“Polo Nord presto libero dai ghiacci”

giugno 26, 2008

Il riscaldamento del pianeta potrebbe essere così veloce che già da quest’anno si rischia di avere il Polo Nord completamente libero dai ghiacci.

L’allarme arriva dal National Geographic che sta seguendo, insieme ad un gruppo di ricercatori canadesi a bordo di un rompighiaccio una missione scientifica al Polo Nord. Proprio le osservazioni dirette fatte dagli scienziati sul campo avrebbero indotto a previsioni allarmanti.

Il sottilissimo strato di ghiaccio stagionale che circonda il Polo Nord geografico potrebbe sciogliersi nei prossimi mesi. La previsione non contraddice i recenti modelli che prevedono lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico fra il 2013 e il 2030. Tuttavia lo scioglimento del sottile strato di ghiaccio stagionale è considerato dai ricercatori come il campanello di allarme sulla portata e la rapidità dei cambiamenti indotti dalle trasformazioni del clima. L’ipotesi si basa su osservazioni dirette e su immagini da satellite che mostrano come l’area che circonda il Polo Nord geografico è composta da un sottile strato di ghiaccio stagionale, che si forma cioè ogni anno in inverno.

Un ghiaccio di questo tipo, ha osservato David Barber, dell’università di Manitoba, tende a sciogliersi più facilmente durante l’estate rispetto allo strato di ghiaccio più spesso e denso che si accumula nell’arco di anni. Vale a dire che «il ghiaccio in prossimità del Polo Nord è più incline a sciogliersi e che, di conseguenza, c’è un’alta probabilità di vedere un Polo Nord libero dai ghiacci», ha osservato anche in una e-mail inviata alla rivista il climatologo Sheldon Drobot, dell’università del Colorado. Ma ci sono anche alte probabilità he il sottile strato di ghiaccio, spinto in direzione del Canada dalla rotazione terrestre, potrebbe anche superare indenne l’estate.

fonte: LaStampa


Dove sparisce l’ozono

giugno 26, 2008

Una grande quantità di ozono, circa il 50 per cento più di quanto predetto dai modelli climatici attualmente a disposizione, viene distrutto nello strato di atmosfera a contatto con l’oceano nella regione dell’Atlantico tropicale. La scoperta, pubblicata su Nature, è il frutto degli studi del National Centre for Atmospheric Science e delle università di York e di Leeds.

Secondo gli autori, coordinati da Lucy Carpenter, la parte dell’atmosfera che interagisce con l’oceano è estremamente importante, sia perché qui l’ozono agisce come gas serra, sia perché la sua distruzione porta alla rimozione del terzo gas serra più diffuso, il metano. Gli studi su questa zona di confine, però, sono stati finora estremamente scarsi, anche per l’inaccessibilità dell’area. Allertati dai dati raccolti nel corso del primo anno di rilevamenti presso l’osservatorio nell’isola di São Vicente, nell’arcipelago di Capoverde (Oceano Atlantico settentrionale), i ricercatori hanno effettuato osservazioni da velivoli a bassa quota per monitorare i livelli di ozono a varie altitudini, attraverso una grande area sopra l’Oceano Atlantico tropicale. Le misurazioni sono state in accordo con le osservazioni di  São Vicente, confermando che in questa zona avviene la maggiore perdita di ozono.

I ricercatori hanno cercato anche di spiegare il fenomeno. Gli strumenti sviluppati presso l’Università di Leeds hanno evidenziato alte concentrazioni di monossidi di bromo e iodio che derivano da particelle aerosol marine e da emissioni da parte del fitoplancton. Questi composti aggrediscono l’ozono e ne rompono la molecola, e i prodotti che ne derivano distruggono a loro volta il metano.

Secondo Alastair Lewis, direttore di Composizione Atmosferica nel National Centre for Atmospheric Science, il fenomeno non va considerato come permanete e immutabile: “La composizione dell’atmosfera è ben equilibrata qui; basterà tuttavia che aumentino gli ossidi di nitrogeno, portati dai venti dall’Europa, dall’Africa Occidentale o dall’America del Nord, per modificare questa sorta di ‘scarico’ in una fonte di ozono”. Il fenomeno e le nuove misurazioni dovranno essere ora considerati e incorporati nei modelli che tentano di descrivere gli scenari futuri. (g.f.)

fonte: Galileo


Cemento nemico delle coste

giugno 26, 2008

È sempre il cemento il peggiore nemico del mare italiano. Sia che si tratti di una villetta con vista mare, di un albergo o di un nuovo porto turistico, le costruzioni illegali sul demanio marittimo sono in cima alla lista dei mali del Mare Nostrum: nel 2007 intorno al ciclo del mattone selvaggio si sono registrate quasi 4.000 infrazioni e sono scattati 1.399 sequestri e 5.066 denunce. Considerando anche le altre voci (inquinamento, depurazione, pesca di frodo, infrazioni al codice della navigazione) nel 2007 i reati ai danni del mare e delle coste italiane sono stati 14.315, quasi 2 infrazioni a chilometro lungo i 7.400 di costa del Belpaese. Diminuite rispetto all’anno precedente, (erano 19.063 nel 2006), vedono triplicare però il numero dei «colpevoli» (+276,8%) e salire lievemente anche i sequestri (+2,9%). A guidare la classifica regionale è la Campania, con 2.355 infrazioni accertate dalle Forze dell’ordine e dalle Capitanerie di Porto, seguita dalla Puglia con 2.184 e dalla Sicilia con 2.039 casi.

È questo in sintesi quanto emerge dal dossier di Legambiente ’Mare Monstrum 2008’ presentato questa mattina a Roma nel corso di una conferenza stampa per salutare la partenza della ventitreesima Goletta Verde. Numeri e storie che raccontano l’Italia dei litorali sfregiati dagli ecomostri e delle spiagge blindate, delle grandi speculazioni immobiliari e degli approdi superflui, della pesca fuorilegge e dell’inquinamento delle acque.

Proprio quest’ultimo, è l’altro campanello d’allarme suonato da Mare Monstrum 2008 che segnala nel 2007 un aumento degli illeciti sul fronte scarichi e depurazione, cresciuti rispetto all’anno precedente di oltre il 42% con 1.916 infrazioni accertate, 1.966 persone denunciate o arrestate e 737 sequestri effettuati. Nella classifica al negativo troviamo al primo posto la Calabria con 341 infrazioni accertate, 385 persone denunciate o arrestate e 140 sequestri effettuati, in salita rispetto al secondo posto dello scorso anno. Anche la Puglia aumenta i reati legati all’inquinamento sversato in mare e ottiene il secondo posto con 241 infrazioni accertate (erano 218 lo scorso anno).

Il contributo negativo dei fiumi sulle acque di balneazione marine è stato riscontrato anche dai monitoraggi effettuati lo scorso anno da Goletta Verde di Legambiente: il 47,7% dei punti campionati alla foce dei fiumi è risultato gravemente inquinato, il 27,1% leggermente inquinato e solo il 13,6 % pulito. La percentuale di acque fluviali che arrivano alla foce pulite si è pressochè dimezzata da un anno all’altro: era il 23,3% nel 2006, è il 13,6% nel 2007. In ben 28 corsi d’acqua si riscontra una situazione di grave contaminazione, dove l’inquinamento batterico arriva a superare di oltre dieci volte i limiti imposti dalla normativa sulla balneazione.

Lieve flessione invece nel numero dei reati per il fenomeno della pesca di frodo e quella illegale, anche se si registra un aumento consistente dei provvedimenti di denuncia e arresto, segno probabilmente di un aumento della gravità dei reati. Dal 2006 al 2007, infatti, le infrazioni rilevate da forze dell’ordine e Capitanerie di Porto sono passate da 7001 a 5189, ma il rapporto percentuale tra i sequestri e le infrazioni è cresciuto. Se nel 2006 erano 1392, nel 2007 sono 1227, passando da un rapporto di 1 a 5 a un rapporto di 1 a 4, ossia un sequestro ogni quattro infrazioni accertate.

«Sostanzialmente quello che emerge dal dossier – spiega Sebastiano Venneri, vicepresidente e responsabile mare di Legambiente – è che in riva al mare il businnes del mattone non teme confronti e ormai non riguarda più solo case di villeggiatura ma grandi speculazioni immobiliari che vanno dalle megastrutture alberghiere, ai parcheggi fino ai nuovi porti e che non risparmiano neanche le aree protette. La motivazione è sempre quella dello sviluppo turistico ma in molti casi questa idea lascia perplessi anche gli stessi operatori del settore. Basti pensare che da uno studio di Ucina risultano ottenibili in tutta Italia ben 40mila nuovi posti barca riqualificando strutture e aree in disuso o utilizzando sistemi di ormeggio leggero senza sacrificare un solo metro di costa. Eppure nonostante queste alternative sono decine i progetti di nuovi porti e annessi vari che molte amministrazioni sono intenzionate a portare avanti in buona parte delle coste del Paese».

Fenomeno quello del cemento sulla costa che non risparmia neanche il mare protetto: un caso su tutti l’abusivismo edilizio lungo i 38 km della Riserva Marina di Capo Rizzuto. Ma non c’è solo l’abusivismo diffuso, ci sono anche decine e decine di ecomostri, talvolta illegali, talvolta «legalizzati» che campeggiano su spiagge e promontori lungo tutta la Penisola. Lo storico abbattimento di Punta Perotti sul lungomare di Bari e alcune demolizioni autorizzate sulla costa calabrese non hanno dato il via, come ci si augurava, a una stagione di ripristino della legalità. Ma, nonostante lo scenario sia scoraggiante, la speranza è che qualche bravo sindaco rimetta in moto le ruspe. Così Legambiente ha stilato la Top Five degli ecomostri, i primi che per età, per storia e per impatto ambientale devono scomparire dalle nostre coste: l’hotel di Alimuri a Vico Equense (Na), le palazzine di Lido Rossello a Realmente (Ag), Palafitta e Trenino a Falerna (Cz), il villaggio abusivo di Torre Mileto (Fg) e lo scheletrone di Palmaria a Porto Venere (Sp).

fonte: LaStampa


Il Messico tra il pericolo di estinzione di focene e santuari delle balene

giugno 23, 2008

MESSICO (Tierramérica). Mentre cresce l’attesa per la riunione dell’International Whaling Commission (Iwc) che si terrà a Santiago del Cile dal 23 al 27 giugno, dal Messico arriva la notizia che la focena del Golfo di California (Phocoena sinus – nella foto esemplari spiaggiati) è sempre più sul limite dell’estinzione: è passata dai 600 esemplari censiti nel 1999 ai 150 di oggi.
Si tratta di un piccolo cetaceo che raggiunge il metro e mezzo di lunghezza endemico del Messico, dove è chiamato vaquita de mar. Il governo messicano ha promesso finanziamenti destinati ai pescatori per adeguare le loro reti ed attrezzature ed evitare la cattura delle focene.
Ma Alejandro Olivera, coordinatore della campagna Oceani di Greenpeace Mexico sottolinea che «solo metodi drastici la salveranno. Solo l’eliminazione delle reti da pesca ed uno stretto controllo potranno salvarla. Il programma del governo arriva molto tardi».
La buona notizia è che alla prossima riunione dell’Iwc il Messico appoggerà la creazione del “Santuario ballenero del Atlántico sur”, che comprenderà la regione australe atlantica a partire dall’equatore. Questo renderebbe ancora più difficile la caccia “scientifica” delle balene da parte del Giappone e permetterebbe di proteggere le 54 specie di cetacei che vivono nell’area.

Fonte: GreenReport


Tonno, lo stop anticipato costa 40 milioni

giugno 23, 2008

La decisione di Bruxelles di chiudere in anticipo, al 16 giugno anzichè al 30 giugno, la campagna di pesca del tonno rosso, potrebbe costare all’Italia oltre 40 milioni di euro. A calcolare il danno economico è Federcoopesca-Confcooperative, mentre a fianco dei pescatori scende il ministro delle politiche agricole Luca Zaia, che annuncia battaglia sulla questione al prossimo consiglio europeo dei ministri della pesca del 23 giugno.
“I nostri pescatori hanno diritto a pescare. Non hanno raggiunto la quota e alcuni pescherecci non sono neanche riusciti a scendere in mare. I 40 milioni di euro di danni stimati da Federcoopesca per lo stop anticipato,  confermano che la situazione è gravissima”. Ma è soprattutto gravissima, sottolinea il ministro, per “l’atteggiamento avuto dal commissario europeo Borg che ha manifestato indisponibilità a rivedere il blocco”.
 Una chiusura stigmatizzata anche da Legapesca, che “dopo questa doccia fredda”, come sottolinea il presidente Ettore Ianì, spera ora nel prossimo consiglio europeo dei ministri della pesca. Pur rimanendo fermo sulla decisione di non riaprire la stagione della pesca al tonno, il commissario Borg ha però accettato di incontrare lunedì prossimo a Bruxelles una delegazione dei pescatori italiani e francesi che ieri hanno indetto un sit in di protesta a Malta, davanti alla sede della Ue sull’isola. La delegazione raggiungerà Bruxelles da Malta. Intanto il governo italiano viene incontro alla crisi del settore afflitto dal caro-gasolio inserendo in Finanziaria sconti fiscali sul carburante, dedicati anche ad altri settori sensibili al boom dei prezzi dei carburanti, quali autotrasporto e agricoltura. Alle proteste veementi dei pescatori dei giorni scorsi contro il caro-gasolio davanti alla Commissione europea si sono aggiunte oggi quelle di agricoltori e autotrasportatori che hanno manifestato a Bruxelles.
La pesca rimane intanto tra le priorità d’azione del ministro Zaia che ha ricordato come il decreto predisposto per il settore includa molte novità che daranno il via a una ristrutturazione più moderna e competitiva del comparto. Per arginare il caro-prezzi che si ripercuote anche sul comparto ittico, Zaia caldeggia una filiera più corta, dove si faccia ricorso per esempio a tagli sulle spese di trasporto basandosi sul prodotto localmente disponibile. In questo senso, il ministro annuncia anche di pensare a una campagna di sensibilizzazione verso il consumatore, per orientarlo maggiormente a scelte consapevoli in favore del risparmio e, insieme, della stagionalità e della sicurezza alimentare.
Nell’ambito della discussione, voglio però segnalarvi anche un’altra notizia.  Un pilota spagnolo e due pescatori italiani sono stati beccati dalla guardia costiere di Pozzallo mentre utilizzavano un aereoplano bimotore per identificare i branchi di tonni rossi nel Canale di Sicilia e segnalarli, sotto compenso, ad un peschereccio. I tre responsabili sono stati sorpresi all’interno dell’abitacolo del bimotore parcheggiato sulla pista di atterraggio di Marina di Modica e dovranno pagare una multa di 12mila euro.

Fonte: LaStampa


Migliaia di vulcani sottomarini tra Figi e Tonga

giugno 23, 2008

Una spedizione scientifica australiana nel Pacifico meridionale ha scoperto una catena di migliaia di vulcani sottomarini, alcuni alti più di 1000 metri, che possono rappresentare una fonte ricchissima di metalli pregiati.
Il gruppo vulcanico, situato presso il confine oceanico fra le Figi e Tonga, è stato scoperto accidentalmente il mese scorso, dopo che la nave di ricerca Southern Surveyor dell’ente australiano di ricerca Csiro aveva lasciato l’area di studio designata per trasferire a Samoa un marinaio ferito. I vulcani vanno da piccoli coni ad un colosso soprannominato Dugong, largo 50 km alla base e alto 1500 metri, e molto sono attivi.
 La catena si trova lungo il ’cerchio di fuocò del Pacifico, un’area di alta attività sismica, ed eruttano nel mare un fumo nero contenente minerali di ogni genere. Il geologo Richard Arculus dell’università nazionale australiana di Canberra, scienziato capo della spedizione, ritiene che i nuovi vulcani ospitino inconsuete creature marine che non esistono altrove, e abbondino di giacimenti di oro, rame, piombo e zinco.
“Alcune delle caratteristiche assomigliano a quelle delle vesciche vulcaniche che si vedono sulla superficie di Venere. E ci offrono un modello di ciò che è avvenuto milioni di anni fa, per spiegare la formazione di giacimenti minerari che vengono tuttora sfruttati sulla terraferma”, aggiunge. Le compagnie minerarie che hanno sponsorizzato la spedizione sono interessate ai metalli e vorrebbero estrarli.

Fonte: LaStampa


Oceani cresciuti 50% in più di quanto stimato

giugno 23, 2008

Gli oceani si sono riscaldati e si sono alzati molto di più di quanto stimato dagli scienziati Onu. Lo afferma uno studio pubblicato da nature, secondo cui temperatura e volume sono aumentati del 50% in più tra il 1961 e il 2003 rispetto a quanto stimato dall’Ipcc.
 I ricercatori hanno ricalcolato i parametri degli oceani utilizzando anche le misure fatte fino ad una profondità di 700 metri, tenendo conto del contributo di diversi fattori come lo scioglimento dei ghiacciai di montagna, il minore volume di ghiacci di Artide e Antartide e l’espansione dovuta all’aumento della temperatura, ed eliminando errori dovuti agli strumenti. La somma di questi contributi è risultata essere una crescita di 22 millimetri, il 50% più alta di quanto stimato dall’Ipcc. Il maggior contributo è risultato venire dallo scioglimenti di ghiacci e neve, quattro volte più alto di quello dei poli che però è segnalato in rapido aumento negli ultimi anni. “Per la prima volta siamo riusciti a separare i contributi dei singoli processi – spiega Catia Domingues, del Centro perle ricerche sul clima australiano – un puzzle che si cercava di risolvere da dieci anni”.

Fonte: La Stampa