto che all’appello della guida ne mancava uno soltanto! I nostri sguardi non hanno bisogno di commenti…
Appena giunto al diving, mentre abbraccio Erika, penso ai miei due figli. Getto un occhio al “mio mare” e penso: “Loro m’impongono di continuare ad inseguire i miei sogni … Ma con i piedi per terra!”
15/07/07
Testo © P.f.d.
Foto © G.d.M.

 


Immersione alla Secca della Formica

settembre 6, 2007

Dopo due settimane d’inattività, a causa di una forma d’otite acuta, il desiderio di tornare nel blu è molto forte. Appena ricevuto il consenso dell’otorino, la prima meta a cui penso è la Secca della Formica, un luogo sempre fonte di sorprese. Nonostante centinaia d’immersioni, l’idea di ritornarvi è in ogni modo allettante.
Da quando è stata dichiarata riserva archeologica, si è popolata di specie ittiche, normalmente molto diffidenti, che sembrano avere fatto l’abitudine alla presenza del subacqueo, lasciandosi osservare senza che si diano ad una fuga precipitosa.
Decido di organizzarmi appoggiandomi al diving di un mio caro e vecchio amico: Fofò, sub “vecchia maniera”, profondo conoscitore della zona. Come pochi sanno fare, in acqua, riesce a comunicare ed infondere un notevole senso di sicurezza. Le sue movenze, frutto di tanti anni di esperienza, sono sempre in perfetta armonia con l’elemento acqua che lo circonda.
Giunti al diving, con Erika e Francesco, il mio compagno d’immersione, l’accoglienza dello staff è  splendida come sempre. Fofò non esita a farmi vedere con orgoglio un articolo sul giornale locale. Vi è pubblicata una sua foto che ritrae Salvo, un socio della struttura che mi ospita, ed elemento del nucleo sommozzatori della Polizia di Stato, nel momento del ritrovamento di un’anfora risalente a 2300 anni fa. E’ uno di quegli eventi che, ben lontani dall’implicare fama e gloria, colorano la carriera di un sub di grandi soddisfazioni personali.
Tra una battuta e l’altra inizia il rito dell’assemblaggio dell’attrezzatura. Ho deciso di scendere in configurazione non molto pesante, con un monobombola da 15 lt sulle spalle, senza tralasciare quelle che ritengo dotazioni d’emergenza essenziali: doppio computer, maschera d’emergenza, doppio sistema di taglio, pallone d’emergenza, ecc … Compreso il mio fido ed inseparabile bombolino da 7 lt.
Francesco scende con un più capiente 18 lt. Corsi a parte, non abbiamo fatto molte immersioni insieme. Ma ha sempre dimostrato molta attenzione e meticolosità, osservanza dei limiti, buona acquaticità ed un ottimo autocontrollo in situazioni difficili.
Sistemata l’attrezzatura sul gommone e salutata Erika, che ha deciso di rimanere a godersi il sole sul molo della vecchia tonnara di Solanto, ci dirigiamo a velocità di crociera verso la Secca della Formica, raggiungendola in pochi minuti di navigazione. Il mezzo è assicurato su una della due grosse cime predisposte per l’ormeggio: per la tutela del sito è vietato l’utilizzo dell’ancora.
Sull’imbarcazione vi sono altri due gruppi di sub. Dal breafing delle guide percepisco che uno di loro ha intenzione di raggiungere la mia stessa meta.
Indosso il gruppo sul gommone, comunicando al mio compagno la posizione dell’erogatore d’emergenza. Aggancio la bombola d’emergenza sul fianco e vado in acqua. Francesco mi passa la sua bombola e, appena pronto, ci dirigiamo poco più avanti, verso il secondo sommo della secca. Gli altri sub sono già scomparsi sotto la superficie, quando ci diamo l’ok per andare giù anche noi. Sotto il pelo dell’acqua mi concentro sull’orecchio appena guarito. Dopo aver appurato che la manovra di compensazione funziona alla perfezione e senza alcun fastidio, mi dirigo verso la meta. Per raggiungerla dobbiamo percorrere un po’ di strada. Farlo sul fondo ci porterebbe ad un assorbimento d’azoto molto elevato. Quindi preferisco mantenermi ad una profondità di 25-30 metri seguendo il lato sinistro della secca.
Arrivati ad un masso che conosco bene, prima di doppiarlo e seguirne il fianco che precipita verso il fondo, chiedo a Francesco se tutto è ok. Contraccambia il mio segnale e proseguiamo.
Scendiamo lungo la parete adornata di splendidi rami di gorgonie. Col faro ne illumino qualcuna per restituirle il suo splendido colore rosso.
Verso i 45 mt una grossa spugna attira la nostra attenzione. Riconosco la sua forma a calice, ma di queste dimensioni non ne vedevo da tanti anni. Altezza e diametro raggiungono circa gli 80 cm.
Proseguiamo seguendo il fondale che adesso degrada dolcemente. Dalla sabbia fanno capolino altre forme di spugne. Mi soffermo su una di color arancio a forma di cuscino e, poco più avanti, ve ne sono di color lilla a forma di tubercolini.
– 48 mt: ottavo minuto d’immersione.
Francesco, poco distante da me, osserva altri organismi. I suoi movimenti sono composti e rilassati. Il ritmo respiratorio correttamente cadenzato. Si mantiene ad una distanza corretta con un ottimo assetto. Mi avvicino a lui e, col segnale prestabilito, gli chiedo di comunicarmi la sua riserva d’aria. Con gesti molto tranquilli controlla il manometro, comunicandomi i suoi 160 bar, e mi chiede se con l’orecchio va tutto bene. La mia risposta positiva lo fa sorridere … ma non per l’effetto della narcosi d’azoto!
Gli faccio cenno di proseguire e, mentre giro per riprendere la direzione, mi accorgo che si sofferma a controllare il computer. Tiene sotto controllo l’immersione: è un segnale positivo. Al contrario, molti sub, quando scendono con guide o in compagnia d’istruttori, tendono a trascurare gli strumenti, fidandosi del controllo di chi li accompagna. Non considerano che un istruttore è un essere umano, e come tale non è infallibile.
Poco oltre, una cima totalmente ricoperta da spugne ed altri organismi, che si protende per la sua lunghezza verso la superficie, m’indica che sono vicinissimo alla meta.
Sott’acqua non esistono strade o cartelli. Con l’esperienza si acquisisce l’attitudine all’orientamento subacqueo. Si cominciano a memorizzare istintivamente la conformazione del fondale, l’andamento, scogli, elementi naturali e artificiali riconoscibili, e quant’altro può tornare utile per ritrovare siti di particolare interesse. Senza trascurare che bisogna saper tornare alla propria imbarcazione!
-52 mt: undicesimo minuto d’immersione.
Lo sperone di roccia ricoperto da un gruppo di cespugli bianchi è davanti a noi. Le punte ondeggiano nel lieve movimento dell’acqua come candide piume. E’ il corallo nero. Sotto il bianco cenosarco si nasconde un fusto nero come l’ebano. Ci avviciniamo per osservarlo: piccolissimi polipi si protendono dal fusto per carpire all’acqua il nutrimento di cui hanno bisogno per accrescere la base su cui vivono.
L’osservo come se fosse la prima volta … Lo sguardo di Francesco esprime il mio stesso stupore.
-54 mt, tredicesimo minuto d’immersione: è tempo di risalire. Il computer segna 10 minuti di decompressione. Faccio cenno al mio compagno d’immersione e, senza esitare, c’incamminiamo verso la via del rientro.
Durante la discesa ho notato la presenza di poco pesce. Decido di seguire il fianco destro della secca. La presenza di una corrente un po più sostenuta, su questo versante, potrebbe regalarci qualche altra emozione.
-24 mt. Noto un paio di tane di polpo vuote … La terza è abitata. L’inquilino è molto grosso, peserà almeno un paio di chili. Ci soffermiamo. Il polpo accenna ad uscire incuriosito, provo ad accarezzarlo, ma si ritrae nella tana proteggendosi con il cumulo di pietre predisposte a mo di barricata.
Oltre alla curiosità, lo scopo è quello di fare un deep stop: un minuto di sosta, ad una quota intermedia rispetto alla profondità massima raggiunta, favorirà la nostra desaturazione.
Riprendiamo la risalita, e appena doppiato uno scoglio, a 18 mt, una gran quantità di pesce interrompe il nostro cammino. La mia scelta di risalire sul lato destro della secca è risultata corretta… Saraghi Pizzuti e Maggiori, splendide Orate e Dentici continuano a cibarsi incuranti della nostra presenza. Tutti di grossa taglia, che superano abbondantemente il chilo di peso … che meraviglia!
Cercando di disturbare il meno possibile questo splendido spettacolo, proseguiamo verso i 3 mt, dove effettueremo la nostra decompressione. Sono solo pochi minuti … Ma già non vedo l’ora di tornare al diving, riabbracciare la mia Erika, e raccontarle la splendida immersione.
08/07/2007testo e foto © P.f.d.

 


Domenica full day alla Secca del Corallo

agosto 27, 2007

Domenica mattina appuntamento al diving ore 8:00.

Alle 7:30, insieme agli altri ragazzi dello staff, stiamo già caricando le bombole sul gommone.

Abbiamo due gruppi da portare in acqua. La previsione, se il mare tiene, è di fare due immersioni.

Il giorno prima, un leggero venticello di maestrale aveva messo in forse l’esito della giornata.

Io gestirò il mio solito gruppetto di profondisti, tutti miei allievi in corsi tecnici mentre R. porterà in acqua un gruppo di sub ricreativi.

Tutti arrivano puntuali.

Sistemiamo attrezzatura personale e proprietari a bordo e molliamo gli ormeggi.

Appena fuori dal porto, mettiamo il motore del grosso gommone a velocità di crociera per dirigerci verso la meta delle nostre immersioni.

Un po’ d’onda lunga, residuo del maestrale del giorno precedente rallenta la navigazione. Oltretutto siamo molto pesanti: 18 persone a bordo di cui 14 sub. Ogni sub ha bombole doppie.

Io e qualcuno del mio gruppo, per la prima immersione, la più profonda, abbiamo bombolini d’emergenza e bombole con miscele iperossigenate per la deco.

I 40 minuti di navigazione passano velocemente scherzando e montando l’attrezzatura.

Secca del corallo

Alle 10,00 il gommone è ormeggiato sulla “secca del corallo”.

Prima di indossare le mute faccio un breafing unificato per i due gruppi. Solo io e una ragazza che scende con me conosciamo l’immersione.

L’altra guida seguirà esattamente le mie istruzioni per condurre l’immersione.

“Siamo ormeggiati su un fondale di circa 18-20 metri.

La secca è una piccola montagna circolare che s’innalza da un fondale di circa 50 mt.

Scenderemo tutti insieme lungo la cima dell’ancora fino al sommo della secca.

R., davanti al suo gruppo, seguirà il mio e insieme ci dirigeremo verso il versante Nord-Ovest e da lì scenderemo lungo la parete.

Ai 30 mt i due gruppi si separeranno: R. si fermerà, mantenendo quella quota, mentre io proseguirò verso il fondo.

sub0154.jpgGireremo attorno alla secca andando verso destra. E’ la parte più ricca perché più battuta dalla corrente. Vi sono grossi ventagli di gorgonie che ricoprono la parete.

Stiamo molto attenti: in alcuni punti reti a strascico abbandonate possono diventare un rischio.

Raggiunto il versante Est cominceremo la risalita.

Adesso ripassiamo i segnali e poi cominciamo a vestirci”.

Per quanto le nostre attrezzature sono più abbondanti e pesanti, col mio gruppo siamo i primi ad entrare in acqua e ci troviamo costretti ad aspettare gli altri.

A pelo d’acqua guardo verso il fondo e ho una brutta sorpresa: l’acqua è molto torbida.

Appena gli altri ci raggiungono in acqua chiedo l’attenzione del gruppo:

“Ragazzi, la visibilità è pessima e scendendo la situazione potrebbe peggiorare. Restiamo vicini, quasi a contatto con il nostro compagno e con chi ci precede.

Prestiamo maggiore attenzione alle reti e teniamo a portata di mano le torce per eventuali segnali.

Facciamo il solito controllo di coppia e poi scendiamo”.

Dopo qualche istante ci scambiamo un ok generale e giù.

Arrivati all’ancora i gruppi sono abbastanza ordinati e compatti, quindi proseguo.

Una fenditura nella roccia, simile ad un canyon in miniatura, m’indica la strada da seguire.

L’acqua, a causa della sospensione, ha un colore verdastro.

Mi giro spesso per controllare che il gruppo mi segua.

Arrivo all’orlo.

Conoscendo le mie abitudini, i miei allievi mi anticipano facendomi segno d’essere pronti per la discesa.

Come previsto, scendendo la visibilità peggiora: l’ambiente è molto cupo.

Un’occhiata al computer: indica gia 35 mt.

Mi fermo per controllare dietro di me: R. ha già fermato la discesa del suo gruppo cominciando a girare attorno alla secca.

I miei mi lanciano un ok e continuo a scendere.

Arrivo sul fondo: 49 mt.

sub0512.jpgAccendo il faro e comincio a guardare con molta attenzione in tutti gli anfratti. Cerco quello che da il nome alla secca: il corallo. Ricordo che quando feci la prima immersione in questo posto ne trovavi parecchio. Di anni ne sono passati tanti e considerando quanti subacquei con pochi scrupoli hanno portato con loro un ricordino, non mi stupisco del risultato…Adesso sei fortunato se riesci a trovarne qualche rametto.

Grossi ventagli di gorgonie adornano la parete.

Due lunghe antenne! Una grossa aragosta attira la mia attenzione: illumino la parete e accanto a lei scorgo un grosso scorfano mimetizzato tra le spugne multicolori che ricoprono la roccia.

Dirigo il fascio luminoso in un piccola grotta poco più avanti: eccolo!

Lo indico ai ragazzi. Molti di loro non lo hanno mai visto.

Se ripenso alle dimensioni dei rami del corallo ai tempi della febbre dell’oro rosso, quei rametti sembrano quasi ridicoli. Mentre per loro è un evento eccezionale.

Effettivamente, vedere quei rametti rossi ricoperti di polipi, simili a candidi fiorellini, è un’emozione unica, soprattutto se si pensa che per raggiungere quei pochi centimetri di dimensione ci sono voluti decine di anni…

sub0431.jpgIl tempo scorre. Richiamo l’attenzione del gruppo e faccio cenno di proseguire cominciando a risalire.

Riprendo a pinneggiare quando, dietro uno sperone di roccia, scorgo il muso di una grossa cernia bianca. Anche lei è diventata una rarità. La sua nota diffidenza la fa svanire velocemente nel torbido. Solo la coppia dietro di me riesce a vederla.

E’ tempo di risalire: i computer indicano già 18 minuti di decompressione.

Durante la risalita godiamo ancora di spettacoli unici: vecchie reti abbandonate creano dei disegni simili a sculture d’arte moderna. Per fortuna sono ricoperte di fitta vegetazione e non sono più un pericolo per gli incauti pesci.

Aragoste, murene, grossi spirografi e simpatici paguri che portano a spasso anemoni sul loro guscio, attirano continuamente la nostra attenzione.

Siamo quasi sul sommo della secca quando una brusca fuga di piccoli pesci mi indica la presenza di qualche grosso predatore. Faccio cenno al mio seguito di guardare nella loro direzione: due grossi dentici, almeno 10 kg ognuno, cacciano indisturbati.

Proseguiamo verso le tappe deco.

Lungo la cima nuvole di castagnole e piccole occhiate si a prono al nostro passaggio.

Arrivati alla prima sosta mi rendo conto che del gruppo di ricreativi non c’è nessuna traccia. Saranno già a prendere il sole sul gommone.

Abbiamo difficoltà a restare vicini alla cima dell’ancora e allora siamo costretti ad usare la John line (una cima o similare usata come vincolo).

Matite in mano, già sott’acqua, tramite piccole lavagnette, cominciano i commenti positivi sull’immersione. Tutti sono d’accordo: anche se la visibilità era pessima, l’immersione è stata entusiasmante. Concordo con loro.

Finita la deco usciamo dall’acqua col sorriso sulle labbra.

Sul gommone evitiamo qualsiasi commento. Ho sempre raccomandato ai miei allievi di non farne davanti a sub non abilitati a questo tipo di immersioni.

Ci ormeggiamo vicino lo scoglio al centro di cala rossa.

Le due ore di intervallo previste tra le due immersioni passano velocemente. A parte qualche raro caso, solitamente i sub sono di buona compagnia.

Nel frattempo abbiamo già effettuato il cambio della bombola. Siamo pronti per spostarci per la seconda immersione.

Parete sinistra di cala rossa

Ormeggiato il gommone faccio il breafing:

“Siamo ancorati su uno scoglio a circa 6 mt sotto il pelo dell’acqua.

In quest’immersione scenderemo tutti insieme. Rispetteremo sempre l’ordine della prima immersione con la differenza che stavolta R. chiuderà il gruppo.

Appena a sinistra dell’ancora, un canalone abbastanza largo da consentirci il passaggio in fila in coppie ci condurrà su un pianoro a  22 mt.

Seguendo la parete che ci troveremo alla nostra sinistra proseguiremo fino a raggiungere una profondità di 32 mt.

Anche in questa immersione le reti abbandonate devono tenere alto il livello della nostra attenzione. Essendo molto vicini alla costa è possibile trovare anche qualche lenza, ancora più insidiosa in quanto difficile da vedere, soprattutto se dovessimo trovare scarsa visibilità anche qua.

Girando sempre a sinistra un altro canalone che risale ci porterà direttamente al punto di partenza.

La permanenza alla massima profondità sarà molto breve per non accumulare decompressione. Abbiamo ancora azoto residuo della precedente immersione.

Nel punto più esterno vedremo gorgonie di notevoli dimensioni, alcionari e alla base della parete diversi cerianthus multicolori”.

Indossate le mute e messi fuoribordo i gruppi bombole, tutti in acqua per il rito della vestizione e controlli di coppia.

Tutti pronti ….. Il classico ok e giù.

L’acqua è un po’ più limpida. Sarà più facile riuscire a tenere d’occhio tutto il gruppo.

Imbocco il canalone e velocemente siamo già al primo gradone. Giro verso sinistra lungo la parete e becco la prima lenza che taglio prontamente.

Una splendida aragosta si ritira nella sua tana al nostro passaggio.

sub0160.jpgQualche metro più giù splendidi rami di gorgonie ricoprono la parete. Alcuni pezzi di reti abbandonate rendono più suggestivo il paesaggio.

Arriviamo alla base della parete e come previsto bellissimi alcionari tra cerianthus di svariati colori rendono quel punto splendido.

Do un’occhiata al computer: siamo molto vicini alla fine del “no deco time” e devo far risalire velocemente il gruppo.

Intravedo dietro uno scoglio una grossa cernia …. Faccio finta di non vederla: non vorrei che a qualcuno venga la felice idea di andare oltre incuriosito.

Comincio a risalire girando attorno al grande scoglio. Imbocco il canalone che risale. Le pareti poco battute dalla corrente sono molto più brulle, anche se poco più avanti questa è totalmente ricoperta da astroides: una madrepora incrostante con polipi arancione intenso.

Per fortuna il gruppo e molto ordinato e i tempi vengono rispettati alla perfezione.

Tornati alla cima dell’ancora facciamo una sosta di sicurezza di 3 minuti a 5 mt.

Fuori dall’acqua tutti sono molto contenti per la bella immersione …..

Ringrazio il gruppo per la loro correttezza in acqua.

E’ stata veramente una bella giornata, ma non tutte le ciambelle riescono col buco …

Al rientro una pompa della benzina del grosso motore decide di guastarsi !! Dobbiamo aspettare l’altro gommone del diving che venga a rimorchiarci.

Per fortuna ho con me la chitarra e il tempo passa comunque in allegria!

   

 


Ricordi narcotici

agosto 27, 2007

L’aria, linfa vitale d’ogni essere vivente, per la sua composizione è sempre stato il cruccio degli amanti del profondismo subacqueo.

Ambedue i componenti primari, ossigeno 21% e azoto 79%, possono rappresentare due seri problemi ad elevate profondità.

L’azoto, gas inerte, termine scientifico che sostituisce “inutile” in quanto non prende parte a nessun processo metabolico, è causa di quella che viene chiamata “ebbrezza di profondità”. Più tecnicamente “narcosi d’azoto”.

In poche parole: sott’acqua la pressione varia molto più rapidamente che non nell’atmosfera; poiché un sub respira aria alla stessa pressione dell’ambiente in cui si trova, a 50 mt, per esempio, respirerà una quantità d’aria sei volte superiore di quella che normalmente si utilizza.

L’azoto, assunto in quantità elevate, causa alterazioni delle trasmissioni del sistema nervoso.

Insomma, come fuori dall’acqua “in vino veritas”, sott’acqua “in azoto veritas”!

Non a caso questo fenomeno fisiologico è chiamato dagli americani “effetto martini”.

La cosa più simpatica di una bella sbornia d’azoto sta nei postumi: una volta usciti dall’acqua dopo un’immersione sono totalmente inesistenti, a differenza di quelli di una “sana” ubriacatura da alcol!

Scherzi a parte,se non si è ben preparati ad affrontarla, questa, potrebbe causare seri problemi.

Si manifesta in modo sensibile intorno ai 40 mt e può essere amplificata dallo stress della tipologia dell’immersione o da eventuali situazioni negative che possono presentarsi durante la stessa.

Le sintomatologie sono varie e spesso contrastanti: dall’euforia e troppa sicurezza di se a senso d’oppressione e annebbiamento dei riflessi.
Un sub profondista acquisisce col tempo una sorta d’assuefazione alla narcosi e un’esperienza che fa sviluppare delle tecniche per riuscire a contrastarla.Un’immersione molto ambita dai sub locali è quella sul relitto dell’aereo vicino Sferracavallo.
Uno Junker B52 tedesco della seconda guerra mondiale, abbattuto vicino la costa e inabissatosi in un fondale pianeggiante e sabbioso a circa 47 mt.
Ricordo ancora, anche se la cruda realtà mi dice che sono passati poco più di vent’anni, la mia prima sbornia sullo “Junker”…
Durante un’immersione, così come nella vita, la mancanza di punti di riferimento crea una situazione di stress molto elevata: sei disorientato.
La stessa cima utilizzata per la discesa è troppo esigua perché dia sicurezza. Anche se rappresenta la via del ritorno,visivamente, è una linea sottile che si perde nel blu.
L’immersione sull’aereo è destinata a sub esperti dotati di ridondanti sistemi di sicurezza.
Oggi, solo dopo averne verificato l’esperienza e la preparazione, porto piccoli gruppi a visitare l’aereo.
Di recente, un mio amico sub, diventato poi mio allievo in corsi di subacquea tecnica, è riuscito ad estorcermi l’immersione tanto ambita.
Non aveva esperienza in immersioni di questo tipo. Per fortuna decisi di scendere solo con lui.
Solito appuntamento al diving ore 9,00.
Una buona guida sub intuisce cosa l’aspetta durante l’immersione dal comportamento della persona già fuori dall’acqua, durante il montaggio dell’attrezzatura.
G. quel giorno era più frenetico del solito. E’ sempre stato un sub molto attento, ma quel giorno era snervante. Guardava e ricontrollava l’attrezzatura come non aveva mai fatto.
Mi chiese una quantità di volte inaudita come si sarebbe svolta l’immersione.
Pochi minuti di navigazione e l’ancora della cima di discesa sprofonda velocemente verso i 47 mt, sul punto indicato dal GPS.

Siamo molto fortunati: il mare è splendido e la cima perfettamente verticale indica la totale assenza di corrente.

Indossate le bombole e agganciati i bombolini d’emergenza ai fianchi, siamo pronti per andare a fare visita ad un pezzettino di storia.

Dopo il classico controllo a pelo d’acqua, un ok e cominciamo a scendere.

Durante la discesa cerco il più possibile di guardare G. in viso. Devo cercare di prevenire ogni possibile problema.

La cima scorre veloce davanti ai nostri occhi. Tutto sembra andare per il meglio.

Guardo il computer, segna 32 mt, continuiamo a scendere.

36 mt…L’espressione di G. comincia a cambiare: qualcosa non va…

38 mt… G. si blocca e comincia a farmi dei gesti esagitati: fa un segnale che indica vertigini.

In un attimo lo vedo schizzare pinneggiando e tirandosi alla cima verso la superficie.

Devo riuscire a rallentare la sua risalita cercando di fargli riprendere il controllo della situazione.

Gli sto davanti alla stessa velocità. Stiamo andando troppo veloci. Sento i bip dei computer che segnalano il superamento della corretta velocità di risalita.

dscn0412.JPGLa situazione sta diventando pericolosa.

Cerco in tutti i modi di segnalargli di rallentare e di calmarsi.

Siamo già risaliti ai 20 mt.

In modo brusco lo afferro per il giubbotto equilibratore e lo blocco in maniera un po’ violenta.

Lo scossone lo fa ritornare in se. Mi fa cenno che tutto è ok.

Dopo qualche istante mi segnala che vuole riprovare a scendere.

Ricominciamo a scendere molto più lentamente guardandoci negli occhi.

Stavolta và molto meglio: ai 40 mt mi segnala che tutto è ok. Lo vedo molto più sereno…forse troppo. Devo tenerlo ancora di più sotto controllo.

Vediamo la sagoma dell’aereo.

Adagiato pancia all’aria su un pianoro sabbioso fa una strana impressione.

Anche dopo tante immersioni è sempre emozionante vederlo dall’alto.

Ci avviciniamo sempre più.

La cima arriva proprio accanto ad una delle ali.

Come una piccola oasi nel deserto è molto popolato.

Vedo le due grosse cernie che hanno fatto dei fori dei carrelli la loro tana. A volte le becco anche sotto le ali.

Però oggi la mia attenzione è tutta su G. E’ troppo euforico…Anziché dirigersi verso l’aereo và verso la sabbia. Lo seguo senza fargli capire che lo tengo sotto stretto controllo.

Arrivato sul fondo comincia ad infilare le dita nella sabbia come un bimbo che la tocca per la prima volta!

Mi guarda: dietro l’erogatore sorride.

Con molta cautela cerco di dirigerlo verso il relitto.

Devo riuscire a riportare la sua attenzione sull’immersione. E’ l’unico sistema per distoglierlo da questo stato euforico.

Vicino al relitto con la punta dell’indice sfiora la punta dell’elica…

Lo chiamo. Col faro acceso gli segnalo un grosso gronco che fa capolino tra i rottami di uno dei motori. Accanto c’è una grossa murena e sotto il motore due lunghe antenne segnalano la presenza di un’aragosta.

G. adesso sembra molto più presente. Ha ripreso il controllo dell’immersione.

Gli segnalo di tornare verso la cima per cominciare la lenta risalita.

Ai 28 mt ci fermiamo un minuto per fare una sosta di sicurezza. I computer ci segnalano undici minuti di decompressione.

Comincio a respirare dal bombolino che ho sul fianco. Contiene una miscela iperossigenata che favorisce lo smaltimento dell’azoto.

Cambio miscela respiratoria sul computer e il tempo di decompressione diminuisce a 6 minuti.

G. continua a respirare aria. Non ha i brevetti che gli consentono l’uso di miscele respiratorie diverse. Il suo tempo deco resta invariato. In ogni modo seguirò il suo profilo d’immersione.

Riprendiamo la risalita verso le tappe deco.

Giunti a 5 mt i minuti di sosta segnalati dal computer cominciano a diminuire. Sono i classici minuti della visualizzazione a posteriori: quelli in cui comici a rivedere i momenti salienti dell’immersione.

Oggi G. ha conosciuto le due facce della “narcosi d’azoto”. E’ passato dal quasi panico all’euforia. Penso che ricorderà molto bene l’esperienza di oggi.

Una frase che ripeto sempre ai miei allievi è: “Non importa il livello del tuo brevetto, ma l’esperienza che hai in acqua”

G. mi segnala di avere finita la deco. Io ho già finito da diversi minuti.

Usciamo dall’acqua. Il barcaiolo ci chiede come sia andata l’immersione. Guardo G. con un sorriso ironico e rispondo: ”Caro R. ho deciso che per le prossime immersioni mi fornirò di nuove attrezzature… Secchiello, palette e formine per giocare con la sabbia!!!”.

testo e foto © P.f.d.