In Italia diecmila specie di fauna marina

giugno 23, 2008

Sono diecimila le specie di fauna marina che popolano il mare italiano. Ad affermarlo è l’ordinario di Ecologia all’Università di Genova, Giulio Relini. Il docente universitario, che è stato anche presidente della Società Italiana di Biologia marina, ha tenuto una lectio magistralis nel corso del Primo Forum regionale sulla balneazione organizzato dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria (Arpacal).
Delle diecimila specie che popolano il mare in Italia, ha spiegato Relini, un migliaio “sono protozoi, un migliaio di alghe, fitoplancton e 250 specie di fitobenthos. Il nostro mare Mediterraneo è un bacino in cui è maggiore la quantità di acqua che viene persa rispetto a quella che arriva dai fiumi. Il Mediterraneo ha caratteristiche peculiari differenti rispetto a tutti gli altri mari, prima di tutto per la temperatura e per una forte differenza tra le temperature estive ed invernali con zone, come l’Adriatico e l’Egeo, in cui le temperature sono relativamente basse: è un mare oligotrofico perchè riceve pochi nutrienti dall’Atlantico e solo dai grandi fiumi europei che in esso sfociano”.
“In base a questo documento – ha detto ancora Relini – è possibile conoscere le specie presenti e pianificare azioni per lo studio e la loro protezione. La protezione della nostra biodiversità marina, e la ricchezza dell’habitat marino, rappresentano un obbligo vitale per le prossime generazioni che vivranno su questa Terra. La conoscenza è propedeutica alla protezione ed alla gestione delle risorse marine”.

Fonte: LaStampa

Annunci

Migliaia di vulcani sottomarini tra Figi e Tonga

giugno 23, 2008

Una spedizione scientifica australiana nel Pacifico meridionale ha scoperto una catena di migliaia di vulcani sottomarini, alcuni alti più di 1000 metri, che possono rappresentare una fonte ricchissima di metalli pregiati.
Il gruppo vulcanico, situato presso il confine oceanico fra le Figi e Tonga, è stato scoperto accidentalmente il mese scorso, dopo che la nave di ricerca Southern Surveyor dell’ente australiano di ricerca Csiro aveva lasciato l’area di studio designata per trasferire a Samoa un marinaio ferito. I vulcani vanno da piccoli coni ad un colosso soprannominato Dugong, largo 50 km alla base e alto 1500 metri, e molto sono attivi.
 La catena si trova lungo il ’cerchio di fuocò del Pacifico, un’area di alta attività sismica, ed eruttano nel mare un fumo nero contenente minerali di ogni genere. Il geologo Richard Arculus dell’università nazionale australiana di Canberra, scienziato capo della spedizione, ritiene che i nuovi vulcani ospitino inconsuete creature marine che non esistono altrove, e abbondino di giacimenti di oro, rame, piombo e zinco.
“Alcune delle caratteristiche assomigliano a quelle delle vesciche vulcaniche che si vedono sulla superficie di Venere. E ci offrono un modello di ciò che è avvenuto milioni di anni fa, per spiegare la formazione di giacimenti minerari che vengono tuttora sfruttati sulla terraferma”, aggiunge. Le compagnie minerarie che hanno sponsorizzato la spedizione sono interessate ai metalli e vorrebbero estrarli.

Fonte: LaStampa


Oceani cresciuti 50% in più di quanto stimato

giugno 23, 2008

Gli oceani si sono riscaldati e si sono alzati molto di più di quanto stimato dagli scienziati Onu. Lo afferma uno studio pubblicato da nature, secondo cui temperatura e volume sono aumentati del 50% in più tra il 1961 e il 2003 rispetto a quanto stimato dall’Ipcc.
 I ricercatori hanno ricalcolato i parametri degli oceani utilizzando anche le misure fatte fino ad una profondità di 700 metri, tenendo conto del contributo di diversi fattori come lo scioglimento dei ghiacciai di montagna, il minore volume di ghiacci di Artide e Antartide e l’espansione dovuta all’aumento della temperatura, ed eliminando errori dovuti agli strumenti. La somma di questi contributi è risultata essere una crescita di 22 millimetri, il 50% più alta di quanto stimato dall’Ipcc. Il maggior contributo è risultato venire dallo scioglimenti di ghiacci e neve, quattro volte più alto di quello dei poli che però è segnalato in rapido aumento negli ultimi anni. “Per la prima volta siamo riusciti a separare i contributi dei singoli processi – spiega Catia Domingues, del Centro perle ricerche sul clima australiano – un puzzle che si cercava di risolvere da dieci anni”.

Fonte: La Stampa


In Calabria primo nido di tartarughe Caretta Caretta

giugno 23, 2008

È la Calabria la regione prescelta dalle tartarughe marine: il 70% delle deposizioni di «Caretta caretta» avviene infatti lungo le coste calabresi. Lo rende noto il Wwf.
«Comincia il periodo di nidificazioni nel Mediterraneo per la Caretta caretta: dopo Grecia, Siria, Libano e Israele – si legge in una nota dell’associazione ambientalista – anche l’Italia dà il benvenuto ai primi nidi delle tartarughe marine quest’anno. È accaduto lungo le coste della Calabria, una regione ricca di spiagge adatte alla nidificazione ma anche tra le più aggredite dal cemento. Risale alla settimana scorsa il primo rinvenimento di un nido di tartarughe Caretta caretta. Il 14 giugno, sul lungomare di San Sostene (in provincia di Catanzaro) alle prime luci dell’alba, un residente del luogo si è accorto della presenza sulla spiaggia di una tartaruga in deposizione e ne ha filmato le ultime fasi.
Del fatto sono stati informati la Guardia Costiera e il Wwf Calabria, che ha immediatamente avvertito i ricercatori del Dipartimento di Ecologia dell’Università della Calabria, da anni impegnati nel più importante progetto di ricerca e conservazione sui siti di nidificazione della tartaruga marina in corso in Italia. Valutata la condizione di estremo rischio del sito di deposizione, gli esperti dell’Università hanno deciso, con l’appoggio della Guardia Costiera e d’accordo con il sindaco di S. Sostene, di traslocare il nido in un sito limitrofo che garantisse le migliori condizioni di idoneità ambientale e di sicurezza per le uova. Per queste ragioni, la sua localizzazione esatta non è stata per ora resa pubblica.
Lo sarà però al momento della schiusa (tra 45 e 70 giorni dopo la deposizione), così che tutti gli interessati possano assistere alla nascita delle piccole tartarughe e condividere con i ricercatori dell’Università e con il Wwf il »magico« evento.
La scoperta del nido è stata l’occasione per il Wwf Italia e l’Università di Calabria di presentare la loro collaborazione per il progetto TartaCare, un programma di ricerca sulla distribuzione e sullo status della tartaruga Caretta caretta lungo le coste ioniche, in collaborazione con le Università di Tor Vergata, di Firenze e di Pisa, e con la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. Il progetto vede coinvolto il Wwf Italia e la sezione regionale dell’Associazione nell’assicurare azioni costanti di conservazione e di sensibilizzazione in un’area che si è rivelata la più importante per la nidificazione della Caretta caretta in Italia, e che va pertanto tutelata.
«La costa ionica della Calabria, inclusa nel tratto costiero da Capo dell’Armi a Capo Bruzzano, ospita il maggior numero di nidi della specie marina in Italia – afferma Antonio Mingozzi, docente del Dipartimento di Ecologia dell’Università di Calabria – negli ultimi 5 anni ben 60 nidi su 86, il 70% dei nidi italiani sono situati in questo tratto costiero, che il Wwf e all’Università di Calabria si impegnano a monitorare e a salvaguardare».
Il programma, attivato nel 2000 dal Dipartimento di Ecologia dell’Università di Calabria, si avvale del contributo del Ministero dell’Ambiente, e dal 2003 ad oggi ha potuto seguire la nascita di 3650 tartarughe.

Fonte: LaStampa


Mulinelli nell’Oceano Artico

giugno 23, 2008

Il mare della Groenlandia all’inizio dello scioglimento primaverile dei ghiacci. I mulinelli bianchi brillanti sul margine dei ghiacci sono disegnati dal ghiaccio rotto dalle onde.

Fonte: Corriere


Socievole è meglio

giugno 17, 2008

Competizione per le risorse e lotta per la sopravvivenza? Non sempre è il modo giusto di affrontare le difficoltà su questo pianeta. Lo dimostrano alcuni organismi marini che si organizzano in gruppi sociali per cooperare a beneficio di tutti. Lo studio, nato da una collaborazione tra microbiologi e biologi computazionali del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Massachusetts Institute of Technology, è stato pubblicato sull’ultimo numero di Science. Martin Polz e Eric Alm evidenziano come questo sia il primo metodo scientifico per differenziare accuratamente per nicchia ecologica e “professione” ampi gruppi di microbi nell’oceano. Una ricerca che potrebbe rivelarsi davvero importante, dal momento che i microrganismi guidano la totalità delle reazioni chimiche di base che avvengono negli oceani.
La maggiore difficoltà nel classificare questi organismi dipende dal fatto che non possono essere studiati “macroscopicamente” come si fa con animali più grandi, né in coltivazioni di laboratorio, perché, in assenza del contorno ecologico naturale, si modifica il loro modo di vivere e organizzarsi in gruppi. Quindi l’unico modo per studiare i batteri marini è di farlo nella loro habitat, un’impresa, però, molto complessa.
I ricercatori hanno semplificato il problema dividendo i numerosi batteri in popolazioni in base all’analisi genica e ai diversi habitat naturali. L’ausilio dell’informatica è stato fondamentale in quanto da appena otto litri d’acqua sono stati isolati mille differenti ceppi di batteri. Scegliendo i geni giusti da usare come traccianti e incrociando le informazioni con quelle sull’habitat preferito, è stato possibile individuare 25 gruppi. Queste colonie interagiscono tra di loro dividendosi i compiti, e traggono reciproco vantaggio delle differenti abilità. Se da una parte questo semplifica il metodo di classificazione, dall’altra fa emergere nuove e inaspettate differenze rispetto alla sistematica tradizionale, che risulta meno precisa: basti pensare che dei 25 gruppi individuati ben 17 risultano attualmente classificati sotto una sola specie. (m.f.)

Fonte: Galileo


La pesca illegale non si ferma

giugno 17, 2008

Ormeggiato al porto siciliano di Porticello-Porto Bagnera, il peschereccio Giuseppina Madre ostenta senza pudore il suo efficientissimo “arsenale” : una decina di chilometri di reti di nylon alte più di trenta metri che in alto mare oscillano sotto l’azione delle correnti e catturano gli animali avvolgendoli tra le sue maglie. Si tratta delle cosiddette spadare, ancora ampiamente utilizzate in Italia per la cattura di tonno e pesce spada, nonostante la normativa europea le abbia messe al bando nel 2002.Di imbarcazioni come quella siciliana Oceana, l’organizzazione internazionale per la conservazione marina, ne ha contate più di un centinaio concentrate per lo più in alcuni porti tra cui Sorrento, Sant’Agata di Militello, Lipari, Ponza, Bagnara Calabra.
Con tanto di foto, questa flotta abusiva è finita in calce al Rapporto “Reti derivanti italiane: la pesca illegale non si ferma” presentato lo scorso 9 giugno a Roma da Oceana insieme all’associazione Marevivo.  Una cinquantina di pagine in cui sono riportati i risultati di tre campagne (2005, 2006, 2007)  nelle acque del Belpaese: a sei anni dall’entrata in vigore della legge il tasso di violazioni  è ancora altissimo e in alcuni dipartimenti marittimi, come Milazzo, il 36 per cento dei pescherecci mantiene a bordo reti derivanti (21 per cento a Palermo, 9 per cento a Reggio Calabria). Evidentemente i compensi ricevuti grazie ai vari “Piani spadare”, oltre 900.000 euro negli ultimi tre anni, per la riconversione ad altre attrezzature non hanno soddisfatto le ambizioni di guadagno dei pescatori, che lamentano un calo medio del 25 per cento del profitto.
I primi sussidi i pescherecci italiani cominciarono a riceverli già nel 1998, quando la guerra alle spadare era appena cominciata e i regolamenti europei imponevano solamente una graduale riduzione della  lunghezza delle reti (fino a 2,5 metri). Ma anche allora la misura massima imposta per legge veniva violata con estrema disinvoltura come denunciava a Galileo Iliaria Ferri degli Animalisti italiani (Il ritorno delle spadare): “In Italia si sono continuate ad usare reti di lunghezza assai superiore fino a 18-20 chilometri, provocando danni gravissimi alla fauna del Mediterraneo”.
Note infatti anche come “muri della morte”, le spadare sono responsabili della cattura accidentale (bycatch) di specie protette come delfini e tartarughe marine e si calcola che 10.000 cetacei muoiano ogni anno impigliati nelle nelle loro trame (Reti fuorilegge ). Tanto che l’Unione Europea si era sentita in dovere di correre ai ripari con l’adozione di alcuni strumenti che aiutassero i delfini a evitare quelle trappole letali, tra cui i tanto criticati dispositivi acustici di dissuasione (cosiddetti “pinger”) a bordo dei pescherecci (Segnaletica per delfini). 
Ma  le spadare non risparmiano neanche gli squali del Mediterraneo, oramai ridotti al lumicino secondo un recente studio italiano pubblicato su “Conservation Biology” (Squali addio): “Non è meno preoccupante la cattura di varie specie di elasmobranchi”, si legge nel Rapporto di Oceana. “Le prove a nostra disposizione indicano che l’abbondanza e la diversità di queste specie nel Mediterraneo è in declino, oltre a trovarsi in uno scenario ben peggiore rispetto al resto delle popolazioni del mondo”.
Inoltre, a rendere insicure le acque italiane contribuiscono altre attrezzature per la pesca, vietate nel resto d’Europa, ma permesse da noi grazie a un decreto ministeriale del 2006. E’ così infatti che da un paio di anni sono riaffiorate dalle acque del Mediterraneo le “ferrettare”, gemelle più piccole delle spadare, che la normativa europea del 2002 accettava solo a  determinate condizioni: uso a una distanza dalla costa inferiore alle tre miglia, lunghezza massima di due chilometri. Il decreto invece ha ampliato i margini: impiego fino a 10 miglia nautiche dalla costa e lunghezza fino a 2,5 metri,  rendendo la “pesca all’italiana” un pericoloso precedente che altri paesi europei potrebbero essere tentati di seguire (Nella rete per distrazione).
Per evitare quindi il rischio che ogni paese possa legiferare a seconda delle proprie esigenze, Oceana chiede innanzitutto al governo italiano di revocare il decreto sulle ferrettare e inoltre invita le istituzioni italiane ad aumentare i controlli nei porti e in mare grazie all’impiego di “scatole nere” che consentano il controllo dell’attività via satellite, a rendere più trasparenti i dati, a esigere il rimborso dei contribuiti percepiti e il ritiro delle licenze in caso di violazioni accertate. Attirandosi, inevitabilmente, le antipatie di tanti pescatori. Si avrà il coraggio di farlo?

Fonte: Galileo

Pensiero dello staff di Mediterraneo…Forse, non si tratta solo di una questione di coraggio. Ma di impegno reale. Purtroppo anni di pesca selvaggia hanno impoverito i nostri mari. Nessuno può dire il contrario. Ma crediamo che debba essere tutelato anche l’onesto pescatore, che si ritrova con l’acqua alla gola e non riesce più a provvedere ai bisogni della famiglie. 
Come al solito, non si cerca di trovare la giusta misura nelle cose.
Lo stato italiano è assente. I soldi dei contribuenti vengono sperperati inutilmente, e non si realizzano mai normative che tutelino pesca e pescatori. Il problema primario, sono le intercettazioni
Siamo daccordo alla regolamentarizzazione. Ma se poi mancano i controlli? Gli onesti pagheranno sempre prezzi troppo alti. Non si può solo vietare. Bisogna proporre valide alternative. Perchè se queste mancano, è ovvio che ci ritroveremo sempre con pescherecci che usano mezzi illegali.
Eppure, nonostante se ne faccia un gran parlare, siamo sempre allo stesso punto…
Riportiamo sotto 2 commenti lasciati all’articolo “Tonno rosso, pesca illegale con aerei tra Malta e Lampedusa” . Esprimono tutto il disagio riguardo al problema. Non possiamo non essere solidali. E’ facile, come scrive Erika, parlare quando si hanno le tasche piene…

“Erika
Non ne possiamo più di tutte le vostre assurdità,noi non possiamo vivere….andate a lavorare piuttosto che disturbare chi lavora onestamente,la nostra pesca non è una pesca “pirata”come la chiamate voi,i nostri genitori rischiano in mare per farci vivere e voi non siete nessuno per ostacolarci.La quota è stata rispettata,adesso non scocciate controllate chi piuttosto non la tiene e non ha neanche il permesso per pescare.Ambientalista fino a un certo punto,non penso che voi non mangiate la carne!Avete le tasche piene,noi non possiamo mangiare….a questo punto dateci voi i soldi per vivere e noi non andiamo più a lavorare,capito?avete messo un paese in ginocchio,quante famiglie ora non possono vivere,lo sapete?!?!è una vergogna

“Milena
Le tonnare di Cetara non sono altro che i sacrifici di una vita…una vita dedita al lavoro .. ma cosa ne sapete voi che non fate niente dalla mattina alla sera ..